NEMO PROPHETA IN PATRIA: ESPRESSIONE CHE PARE APPOSITAMENTE CONIATA PER DEFINIRE LA FAMA E L’OPERA DI ALBERTO MARTINI, OPITERGINO DI NASCITA, MA EUROPEO DI ADOZIONE, UN PRECURSORE COME ARTISTA, MA COSÌ POCO COMPRESO DAI SUOI CONTEMPORANEI DA ESSERE RELEGATO NELLA MEMORIA DI POCHI RAFFINATI CULTORI D’ARTE.

“…l’invenzione genuina risulta incomprensibile a chi non ha senso dell’eroico. pochi privilegiati la possono intuire, gli altri, impotenti, con maligne arti la combattono. In questo caso si tratta di oscurantismo…”

Con queste parole Alberto Martini lamentava, nella sua autobiografiaVita d’artista” (1939-40), tutta la delusione e l’amarezza provate di fronte all’indifferenza della critica italiana che, fatta eccezione per poche e illuminate personalità, si dimostrò del tutto incapace di cogliere la sua originalità e la sua straordinaria potenza espressiva.

“So bene che la mia pittura originale può dar noia agli scarabocchini e ai criticonzoli miopi…”

 

GLI ESORDI

 

Alberto Giacomo Spiridione Martini nacque ad Oderzo il 24 novembre del 1876 da Maria dei Conti Spineda de Cattaneis, antica famiglia nobile trevigiana da cui ereditò un certo gusto dandy e una personalità scevra da qualsiasi asservimento o imposizione tradizionale, e da Giorgio Martini, pittore naturalista e professore di disegno, sotto la guida del quale cominciò a disegnare e dipingere.

L’ambiente familiare gli diede una prima educazione artistica che non ebbe altri sedi di elezione: i parenti del padre erano decoratori e mosaicisti veneziani di fama internazionale.

Egli fu dunque un autodidatta, caratteristica questa che lo accomunò alla formazione della maggior parte degli artisti europei a cavallo del secolo.

 

Alberto Martini, Biglietto da visita
Alberto Martini, Biglietto da visita

 

Fin dai suoi esordi dimostrò una spiccata predilezione per la grafica: la sua vocazione come pittore fu spesso mortificata e mal considerata, tanto è vero che si imporrà nella scena italiana ed internazionale soprattutto come maestro dell’arte del bianco e nero.

Illustrazioni per opere letterarie, incisioni, ex-libris, affiches pubblicitarie, furono le opere dove raggiunse livelli di eccellenza esecutiva.

In questi suoi lavori è possibile tracciare un percorso stilistico che segue i gusti del tempo: dalle giovani tendenze Art Nouveau, caratterizzate da segni ondosi e arabescati, fino al decorativismo più freddo, cerebrale, tipico del Déco.

 

L’INCONTRO CON VITTORIO PICA

 

Fondamentale fu, nella sua biografia artistica, l’incontro del 1898 con il critico napoletano Vittorio Pica con il quale instaurò un rapporto molto stretto, quasi di alunnato.

Ciò di cui mi ricordo molto bene – scriveva Pica nel 1927 facendo riferimento all’incontro con Alberto Martini avvenuto durante l’”Esposizione Internazionale di Torino” del 1902è che fu proprio in tale occasione che ebbi la buona ventura di fare la conoscenza di lui come artista e come persona. L’uomo, poco più che ventenne mi riuscì di prim’acchito simpatico nella riservatezza signorile, seppure un pò fredda, nell’eleganza sottile della persona, nel pallore del volto, in cui alla freschezza sensuale delle labbra rosse contrastava lo sguardo strano, fra acuto e astratto, fra disdegnoso e canzonatorio.”

 

Alberto Martini, Murano, dettaglio, 1907
Alberto Martini, Murano, dettaglio, 1907

 

Il sodalizio fra Pica e Martini stimolò l’intensità creativa di quest’ultimo affinando, al contempo, le inclinazioni elitarie e prettamente spiritualistiche della sua arte.

Pica nutriva una visione puramente aristocratica dell’arte e, sebbene ebbe il merito di affermare la figura di Martini a livello europeo, ne limitò l’ampiezza di vedute, incoraggiandolo verso un’arte dai toni decadenti e di maniera, tra il blasé e il salottiero, a cui ne corrisposero, progressivamente, anche l’aspetto fisico e lo stile di vita.

