CON IL TRADIZIONALE “C’ERA UNA VOLTA” COMINCIA LA VICENDA DI AMORE E PSICHE, LA PRIMA GRANDE FAVOLA DELLA LETTERATURA CLASSICA.

La storia, narrata ne “Le Metamorfosi” di Lucio Apuleio (II sec. d. C.), è un’invenzione originale dell’autore ed è ricca di richiami filosofici e di metafore.

 

L’INTRECCIO

 

La fiaba ha un intreccio molto semplice e diverrà un punto di riferimento per le successive narrazioni fantastiche.

Una principessa dalla bellezza straordinaria va in sposa ad un uomo misterioso, che si dice essere un mostro orrendo, e lo incontra solo nel buio della notte, non potendo ella vederne il volto.

La vita coniugale è appagante, ma le sorelle invidiose istigano la fanciulla a spiare durante il sonno il suo amante, che si rivela essere bellissimo, ma egli scompare per non tornare più.

La ragazza dovrà così affrontare numerose prove impostegli dalla temibile suocera, per poter infine ricongiungersi al suo adorato sposo e trovare così la felicità.

La principessa, l’amato, la gelosia delle sorelle, la suocera (che sarà poi la matrigna), le peripezie da affrontare, il lieto fine: elementi chiave di tutte le favole moderne.

 

IL SIGNIFICATO

 

William-Adolphe Bouguerau, Il rapimento di Psiche, 1895
William-Adolphe Bouguerau, Il rapimento di Psiche, 1895

In questo caso il significato della storia assume connotazioni più profonde poiché la principessa è Psiche, l’anima umana, lo sposo Amore, ovvero Cupido figlio di Venere: in gioco vi è molto di più dell’unione tra Psiche e Amore, il vero nodo della questione è costituito dall’immortalità dell’anima.

Per una corretta interpretazione della novella è indispensabile rifarsi alle dottrine platoniche.

Apuleio era un seguace della scuola platonica con forti ascendenze orfico-pitagoriche e la caduta dell’anima che, attraverso durissime prove giunge all’immortalità, non è altro che una rappresentazione della teoria dell’Eros già espressa da Platone nella trilogia dedicata all’amore, “Fedone“, “Fedro” e “Simposio“.

 

Una semplice novella che adombra significati mistici ed iniziatici di non semplice ed immediata comprensione.

 

LA RAPPRESENTAZIONE

 

Durante il Rinascimento, periodo caratterizzato da un deciso neoplatonismo, vennero dedicati ai due innamorati cicli pittorici di straordinaria bellezza, a partire da quello che Raffello e la sua scuola realizzarono a Roma tra il 1517 ed il 1518 per La Farnesina, la villa di Agostino Chigi.

Tra danze, nudi, elmi, drappi, festoni di fiori e di frutta, Raffaello raffigurò, su finti arazzi, la favola di Apuleio: episodi di una storia dove, alla fine, l’amore trionfa.

Jacopo Zucchi, Psiche scopre Amore, 1589
Jacopo Zucchi, Psiche scopre Amore, 1589

Perin del Vaga e Giulio Romano, chiamati a collaborare agli affreschi della Villa, dedicheranno in seguito ad Amore e Psiche due decorazioni, destinate ad essere le più importanti della loro carriera: tra il 1527 ed il 1530 Perin del Vaga affrescherà la Sala di Psiche nel Palazzo Te a Mantova e, qualche anno dopo, nel 1545 Giulio Romano dipingerà un fregio con dieci scene tratte da Apuleio nell’appartamento di Paolo III a Castel Sant’Angelo.

Il soggetto veniva utilizzato indifferentemente da religiosi e aristocratici poiché, nella dotta cultura rinascimentale, i miti venivano reinterpretati anche in chiave religiosa: un atteggiamento sincretico che dava prova di notevole apertura mentale.

Il mito di Amore e Psiche può essere altresì letto come il difficile percorso terreno che deve compiere l’anima (Psiche) per arrivare a Dio (Amore) e all’immortalità dello spirito.

Nel Settecento, secolo dei Lumi, questa vicenda appassionante diventò il manifesto dell’amore che vince sulle differenze sociali: se un dio si è innamorato di una donna mortale portandola con sé nell’Olimpo, ciò significa che è legittimo scegliere per affinità e non per casta.

Nelle varie rappresentazioni gli artisti si divisero fra chi esaltava i particolari più esplicitamente erotici e chi invece tendeva ad esaltare la dimensione più sentimentale della vicenda.

 

AMORE E PSICHE DI ANTONIO CANOVA

 

Antonio Canova, Amore e Psiche, dettaglio, 1788-1793
Antonio Canova, Amore e Psiche, dettaglio, 1788-1793

L’apice artistico di questo mito è stato raggiunto da Antonio Canova nello straordinario gruppo di “Amore e Psiche“: un’interpretazione dolce e sensuale al tempo stesso.

Esistono tre versioni di questa celebre statua, ma la più affascinante ed universalmente riconosciuta è sicuramente quella realizzata per prima, tra il 1788 ed il 1793.

Si tratta di una scultura in finissimo marmo bianco che rappresenta il dio dell’Amore nell’atto di guardare la sua adorata Psiche, prima di darle un bacio: la sintesi dell’intera favola di Apuleio in un gesto.

Psiche si solleva a cingere con le braccia e ad avvicinare alla sua testa quella ricciuta di Amore, le labbra semiaperte di desiderio, il corpo nudo, perfetto e vibrante di passione; Amore avvolge con un braccio il seno di lei, con l’altro le solleva la testa, mentre le due ali tese e vibranti conducono delicatamente il gioco dell’amplesso.

Sugli omeri dell’alato dio le bianche ali brillavano come fiori luccicanti di rugiada… E tutto il resto del corpo era liscio e splendente, e tale, insomma, che Venere può ben vantarsi d’essergli madre.”

(Apuleio, Le Metamorfosi)