MAI UN ARTISTA FU COSÌ PRESENTE COME ANDY WARHOL: OSSESSIONATO DALLA CELEBRITÀ, ANTICIPÒ L’ERA DEI SOCIAL E DELLE CELEBRITY DAI QUINDICI MINUTI.

Aveva proprio ragione Andy Warhol quando disse che quindici minuti di celebrità non si negano a nessuno: “In the future everyone will be world-famous for 15 minutes“.

Una constatazione rivelatasi profetica in un’epoca dove i social sono imperanti e ognuno cerca, attraverso di essi, una propria affermazione personale: “condivido dunque esisto”!

 

L’UOMO E L’ARTISTA

 

Stephen Shore, Andy Warhol, 1965-1967
Stephen Shore, Andy Warhol, 1965-1967

Uomo mondano e salottiero, Warhol intese l’arte come qualcosa di riproducibile e massificato, il prodotto di una Factory che fabbricava opere alla stregua di una catena di montaggio.

Sotto l’aspetto pubblico e patinato si celava un Andy privato ed elusivo, timido ed introverso, a volte quasi disorientato di fronte alla nudità di se stesso: “a volte è così bello tornare a casa e togliersi il costume da Andy”.

Da una parte l’uomo e dall’altra l’artista con indossouna maschera per mantenere le giuste distanze dall’uomo e dalle sue insite debolezze.

Afflitto da problemi di comunicazione durante la sua infanzia, Warhol si affermò proprio sfruttando il potere della comunicazione di massa: il suo punto debole divenne la chiave di volta del suo successo.

Vestiti i panni del dandy moderno, si immerse a piene mani nella realtà del quotidiano non rifuggendo nemmeno dai suoi lati più biechi e volgari.

Mai farsi un’idea di Andy dal suo aspetto esteriore. L’osservatore incallito era in realtà un angelo che teneva nota delle nostre azioni.

E il distacco di Andy – la distanza che aveva posto tra sé e il mondo – era soprattutto una questione d’arte e di innocenza.
Non è forse un artista di solito costretto a sottrarsi alle cose?

Nelle sue inespugnabili innocenza e umiltà, Andy mi ha sempre colpito come uno yurodstvo, uno di quei santi sempliciotti che hanno abitato la letteratura russa e i villaggi slavi.” (John Richardson)

 

LA CONSACRAZIONE

 

Andy Warhol, Do it yourself (Landscape), 1962
Andy Warhol, Do it yourself (Landscape), 1962

Il 23 aprile 1988, ad un anno di distanza dalla sua morte, circa seimila persone si assieparono da Sotheby’s per accaparrarsi un’icona di Andy Warhol, divenuto ancora più noto attraverso la sua scomparsa.

Le migliaia di persone che affollarono la sala della casa d’aste si contesero le sue opere: ogni pezzo superò di gran lunga la cifra prevista, la collezione, stimata quindici milioni di dollari, ne fruttò più di venticinquemila.

Warhol aveva raggiunto il suo scopo: la sua arte di scarso o nullo pregio materiale, era ufficialmente ascesa nell’empireo degli immortali ed egli stesso si era guadagnato un posto accanto ai divini creatori.

“Andy dev’essere così furibondo di essere morto”, con queste parole Fran Lebowitz chiosò il grande avvenimento da Sotheby’s, deciso a sottolineare l’incredibile successo dell’evento a cui Warhol, che avrebbe partecipato anche “all’inaugurazione di un gabinetto” non sarebbe di certo mancato.

 

ANDREW WARHOLA

 

Tutti conosciamo Andy Warhol: ne conosciamo il nome, le opere, il milieu culturale newyorkese, i gesti spregiudicati e le pose irriverenti.

Pochi ricordano come, in un passato non ben precisato, Andy fosse stato Andrew Warhola, nato a Pittsburgh il 6 agosto 1928, figlio di operai russi immigrati negli Stati Uniti, terzo di tre fratelli, il più sensibile, ma anche il più debole e malaticcio.

