SALOTTIERO E RAFFINATO, DIVENUTO CELEBRE PER LA SUA POLIEDRICA ATTIVITÀ DI FOTOGRAFO, DISEGNATORE E COSTUMISTA, CECIL BEATON VOTÒ LA SUA ESISTENZA ALL’ALTARE DEL GLAMOUR.

I suoi atteggiamenti leziosi ed effemminati celavano un’omosessualità repressa, che ben lungi dal manifestare, lo portarono ad instaurare improbabili relazioni amorose con personaggi dalla sessualità ambigua, come la divina Greta Garbo.

Di tuttò ciò lui non se ne fece mai un dramma. Il suo scopo fu quello d’immortalare i simulacri dell’alta moda, le celebrities e i rampolli di sangue blu, convinto che tutto ciò fosse tremendamente chic.

 

GLI ESORDI

 

Cecil Beaton, Nancy Beaton come una stella cadente, 1928
Cecil Beaton, Nancy Beaton come una stella cadente, 1928

Nato a Londra il 14 gennaio 1904 da un facoltoso commerciante di legname, Beaton si appasionò ben presto alla fotografia grazie alla sua bambinaia.

Le sue prime foto, scattate con una Kodak 3A, avevano come soggetti i membri della sua famiglia messi in posa tra specchi, lenzuola ed oggetti appositamente sitemati.

Nel giovane pupillo era già evidente l’attenzione alla costruzione formale: una buona foto doveva essere il risultato di una visione d’insieme.

La sua intenzione era quella di coniugare l’artificio scenografico alla realtà quotidiana per creare accostamenti inconsueti.

Nel 1926 la grande occasione. In quell’anno vennero esposti alcuni suoi lavori in una galleria poco nota di Londra: l’enorme successo gli valse un contratto con la prestigiosa rivista di moda “Vogue”, per la quale comincerà a lavorare nel 1927, a soli ventitré anni.

 

LA NOTORIETÀ

 

Cecil Beaton, La Principessa Margaret in abito Dior, 1950
Cecil Beaton, La Principessa Margaret in abito Dior, 1950

A New York Cecil trovò terreno fertile per alimentare la sua estetica del lusso, costantemente a caccia di icone da ritrarre.

Divi del cinema, artisti, scrittori, cantanti e stelle dello sport, erano il cibo di cui si nutriva il suo obiettivo: datemi tutto purchè sia sfarzoso.

Ma ben presto si rese conto che il mondo dei ricchi e famosi non era poi così scintillante: il denaro non poteva comprare il buon gusto.

E così, se da una parte inseguiva il simulacro di una sontuosa eleganza, dall’altra si scagliava contro quel bel mondo che non rispecchiava la sua idea di bellezza.

Nell’esprimere la delusione di fronte alla mancanza di stile dell’high society, Cecil non risparmiava a nessuno le sue critiche taglienti.

Paragonava Katharine Hepburn ad uno “stivale rinsecchito”, considerava Peggy Guggenheimorribile e sciatta”, non esitava a bollare Virginia Woolf come “un suino”, definiva Leonard Bernsteindisgustoso e repellente”, riteneva del tutto “volgariElisabeth Taylor e Richar Burton a cui la stampa dell’epoca dedicava le sue pagine.

Arrivò persino a scagliarsi contro la casa reale inglese, commentando la bruttezza e grossolanità della principessa Anna.

La sua arte divenne così il rifugio dalla mediocrità del reale: il sogno di un mondo sublime prendeva forma nella sua opera.

Cerca di osare, essere differente e, soprattutto, di non essere mai pratico. Lotta contro ciò che è ordinario. Le routine avranno anche i loro fini, ma sono anche le nemiche assolute della grande arte.” (Cecil Beaton)

 

SCENOGRAFO E COSTUMISTA

 

Cecil Beaton, Audrey Hepburn per Vogue, 1964
Cecil Beaton, Audrey Hepburn per Vogue, 1964

La sua vocazione alla grandiosità, insieme all’attenzione per i dettagli, trovarono perfetta espressione nella sua attività di costumista e scenografo che gli valse, per ben tre volte, la vittoria agli Oscar.

Il primo film importante che lo vide al lavoro fu “Gigi” di Vincent Minelli. Tra memoria storica, sogno e realtà, Minelli e Beaton riuscirono a ricreare l’incantevole magia della Parigi di inizio Novecento.

Altre collaborazioni con il cinema e il teatro lo tennero impegnato, fino al grande trionfo del 1964 con “My Fair Lady” dove riuscì, in modo sublime, a conciliare leggerezza di concezione ed opulenza decorativa.

Indimenticabile l’abito bianco e nero indossato dalla protagonista, che divenne l’immagine esemplificativa del film e si guadagnò un posto di primo piano nella storia del costume.

Sul set di questo film Cecil conobbe Audrey Hepburn: tra il vanaglorioso artista e la sofisticata attrice si scatenò subito una sintonia particolare.

Audrey divenne il soggetto prediletto di molti suoi scatti e fu tra le prime persone che ringraziò quando, nel 1972, venne nominato cavaliere della Regina.

Ebbe il privilegio di essere risparmiate dalle pesanti frecciate del fotografo che, anzi, le riconobbe delle qualità da star: “ha più carattere che bell’aspetto. E’ intelligente, sveglia, schietta ma con tatto, tenera senza sdolcinatezza”.

 

GLI ULTIMI ANNI

 

Cecil Beaton, Ritratto di Mick Jagger, 1969
Cecil Beaton, Ritratto di Mick Jagger, 1969

Il trionfo hollywoodiano costituì l’apice della sua carriera che non si arrestò, ma seppe rinnovarsi prendendo strade diverse, più al passo con i tempi.

Nella scena internazionale si affacciavano le nuove leve della fotografia di moda, quali Richard Avedon ed Irving Penn, Beaton all’inizio ne rimase un po’ sconcertato tanto che, con la sua solita irriverenza, arrivò a scrivere nel “Journal”: “non ne posso più del mio solito vomito. Foto di modelle che sopravvivono solo finché restano impersonali o di vecchie e ricche arpie che posano come se avessero in bocca un panetto diburro che non si scioglie.”

Dopo l’haute couture, le celebrità, l’esperienza degli Oscar, Cecil si tuffò in una realtà a lui insolita: il mondo del pop.

Lasciata la patinata società blasonata, si ritrovò a stretto contatto con gli artisti del momento, molto più di tendenza e meno imbalsamati in rigide etichette di bon ton.

Fu una vera e propria scoperta documentata da scatti memorabili. Con molti di questi personaggi egli instaurò rapporti di amicizia, come con Andy Warhol, a cui lo legava una reciproca simpatica, o con Mick Jagger, che lo stregò con il suo fascino androgino: “ero affascinato dalle curve del suo corpo. Mick era un fenomeno raro. Era allo stesso tempo sexy e innocente. Avrebbe potuto essere un eunuco.”

Nel 1974, in seguito ad un ictus, Beaton rimase paralizzato nel lato destro del corpo. Ma non si diede per vinto. Reagì alle circostanze, imparando ad usare la mano sinistra ed adattando gli apparecchi fotografici alla situazione: il suo desiderio di esprimersi era più forte delle avversità.

Forse il secondo peggior crimine del mondo è la noia; poiché il primo è essere noiosi”, soleva dire.

Forte di questo mantra, fino alla sua morte, avvenuta il 18 gennaio 1980, Cecil Beaton si tenne sempre a debita distanza dalla noia, facendo della sua vita un perenne capolavoro.