DANAE FU UNO DEI SOGGETTI PREDILETTI DELLA PITTURA, SOPRATTUTTO DI QUELLA RINASCIMENTALE.

Il richiamo colto del mito giustificava il tema, fortemente scandaloso, che vedeva quasi sempre la giovane ritratta nuda pronta ad accogliere il suo amante.

 

IL MITO

 

Tiziano Vecellio, Danae, dettaglio, 1545
Tiziano Vecellio, Danae, dettaglio, 1545

Danae era una principessa, figlia del re Acrisio, sovrano di Argo, e della regina Aganippe.

Non avendo figli maschi, il re interrogò l’Oracolo per sapere come procurarsi un erede: “Tu non avrai figli e tuo nipote ti ucciderà”, così si sentì rispondere.

Per impedire che ciò si avverasse, Acrisio decise di rinchiudere Danae in una torre dalle porte di bronzo, custodita da cani ferocissimi.

Nonostante tutte queste precauzioni, Zeus discese sulla fanciulla come una pioggia d’oro ed essa gli generò un figlio chiamato Perseo.

Quando Acrisio fu informato dell’accaduto, non ebbe il coraggio di uccidere la propria figlia e la abbandonò con il neonato in mare, all’interno di un’arca di legno.

Sospinta dalle onde presso l’isola di Serifo, l’arca venne ripescata da Ditti che, vi trovò, ancora vivi, Danae e Perseo.

Allevato nell’isola, Perseo crebbe e divenne adulto, dopo varie vicessitudini, capitò a Larissa per partecipare ai giochi funebri organizzati dal re Tetaumide.

Qui, durante una gara di lancio con il disco, Perseo colpì incidentalmente il nonno Acrisio e lo uccise.

Vani furono i tentativi per eludere le parole dell’oracolo: la profezia si era compiuta.

 

LE RAPPRESENTAZIONI E IL SIGNIFICATO

 

Mabuse (Jan Gossaert), Danae, 1527
Mabuse (Jan Gossaert), Danae, 1527

Le prime rappresentazioni del mito risalgono al V secolo a.C., si tratta di pitture vascolari dove la composizione è già quella canonica: la giovane sdraiata è pronta ad accogliere la pioggia dorata di Zeus.

Dall’arte greca a quella romana, il mito passò al medioevo cristiano il quale, per poterlo tollerare, dovette reinterpretare la storia in chiave moraleggiante.

Danae divenne così, di volta in volta, la donna peccatrice che soccombe alla tentazione, oppure un’allusione alla Vergine concepita per intervento divino.

Ma fu con il Rinascimento che il mito ritornò con tutta la sua autenticità e la sua prepotente carica sensuale.

Nel 1510, nel decorare la “Loggia di Galatea” per Villa Farnesina, Baldassarre Perruzzi somodò le vicende mitiche di Perseo, lasciandoci una delle prime immagini rinascimentali di Danae.

Assolutamente originale per concezione è invece la versione del fiammingo Mabuse (Jan Gossaert), firmata e datata 1527.

In una sorta di alcova architettonica, la fanciulla si denuda per accogliere il seme dorato di Zeus.

La sensualità della scena è stemperata in una rilettura cristiana: Danae come prefigurazione mariana dell’Annunciazione.

Di qui presero l’avvio tutta una serie di raffigurazioni più esplicitamente lussuriose, dove l’imago pudicitiae dell’interpretatio christiana lasciò il passo ad una visione pagana estremamente provocante.

 

Artemisia Gentileschi, Danae, 1612
Artemisia Gentileschi, Danae, 1612

Dal Correggio, con la sua raffinata sensualità, al Tiziano, con la sua voluttuosa carnalità, passando per il Seicento di Artemisia Gentileschi e di Rembrandt, l’episodio cavalcò l’onda dell’arte fino all’Ottocento inoltrato.

Diverse furono le interpretazioni a cui si prestarono questi dipinti. La pioggia d’oro che feconda Danae indicava l’incontenibilità del desiderio, capace di infrangere qualsiasi barriera, ma anche il potere degli dei che non si fanno ostacolare dagli uomini.

Radicando queste opere nel loro contesto storico, si può leggere il mito come metafora del rapporto di dipendenza che legava i ricchi committenti alle giovani mantenute oppure come una scena di prostituzione.

La vecchia, spesso presente nell’iconografia tradizionale, potrebbe indicare una mezzana intenta a vendere il giovane corpo della fanciulla.

Con questa accezione molto spesso la pioggia d’oro veniva rappresentata sotto forma di monete d’oro.

L’episodio si proponeva sia come massima esaltazione della bellezza femminile ma anche, in senso negativo, come la mercificazione di una donna dai facili costumi e la sua scalata verso l’alta società.

 

DANAE NELL’EPOCA MODERNA

 

Nel corso del Novecento l’evento, svuotato dai suoi significati originari, divenne un colto pretesto per raccontare una donna nuova, libera ed emancipata.

Il grande artista viennese Gustav Klimt, amante delle donne e adoratore della loro potenza sessuale, diede forma nel 1907 ad una moderna Danae, eroina della sua femminilità.

Una ragazza raffinata, dall’aspetto innocente, è spiata in un momento intimo.

 

Gustav Klimt, Danae, 1907
Gustav Klimt, Danae, 1907

Mollemente rannicchiata, con una calza che scivola voluttuosa lungo una gamba, la novella Danae accoglie l’umore divino allungando la mano verso la vulva, in un atto di masturbazione.

Il viso reclinato, la bocca socchiusa e l’espressione estatica, suggeriscono un momento di intenso godimento e di abbandono totale.

Con la sua linea fluente e la sua cromia preziosa, Klimt ha immortalato una donna del suo tempo, totalmente immersa nella scoperta della propria sessualità.

Anticamente sedotta, poi seduttrice ed infine padrona del proprio piacere, Danae è ora una giovane viennese che sfida le certezze virili della vecchia Europa.

L’erotismo, nella sua gioiosa celebrazione, diviene così l’unico antidoto possibile all’alienazione dell’individuo imposta dalla società moderna: l’utopia del sogno femminile per giustificare una diversa alchimia dell’esistenza.

 

Tu mi rammenti Danae, che una torre
di bronzo separava dalla luce
con un bronzeo carcere,
celeste. Chiusa tollerò sua pena;
anche per lei fu talamo un sepolcro.
Ed era illustre, o figlia la sua stirpe:
doveva custodire in grembo il seme
aureo di Zeus trasfigurato in pioggia.”

(Sofocle, Antigone)