 

LE ILLUSTRAZIONI PER I RACCONTI DI EDGAR ALLAN POE

 

Tra la copiosa produzione di Martini, la quale merita tutta la considerazione e attenzione possibili, meritano una particolare menzione le numerose illustrazioni realizzate ispirandosi ai racconti di Edgar Allan Poe.

Martini dedicò ben centotrentasei disegni alle narrazioni dell’illustre americano i quali, sebbene fossero stati esposti alla Biennale di Venezia del 1907-1908, alla Galleria Goupil di Londra e in varie altre occasioni, rimasero per la maggior parte sconosciuti fino al 1984, anno in cui vennero pubblicati e catalogati; fatto che conferma la poca ammirazione che destava Martini e l’isolamento come figura artistica nel panorama del tempo.

Le novelle di Poe furono un terreno fertile per la sua spiccata fantasia, anche perché si allineavano tema del sogno, tema di matrice simbolista e presenza ossessiva nelle dichiarazioni  e nelle iconografie di Martini.

“La mia vita è un sogno ad occhi aperti. Il sonno è un sogno ad occhi chiusi falsato dall’incubo della realtà. Sarebbe strano che qualcuno negasse che la realtà è un intempestivo, brutale, mortificante susseguirsi di contrattempi, malintesi, intoppi, cupidigie e miserie, di combinazioni assurde, immorali, criminali, tragiche, stonate sempre e noiose, perchè tutti gli uomini sono vittime di tali imprevedute avventure e ho sempre trovato tanto brutta, incongruente, grottesca e crudele la realtà, e quasi sempre di una comicità così ridicola e banale o di una perversità così ripugnante, che la mia riconciliazione è problematica.”

 

Alberto Martini, Illustrazione per i Racconti di Edgar Allan Poe, 1905-1909
Alberto Martini, Illustrazione per i Racconti di Edgar Allan Poe, 1905-1909

 

Martini conobbe Poe attraverso la traduzione francese che ne fece Charles Baudelaire, ma probabilmente lesse anche delle traduzioni italiane.

In questi disegni prese le distanze dai compiaciuti contorsionismi grafici di matrice liberty, per affondare, con segno più crudo e spoglio, nell’essenza realistica e lucidamente descrittiva di Poe, del tutto estranea a certi vezzi voluttuosi e sensuali tanto cari al Martini.

Le rappresentazioni sono fedeli al testo del poeta e incarnano perfettamente la vena più macabra e onirica di quest’ultimo.

Lo stile, duro e materiale, denso e dalla linea concreta, si avvicina, per certi versi, alla grafica del Rinascimento tedesco, che ebbe modo di conoscere attraverso i suoi soggiorni a Monaco.

L’8 novembre 1954 Alberto Martini morì a Milano, lasciando un testamento spirituale dove auspicava l’istituzione di un museo in cui custodire le memorie e i documenti del surrealismo italiano.

“…La grande finestra del mio studio è aperta nella notte. In quel nero rettangolo passano i miei fantasmi e con loro amo conversare.

Mi incitano ad essere forte, indomito, eroico, mi sussurrano segreti e misteri che forse ti dirò.

Moltissimi non crederanno e me ne duole per loro, perchè chi non ha immaginazione vegeta in pantofole: vita comoda, ma non vita d’artista.

Una notte senza stelle, in quel rettangolo nero mi vidi come in uno specchio.

Mi vidi pallido, impassibile, la mia anima, pensai, che ora specchia il mio volto nell’infinito e un giorno specchiò chissà quali mie sembianze, perchè se l’anima è eterna non ha nè principio nè fine e noi non siamo ora che un suo differente episodio terreno.

E questo pensiero rivelatore mi turbava. […]
Mi voltai e vidi posata accanto alla mia mano una grande farfalla notturna che mi guardava battendo le ali. Anche tu, pensai, stai sognando e l’incantesimo dei tuoi immoti occhi di polvere mi vede un fantasma.

