ANTONELLO DA MESSINA FU L’ANELLO DI CONGIUNZIONE FRA IL RINASCIMENTO ITALIANO E LE ALTRE INNOVATIVE TENDENZE PITTORICHE EUROPEE, IN PARTICOLAR MODO LA PITTURA FIAMMINGA.

Grande e immortale fu la sua arte, tanto che Roberto Longhi ebbe a definirlo: “la più bella mano che io conosca nell’arte.”

 

FORMAZIONE

 

Antonello di Giovanni d’Antonio, più comunemente noto come Antonello da Messina, nacque intorno al 1430 a Messina, dove morì nel 1479.

Non possediamo indicazioni precise circa il suo apprendistato, ma nel 1450 lo troviamo a Napoli presso la scuola del Collantonio.

A quel tempo il Regno di Napoli era uno dei centri europei più raffinati: aperto alle novità culturali del Rinascimento, esso ospitava personalità dalle provenienze più diverse.

Qui Antonello ebbe modo di confrontarsi con la pittura fiamminga, spagnola e provenzale, presente sia nelle collezioni reali, sia nell’esempio concreto di artisti stranieri operanti nella corte aragonese.

Altra tappa fondamentale nella sua formazione fu un soggiorno a Venezia, tra il 1475 ed il 1476, dove ebbe modo di conoscere il grande maestro della Serenissima Giovanni Bellini.

La tradizione italiana, attenta all’impianto spaziale, unita alla “maniera fiamminga”, ossia un modo di dipingere mirato al dettaglio e alla rappresentazione della luce, trovarono perfetta sintesi nell’opera di Antonello che si rivelò, in tal modo, il più settentrionale tra gli artisti mediterranei.

 

I CAPOLAVORI

 

SAN GIROLAMO NELLO STUDIO, 1475 – LONDRA, NATIONAL GALLERY

 

Esemplificazione di questa perfetta fusione tra stimoli nordici e cultura locale è il “San Girolamo nello studio“, del 1475 circa, conservato alla National Gallery di Londra.

La cosa che maggiormente colpisce in questo dipinto è la precisione della struttura prospettica: una struttura articolata e complicata, ma ineccepibile dal punto di vista costruttivo.

L’ambiente richiama l’interno di una chiesa gotica con il pavimento decorato da piastrelle.

San Girolamo è ritratto nelle sembianze di un umanista più che di un religioso: assorto nelle lettura di un pesante volume, la sua iconografia è qui assimilata a quella di uno studioso del suo tempo.

La simbologia cristiana è fitta e raffinata e si muove attorno alla figura dell’uomo: in primo piano la coturnice, che allude alla Redenzione di Cristo, il pavone, che simboleggia la Resurrezione e la vita eterna ed un bacillo come quello che raccolse il sangue di Cristo nella sua Passione; ai piedi del Santo un bosso, legato alla Salvezza divina e un geranio segno di amore ; in ombra il leone, principale attributo di San Girolamo.

Su tutto prevale l’attenzione alla luce, distribuita con innegabile virtuosismo sull’intera composizione.

L’opera, catalogata nel 1529 presso una collezione di Venezia, venne probabilmente dipinta quando Antonello si trovava nella città lagunare per dimostrare ai suoi futuri committenti le sue capacità.

 

ANNUNCIAZIONE, 1474 – SIRACUSA, MUSEO DI PALAZZO BELLOMO

 

Nel territorio siciliano, a Siracusa, troviamo uno dei suoi capolavori, “L’Annunciazione“.

Destinata originariamente alla Chiesa dell’Annunziata di Palazzolo, la tavola condivide con il “San Girolamo nello studio” uno spazio illusionistico studiato nei minimi dettagli, come una realtà perfettamente abitabile.

Piccola, fragile e devastata da lacerazioni, essa, come il suo autore, reca impressi i segni di un passato alquanto frammentario e travagliato.

Anche in questo caso l’avvenimento è narrato in modo non consueto: un’Annunciazione descritta come un’epifania domestica; l’evento della rivelazione calato nelle realtà concreta e visibile del quotidiano.

Lo spettatore è invitato ad entrare in quella casa e nel miracolo che vi si compie attraverso la sapiente costruzione scenica: l’architrave, lo scorcio del soffitto e la colonna in primo piano creano una dimensione di compartecipazione all’evento religioso.

Da notare la straordinaria umanità dei volti della Madonna e dell’Angelo, un’umanità che nulla toglie alla solennità dell’evento.

 

ANNUNZIATA, 1475 – PALERMO, PALAZZO ABATELLIS

 

Stupefacente per ideazione ed esecuzione è sicuramente l’”Annunziata“, realizzata attorno al 1475 e custodita a Palazzo Abatellis di Palermo.

Maria è colta nell’attimo in cui, di fronte all’Angelo, le viene annunciata la sua maternità; l’angelo è assente ma si intuisce dallo sguardo stupito e serio della Madonna.

Un taglio del tutto inusuale per questa sacra rappresentazione, ma che ci consente di vestire i panni di Maria: attraverso i suoi occhi siamo tutti chiamati a vivere il mistero dell’Annunciazione.

La compostezza formale, lo sguardo magnetico e la mano sospesa, contribuiscono a creare un’atmosfera di astratta solennità.

 

 

I RITRATTI

 

ANTONELLO DA MESSINA, RITRATTO D’IGNOTO MARINAIO, 1465-1476 – CEFALÙ, MUSEO MANDRALISCA

 

 

“… tutta l’espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell’increspatura sottile, mobile, fuggevole, dell’ironia, velo sublime d’aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà.”

(Vincenzo Consolo a propposito del Ritratto d’ignoto marinaio.)

La finezza esecutiva di Antonello, tanto lodata dal Longhi, si dimostra pienamente nei ritratti dove, con pochissimi accorgimenti, affronta una gamma incredibile di espressioni facciali.

Sono volti dagli sguardi intensi, colmi di stupore, che accennano sorrisi e cercano una complicità ambigua con lo spettatore.

Un grande mistero è contenuto in ognuno di quei volti, un mistero che racchiude una domanda rivolta ad ognuno di noi: e tu chi sei? – sembrano voler dire; occhi che cercano altri occhi nell’affermazione della loro identità.

Enigmatici e misteriosi, i volti dipinti da Antonello sono pervasi da un velo di magico incanto e d’inafferrabile fascinazione, elevando a cifra di suprema bellezza ciò che in natura non sempre è tale.

Il suo stile unico e riconoscibile ha permesso ad Antonello da Messina di rientrare nel novero dei grandi maestri del Rinascimento: anello di congiunzione tra l’arte italiana, nella sua capacità di vedere la sintesi delle cose, e l’arte fiamminga più descrittiva e attenta alle minuzie della realtà, in una dialettica costante fra vero ideale e bello naturale, cronaca e storia.