E forse per riscattare quell’infanzia nemmeno troppo lontana nella sua testa, l’artista prese il sopravvento sull’uomo.

Si costruì un nuovo nome e una nuova immagine che tuttavia non riuscirono a nascondere, fino in fondo, quell’adolescente occhialuto e gracilino ancora presente nella sua testa, restia ad accettare pienamente il proprio aspetto emaciato ed imbruttito da una precoce calvizie.

 

L’ESTETICA DEL QUOTIDIANO

 

Andy Warhol, Marilyn Monroe, 1967
Andy Warhol, Marilyn Monroe, 1967

Una delle caratteristiche distintive del carattere di Warhol, determinante per il suo successo professionale, fu quella di saper fiutare la giusta tendenza sviluppando i segnali di fermento che avvistava nell’ambiente a lui circostante: accadde agli inizi degli anni Sessanta con la Pop Art, che portò all’estremo sviluppo attraverso la sua incredibile carica innovativa, e accadde ancora verso la metà dello stesso decennio con il cinema underground.

Andy Warhol diede dunque statuto estetico al prodotto comune, celebrandolo con grande serenità formale e senza alcuna reticenza o imbarazzo.

Vivendo e onorando l’esperienza della società di massa, Warhol esaltò se stesso come la più sublime delle opere d’arte: accettando l’estetica dei media, in cui è importante mettere in evidenza l’immagine, egli si pose come oggetto della  comunicazione, sconvolgendo le regole della tradizione pittorica fino ad allora consolidate.

Si affermò così una nuova visione dell’arte che con un colpo di spugna scacciò ogni implicazione ideologica, tipica dell’arte europea, sostituendola con una cultura antropologica tipicamente anglosassone del “fare attivo”.

Da questo momento si posero le basi della considerazione dell’arte come prodotto: il modello di un’arte globalizzata che cominciava a prendere sempre di più la forma di uno strumento economico-finanziario.

Ma io, sono coperto? Devo guardarmi allo specchio per trovare qualche traccia.

Lo sguardo senza interesse. La grazia distratta … Il languore annoiato, il pallore sprecato … Il freak chic, lo stupore fondamentalmente passivo, la segreta conoscenza che ammalia … La gioia di cinz, i tropismi rivelatori, la maschera di gesso da folletto, lo sguardo un po’ slavo … L’ingenuità bambina, l’ingenuità al chewing-gum, il fascino che alligna nella disperazione, la trascuratezza narcisa, la perfetta diversità, l’inafferrabilità, l’ombrosa, voyeuristica aura vagamente sinistra, la pallida e magra presenza di soffici parole, la pelle, le ossa … La pallida pelle d’albino. Incartapecorita. Rettile. Quasi blu … le ginocchia nodose.

La mappa delle cicatrici. Le lunghe braccia ossute, così bianche da sembrare candeggiate. Le mani interessanti. Gli occhi a spillo. le orecchie a banana … Le labbra che tendono al grigio. Gli arruffati capelli bianco-argento, soffici e metallici. Le corde del collo in fuori intorno al grande pomo d’Adamo. C’è tutto, B. Nulla è andato perso.

Io sono tutto ciò che dice il mio album.” (Andy Warhol – Filosofia di Andy Warhol – 1975)

 

Lettura consigliata:

Andy. I fatti e la favola. La vita e le avventure di Andy Warhol” di Typex, 2019.

Il geniale fumettista olandese Typex ci porta nello straordinario mondo di Andy con questa biographic novel: dieci capitoli su dieci periodi della vita dell’artista, ognuno preceduto da un foglio di figure che ne elenca il cast.

Attraverso l’evoluzione narrativa e i periodi storici descritti, anche lo stile dei disegni muta e si modella in base all’estetica degli anni raccontati, un geniale omaggio dell’autore al re della pop art.

Il volume si presenta anche come un bellissimo oggetto pop: la grafica rimanda al packaging delle scatole di detersivi.

Un’opera imperdibile per immergersi totalmente nell’arte e nella vita di Andy Warhol.