NON IMPORTA CIÒ CHE FAI, MA IMPORTA COME LO VENDI: L’AVEVA CAPITO ANDY WARHOL E ANCOR PRIMA DI LUI SALVADOR DALÌ, UN AUTENTICO PRECURSORE IN QUESTO SENSO. Furono loro i primi artisti a fare di se stessi un personaggio, un’icona riconoscibile e riconosciuta. Senza troppe remore sfruttarono la potenza dei media per mutare i loro nomi in mito e la propria opera in oggetto del desiderio.

“L’arte riguarda l’esserci, qui e ora. Cogliere il giorno. cercare di cogliere la parte migliore del giorno.” (Damien Hirst)

 

ARTE COME PRODOTTO DI CONSUMO

 

Da Salvador Dalí a Andy Warhol, fino agli attuali divi del mondo dell’arte come Jeff Koons, ex agente di borsa, Damien Hirst, una creatura di Charles Saatchi, e Maurizio Cattelan, la perfetta rock star capace di trasformare gli oggetti in sensazionali effetti mediatici, tutti hanno cavalcato l’onda del commercio.

Grandi esperti di business, prima che artisti, i quali hanno ben inteso come oramai l’arte si giochi tra le piazze finanziarie di New York e di Londra.

Jeff Koons, Pink Ballon Dog, 1994-2006, installazione sul Canal Grande a Venezia, 2006
Jeff Koons, Pink Ballon Dog, 1994-2006, installazione sul Canal Grande a Venezia, 2006

Il loro cinismo ha trasformato l’arte in puro mercato e l’artista in una pop star: la prova della follia dell’arte.

L’opera d’arte in sé non interessa più a nessuno: è più bravo chi riesce a vendere di più, chi stupisce di più, chi comunica di più. S

pogliata dalla sua qualità intrinseca, l’arte viene giudicata in base ad una quotazione di prezzo.
Seguendo questa logica il gesto artistico autonomo, frutto di un genio creativo, può dirsi solo una pia illusione, stritolato com’è da dinamiche speculative.

Ecco che oggi gli artisti, celebrities dello star system, sono coloro che hanno arricchito l’opera di un valore aggiunto che è il brand, il marchio: l’arte svilita ad oggetto seriale trova la sua sigla originale nella personalità dell’artista, promossa e pubblicizzata fino allo spasimo.

Non esistono più capolavori perché non c’è più lavoro dietro al fare artistico, ridotto ad una provocazione, ad uno scandalo, ad un evento sensazionale e sensazionalistico: l’artista è il vero capolavoro di se stesso, ciò che è unico ed irripetibile e che, re Mida del mondo contemporaneo, trasforma in oro tutto ciò che tocca.

“Warhol è stato il primo a rendere accettabile che gli artisti pensassero ai soldi. Ma da un certo punto di vista è come se Warhol non ci fosse mai stato. Prima di lui e dopo di lui è come se gli artisti abbiano sempre pensato che i soldi arrugginiscono l’arte. Ma l’arte adesso è più popolare. Per quanto mi riguarda, penso che gli artisti debbano affrontare la questione soldi.(Damien Hirst)

 

FOR THE LOVE OF GOD DI DAMIEN HIRST

 

Damien Hirst, For the Love of God, 2007
Damien Hirst, For the Love of God, 2007

Soldi, denaro, successo, fama, a questo si è ridotta l’arte ai nostri giorni e ce lo confermano le aste che battono migliaia di dollari per opere che saranno destinate a svanire come bolle di sapone, perse nel dimenticatoio e nella vacuità della loro essenza.

For the Love of God” (“Per Amore di Dio”) rappresenta, a tal proposito, l’opera simbolo di un mondo dove l’arte è morta per rinascere sotto forma di denaro: 8.601 diamanti, per un totale di 1.106 carati, sono stati adoperati da Damien Hirst per decorare un teschio umano fatto di platino.

L’opera più costosa mai realizzata nella storia dell’arte costata 14 milioni di sterline e venduta al prezzo, da capogiro,  di 50 milioni di sterline.

Effige estrema della capitalizzazione dell’arte, ma anche feticcio glamour dell’arte che va di moda, il cranio di Hirst rappresenta il trionfo del lusso e dell’ostentazione, ma anche una sincera esternazione di come va e di chi guida il mondo.

La Grande Signora trionfa nel suo più sfavillante abito da sera: il tentativo di irridere la morte ma, soprattutto, l’immagine di un deciso ribaltamento dei valori.

 

IL DESTINO DELL’ARTE

 

Vi è ancora traccia di qualche artista che sogna di lasciare un segno attraverso opere durevoli, faticando, arrancando e, molto spesso, rimanendo estraneo ai luoghi dove si mercanteggia e dove l’arte diviene tale.
E’ tuttavia sempre più diffusa la convinzione che intessere una fitta rete di relazioni sia fondamentale perché le nostre azioni abbiano successo.

Ecco così proliferare le carriere di questi artisti per i quali la comunicazione conta più dell’opera stessa: un inutile gioco autoreferenziale a cui sembra si stia riducendo il mondo.

… già Andy Warhol realizzava la morte dell’arte. I suoi quadri erano brutti, ma il cinismo del suo lavoro era una novità. Oggi però quello stesso cinismo non è più riproponibile.

Non si può esporre di nuovo l’orinatoio di Duchamp. Eppure c’è chi lo fa. L’arte diventa così un passatempo divertente, al cui interno si può fare di tutto.

I risultati però non lasciano traccia. Si consumano immediatamente e si dimenticano. Quest’arte non intriga più, è solo consumo. […] è tutto il sistema dell’arte ad essere prigioniero della quantità, come dimostrano i musei alla ricerca del record di pubblico.

L’arte rischia di essere soffocata dal denaro e dai record. Non a caso, circolano molte opere che non hanno nulla a che vedere con l’arte. Oggi la vera arte è underground, sepolta sotto una valanga d’opere inutili e commerciali.

(Anselm Kiefer)