Sì, notturna e bella visitatrice, sono un sognatore che crede nell’immortalità, o forse un fantasma del sogno eterno che chiamiamo vita.” (Alberto Martini, “Vita d’artista”, 1939-40)

 

L’EREDITÀ, LA PINACOTECA ALBERTO MARTINI

 

Oggi, nelle sale della Pinacoteca Alberto Martini di Oderzo, possiamo ammirare la preziosa eredità tramandataci da questo artista, tanto negletto e misconosciuto, osteggiato dai contemporanei e relegato alla fruizione di pochi appassionati buongustai.

 

VISITA IL SITO UFFICIALE DELLA PINACOTECA ALBERTO MARTINI:

Pinacoteca – Esposizioni

ANALISI CRITICA

 

Alberto Martini, nonostante la sua pregevole e vasta produzione, rimane ancora un artista periferico e occulto, continuando ad aggirarsi, come un’anima dannata, tra le zone inesplorate della storia dell’arte.
Sarà forse dovuto alla raffinatezza della sua opera, o a quell’estro visionario che lo resero poco appetibile sul suolo italico, più avvezzo ad un simbolismo pallido, dai contorni svenevoli e decadenti.

In un’epoca in cui trionfava la retorica di un Sartorio o l’esoterismo provinciale di un Segantini, il simbolismo duro e nordico di Martini rimaneva un fenomeno appartato, elitario, lontano dai clamori di un riconoscimento popolare.

Elegante ed altero, bello ed aristocratico, Alberto Martini spese la sua esistenza tra le grandi capitali europee, frequentando gli ambienti all’avanguardia ed il bel mondo ma rimanendo sempre e solo fedele a se stesso: estraneo ai più, ignoto ai molti.

Non fece mai nulla per contraddire l’isolamento in cui venne relegata la sua opera: la sua vita fu volutamente avvolta in una nube di mistero, legata com’era solo ad inseguire una propria e personale visione.
Intrigato dal mondo arcano ed onirico, Martini fu l’illustratore più intrigante delle opere di Poe, Verlaine, Baudelaire, Rimbaud e Mallarmé: visioni terrifiche, sospese tra vita e morte.
Maestro sublime del bianco e nero, la sua materia era l’inchiostro, le ombre notturne il suo elemento naturale. Attraverso il suo pennino sottile linee e macchie prendevano forma, come per una strana alchimia, a formare immagini ossessive, erotiche, sensuali, crudeli e spietate.

“Per imparare il disegno a penna, strumento difficile e acuto come il violino, è necessario lavorare di giorno e di notte per molti anni; passare notti intere al lavoro, arrischiando la vita, per poter rendere sensibili l’immaginazione e la fantasia di uno stile originale, per fermare la vibrazione luminosa e l’espressione plastica più intensa… Ogni essere ed ogni cosa mostrano le stimmate della lotta per la vita. Il vero disegnatore è un trageda.”

 

Alberto Martini, Ritratto di Wally Toscanini, 1925
Alberto Martini, Ritratto di Wally Toscanini, 1925

 

Martini si tenne per lungo tempo lontano dal colore, la luce che lo guidava era quella del suo mondo interiore, in bilico tra torbide realtà ed inusuali fantasie.

Quanto fu grande come disegnatore, tanto fu modesto come pittore: i suoi quadri mancarono totalmente di quella potenza espressiva che caratterizzò la sua produzione grafica.

L’anima eletta e solitaria di Martini si dimostrò più affine alle vibrazioni sottili ed armoniche del disegno che alle roboanti sinfonie dell’arte pittorica.

Il filo scuro della china era lo strumento che Martini accordava alla perfezione: armonie sublimi e perfette, fissate per l’eternità sul candore di un foglio.
Oscuro come la produzione che lo rese grande, Alberto Martini vaga ancora negli anfratti più reconditi dell’arte: il suo nome volutamente, o per ignoranza, mai pronunciato.
Una sorte funesta per chi, come lui, seppe guardare oltre il suo tempo, anticipando i drammi violenti e brutali generati dal marasma dell’inconscio.

Ma lo stesso Martini era perfettamente consapevole che la vera arte è fatta da pochi e per pochi: “chi non ha comprensione, né fede vale niente in tutte le cose della vita, e in arte chi manca di comprensione, di chiaroveggenza (i molti), è una nullità, o, se vi piace, un cadavere che vaneggia. L’arte non è fatta per i cadaveri.”

 

Alberto Martini, Luisa Casati, 1906
Alberto Martini, Luisa Casati, 1906