IL MITO DI DIANA E ATTEONE HA INFIAMMATO LA FANTASIA DI NUMEROSI ARTISTI: LETTERATI E PITTORI SI CIMENTARONO SU QUESTO SOGGETTO RICAVANDONE, DI VOLTA IN VOLTA, SEMPRE DIVERSE E ORIGINALI INTERPRETAZIONI.

Sull’ apparato mitologico della vicenda si innestarono, nel corso dei secoli, le più disparate simbologie: dall’allegorismo medioevale, passando per la sua ricodificazione umanistica, fino ad una lettura più moderna volta ad una sua introspezione in chiave esistenziale.


COS’È IL MITO?


Per gli antichi greci il mito costituiva un racconto, originariamente orale, in grado di spiegare i misteri del mondo e di definire le relazioni tra gli dei e gli uomini: un tentativo di dare delle risposte ai quesiti fondamentali della vita.

In realtà il mito cela significati molto più complessi; sotto il manto della “bella favoletta” si adombrano le vicende politiche, sociali e religiose del tempo antico.

Nella sua versione più edulcorata, la mitologia si è prestata come affascinante oggetto di speculazione intellettuale: gli artisti di ogni epoca si sono sbizzarriti nel raccontare la loro versione del mito, il più delle volte attratti dai suoi aspetti più perversi e sanguinosi.


DIANA E ATTEONE, IL MITO

 

Giovan Battista Pittoni, Diana e Atteone, 1730
Giovan Battista Pittoni, Diana e Atteone, 1730

La tragica storia del giovane Atteone è narrata nel terzo libro de “Le Metamorfosi” di Ovidio.

Figlio di Aristeo e di Autonoe, Atteone venne allevato dal centauro Chirone, che lo addestrò all’uso delle armi.

Un giorno, durante una battuta di caccia, l’eore tebano si perse con i suoi cani in un bosco sconosciuto.

Cercando la via d’uscita, giunse in una radura con una grotta che all’interno custodiva un laghetto dall’acqua limpidissima, la fonte Parteia.

Qui Diana, la dea vergine, stava facendo il bagno nuda con le sue fedeli ninfe.

La dea, sorpresa da Atteone in questo momento di grande intimità, si adirò a tal punto da gettargli dall’acqua in faccia, trasformandolo in un cervo.

 

Tiziano Vecellio, Morte di Atteone, 1562
Tiziano Vecellio, Morte di Atteone, 1562

Da cacciatore Atteone divenne preda dei suoi cani che, non riconoscendolo, lo sbranarono, riducendolo in mille pezzi.

“[…] Mentre Diana si bagnava così alla sua solita fonte, ecco che il nipote di Cadmo, prima di riprendere la caccia, vagando a caso per quel bosco che non conosceva, arrivò in quel sacro recesso: qui lo condusse il destino.

Appena entrò nella grotta irrorata dalla fonte, le ninfe, nude com’erano, alla vista di un uomo si percossero il petto e riempirono il bosco intero di urla incontrollate, poi corsero a disporsi intorno a Diana per coprirla con i loro corpi; ma per la sua statura, la dea tutte le sovrastava di una testa.

Quel colore purpureo che assumono le nubi se contro si riflette il sole, o quello che possiede l’aurora, quello apparve sul volto di Diana sorpresa senza veste. […]” (Ovidio, “Le Metamorfosi”, Libro III, 2-8 d.C.)


DIANA E ATTEONE, LE RAPPRESENTAZIONI E IL SIGNIFICATO

 

Tiziano Vecellio, Diana e Atteone, 1556
Tiziano Vecellio, Diana e Atteone, 1556

L’episodio, seppure dai risvolti foschi, si configurava come una maliziosa scenetta cortese: il boschetto, la fonte, le fanciulle nude, l’occhio indiscreto dell’uomo, elementi fortemente suggestivi per una sua riproduzione.

Da Boccaccio che ne “La caccia di Diana” (1334) si servì del mito per celebrare alcune gentildonne napoletane, a Petrarca che nel “Canzoniere” (1336-1374) assunse le vesti di Atteone per testimoniare il suo amore per Diana (alter ego di Laura), fino a Giordano Bruno che in “De gli eroici furori” (1585) utilizzò la narrazione ovidiana per elevare l’amore a metodo di conoscenza.

Anche nelle sue versioni pittoriche la leggenda di Diana e Atteone si colorò delle valenze più disparate a seconda dell’epoca e dalla sensibilità del singolo artista: dal più semplice utilizzo dell’episodio in chiave erotica a quello più complesso, che spingeva a compiere una riflessione sulla condizione dell’uomo, costretto a soccombere alle forze del destino.

