GIORGIO DE CHIRICO LO RICONOSCEVA COME IL MAESTRO ISPIRATORE DEI SUOI PRIMI QUADRI METAFISICI. Interprete di un Simbolismo dal carattere romantico, Arnold Böcklin si distinse per la devozione tributata agli antichi, convinto che l’arte più autentica derivasse dai miti classici, silenziosi custodi di segreti senza tempo.

 

LA FORMAZIONE

 

Arnold Böcklin nacque a Basilea il 16 ottobre 1827, figlio di Christian Friedrich Böcklin, noto mercante di seta, e di Ursula Lipp, discendente del pittore Hans Holbein il Giovane, grande mito della pittura svizzera che aveva immortalato, fra gli altri, il Re d’Inghilterra Enrico VIII.

Compì i suoi studi pittorici presso l’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf sotto la guida di Johann Wilhelm Schirmer, esponente del Romanticismo tedesco.

Nel 1848 fu a Parigi dove ebbe l’opportunità di conoscere l’opera di Corot, Delacroix e Couture e poi in Italia, nel 1850, per scoprire le origini della pittura rinascimentale.

Sposatosi nel 1853 con la giovane romana Angela Pascucci, Böcklin si trasferì in Italia, dove visse prima a Roma e poi a Firenze.

L’Italia, nel suo immaginario, rappresentava il luogo prediletto di quella mitica civiltà mediterranea, regno della perfetta armonia tra uomo e natura.

 

L’OPERA E LO STILE

 

L’Italia, o meglio la sua idea dell’Italia e del paesaggio italiano, fu l’elemento fondante della sua arte: un paesaggio edenico in cui far rivivere l’incantesimo del mito.

 

Arnold Böcklin, Pan che fischia a un merlo, 1854
Arnold Böcklin, Pan che fischia a un merlo, 1854

Nelle sue tele prese forma un universo magico e favoloso dove il passato si caricava di simboli suggestivi, lontani da ogni atteggiamento retorico.

Il suo scopo era quello di trasmettere un messaggio che, al di là della provenienza letteraria e storica, avesse una componente espressiva comprensibile a tutti: invenzioni apparentemente stravaganti eppure incredibilmente familiari.

Dalla sua inesauribile fantasia sgorgarono sempre nuove e sorprendenti visioni di un mondo leggendario ma non per questo meno reale: “gli antichi non facevano l’antico, ma ritrovavano se stessi nella natura”, come soleva dire lo stesso pittore.

Il suo volgersi all’arte classica non aveva il sapore manierato dell’accademia né il gusto raffermo dell’ideologia, ma costituiva una sorta di professione di fede, una ricerca vissuta pienamente nella sua ineluttabilità non solo ed esclusivamente come professione estetica o culturale.

Le sue raffigurazioni sono in grado ancora oggi di provocare suggestioni proprio perché toccano le emozioni più profonde e primordiali dell’animo umano: Pan, boschi, feste e processioni pagane che alludono alla sfera più carnale dell’uomo.

 

Arnold Böcklin, Lotta di centauri, 1872-1873
Arnold Böcklin, Lotta di centauri, 1872-1873

La classicità di Böcklin è una classicità dionisiaca che trovava il suo naturale corrispondente letterario in Nietzsche de “La Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica” (1872): una visione controcorrente rispetto alla sua ordinaria concezione.

Questo universo inebriante e traboccante di sensualità, venne evocato anche attraverso l’uso sapiente che fece della tavolozza cromatica e dei giochi di luce.

La pittura di Böcklin è una pittura corposa e piena fatta di improvvisazioni, timbri ed assonanze, perfettamente ricomposte in una meravigliosa sinfonia che tocca le corde più profonde dell’animo umano.

Un quadro deve raccontare qualche cosa, far pensare lo spettatore come una poesia, e lasciare in lui l’impressione come un brano di musica.” (Arnold Böcklin)

 

L’ EREDITÀ

 

Arnold Böcklin morì il 16 gennaio 1901 a San Domenico di Fiesole, dove nel 1895 aveva acquistato Villa Bellagio per prendervi stabile dimora, e venne sepolto a Firenze presso il Cimitero Evangelico degli Allori.

Arnold Böcklin, Il gioco delle naiadi, 1866
Arnold Böcklin, Il gioco delle naiadi, 1866

La sua opera pittorica è stata per lungo tempo trascurata poiché bollata come “germanica”, nel senso più spregiativo del termine. Essa venne riscoperta dagli artisti del surrealismo, affascinati dalla sua inventiva originale e fortemente evocativa.

Il suo dipinto “L’isola dei morti” (1880-1886) venne addirittura assunto quale icona del Surrealismo.

Non omnis moriar” è l’iscrizione incisa nella tomba di Böcklin che ha dimostrato di essere in grado di sopravvivere come artista alle sue spoglie mortali: la resistenza dell’arte contro il tempo che scorre inesorabile.

[…] se dovessi dire del tutto apertamente ciò che ci si può aspettare dall’arte, le mie opinioni verrebbero interpretate come folli. Chi avrebbe potuto credere di sentir agire la musica prima di concepirla? Così la pittura deve riempire di sé l’anima. Finché non lo fa rimane uno stupido artigianato.” (Arnold Böcklin)