Vi fu chi attardò lo sguardo al momento della metamorfosi, come il Sodoma nel suo “Diana e Atteone” (1500), oppure chi si concentrò sulla scena del bagno, delizioso pretesto per un’esibizione di nudi femminili, come in una celebre interpretazione di Tiziano del 1556, ma perlopiù venne trascurata la parte più cruenta dell’episodio, che di certo non si prestava ad abbellire le dimore dei grandi signori.


PARMIGIANINO NELLA ROCCA SANVITALE DI FONTANELLATO

 

Parmigianino, decorazione per la rocca di Fontanellato, dettaglio del bagno di Diana, 1523
Parmigianino, decorazione per la rocca di Fontanellato, dettaglio del bagno di Diana, 1523

La più celebre e singolare traduzione pittorica di Diana e Atteone la troviamo a Fontanellato, per mano di un giovane Parmigianino.

Poco prima della sua partenza per Roma, nel 1523, il pittore venne chiamato dal duca Galeazzo Sanvitale per realizzare la decorazione di una piccola sala della rocca di Fontanellato.

La stanza si trovava al piano terreno del castello, appartata, quasi nascosta e completamente priva di finestre, era un luogo misterioso, tanto è vero che si è molto discusso sulla sua reale destinazione: vista come una sala da bagno con cui ben si sposa il tema del “bagno di Diana”, oppure legata agli interessi alchemici del conte, oppure, secondo la teoria più convincente, come il sacrario privato per la morte prematura del figlio di Galeazzo e di Paola Gonzaga.

 

Parmigianino, decorazione per la rocca di Fontanellato, dettaglio di Atteone trasformato in cervo, 1523
Parmigianino, decorazione per la rocca di Fontanellato, dettaglio di Atteone trasformato in cervo, 1523

L’impianto del ciclo è un esplicito omaggio a Correggio nella sua camera della Badessa (1519), tuttavia l’atmosfera dell’idillio mitologico è completamente diversa: in Parmigianino tutto viene sublimato a materia preziosa ed esclusiva, di un’eleganza sofisticata e distaccata.

La pergola fiorita di rose, dove scherzano graziosi putti, si apre sulla volta in un occhio di cielo dove è incastonato, come un gioiello, uno specchio, forse un’allusione alla luna simbolo di Diana, e che inserisce nella favola agreste, riportata nelle quattordici lunette sottostanti, un tocco lievemente inquietante nel suo riflettere, deformandoli, spazio e figure.

Un vero e proprio capolavoro per ideazione ed esecuzione, tra le opere più famose del Rinascimento.

 

DIANA E ATTEONE NEL NOVECENTO

 

Il mito di Diana e Atteone alimentò la creatività degli artisti fino a Settecento inoltrato per poi perdere vigore, sostituito da argomenti più attinenti alla realtà quotidiana.

Tuttavia il mito non sparì del tutto: esso continuò ad esercitare la sua influenza culturale in quanto archetipo primordiale.

In epoca moderna un poeta e una pittrice riesumarono il racconto di Diana e Atteone nell’ottica di una più generale rivisitazione della tradizione.

Il poeta statunitense Ezra Pound nei suoi “Cantos” (composti tra il 1915 e il 1962) si appropriò del mito ovidiano, nella convinzione che il presente si potesse comprendere meglio guardando al passato e, in modo particolare, a quel patrimonio eterno ed universale tramandatoci dagli antichi: poema sconfinato ed esaltante che traccia la nostra storia di uomini.


Atteone,/ In una valle folta di foglie/ La foresta rigetta il sole che abbaglia […]/ Né raggio, né scheggia di sole,/ né un disco di bagliore solare/ Percuote le acque scure,/ Né spruzza sulle ancelle, bianche, intorno a Diana./ Che fa di clarità l’aer tremare,/ arruffando lor chiome […]/ I molossi brancan Atteone,/ Cervo maculato silvano;/ Le trecce, grevi/ come fascio di grano, lampeggiano,/ I cani sbranano Atteone,/ Cervo maculato silvano […]” (Ezra Paund, “The Cantos”)

 

Frida Kahlo, Il cervo ferito, 1946
Frida Kahlo, Il cervo ferito, 1946

Nel 1946 la rivoluzionaria artista messicana Frida Kahlo giunse ad identificarsi con Atteone, interpretando ne “Il cervo ferito” la parte del cacciatore diventato preda: un cervo con il volto della pittrice ed il corpo trafitto da nove frecce.

Qui il mito è un colto pretesto per esibire le sofferenze della sua persona, elevate a simbolo dell’umana esistenza.

Sono un piccolo cervo che vive nelle montagne. Poiché sono selvatico, non scendo a dissetarmi durante il giorno. Di notte, a poco a poco, vengo tra le tue braccia, amore mio.”