ITALIANO DI FERRARA, GIOVANNI BOLDINI FU UNO DEGLI INTERPRETI PIÙ SORPRENDENTI DEI FASTI DELL’EUROPA DI FINE SECOLO.

Inconsapevole della catastrofe che di lì a poco si sarebbe abbattuta sotto forma di una guerra dalle proporzioni mondiali, il vecchio continente consumava i suoi ultimi bagliori con leggerezza e vanità.

“Quella della Belle Époque fu una società che visse inconsapevolmente su un campo minato.” (Paul Morand)

 

LA BELLE ÉPOQUE

 

Giovanni Boldini, La signora in rosa, Ritratto di Olivia de Subercaseaux Concha, 1916
Giovanni Boldini, La signora in rosa, 1916

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento l’Europa sembrava attraversare il suo periodo più grandioso: una stagione splendente dove l’espansione economica correva di pari passo con lo sviluppo frenetico della tecnica, degli stili e dei gusti artistici.

La parola d’ordine del momento era novità. Una smania del nuovo in quanto nuovo che alimentò la vendita di prodotti moderni ed intensificò i cambiamenti in campo filosofico ed artistico, sotto l’egida di una moda capricciosa e volubile.

Parigi fu il cuore pulsante di questa corsa in avanti che la società del tempo stava compiendo: la Ville Lumière con i suoi teatri, i suoi bistrot, i suoi caffè e le sue luci risplendenti, incarnava il simbolo di quest’epoca mondana e febbrilmente gioiosa.

Ovunque serpeggiava eccitazione, il sentimento collettivo era dominato dall’euforia per il cambiamento; prendevano vita i primi grandi fenomeni di costume: dalle esposizioni universali ai grandi magazzini, dalle vacanze al mare alle gare sportive, dalle corse automobilistiche ai voli in aeroplano.

Il tempo pareva scandito da una concezione eraclitea dove a prevalere era il momento sulla durata: la realtà non è un essere ma un divenire, non uno stato, ma un evento.

In questa Parigi spumeggiante, sensuale, frivola e gaudente giunse, nel 1871, Giovanni Boldini, uno sconosciuto emiliano pronto a conquistare la città, riscattandosi da una sorte che lo aveva defraudato alla nascita di fascino, altezza e ricchezza.

 

GIOVANNI BOLDINI

 

Giovanni Boldini, Ritratto di Martha Bibescu, dettaglio, 1911
Giovanni Boldini, Ritratto di Martha Bibescu, dettaglio, 1911

Italiano di Ferrara, dove nacque il 31 dicembre 1832, e profondamente legato alla tradizione pittorica del suo paese, si tuffò nella scalpitante vita parigina per affermarsi come il pentre mondain per eccellenza, il più parisien fra i tanti italiani che emigrarono a Parigi in quegli stessi anni.

Piscia quadri quasi ridendo”, diceva di lui Diego Martelli, sottolineando la prolificità del little italian; paesaggi della Senna, vie e carrozze di Parigi, cavalli bianchi impennati o neri e furenti, ma soprattutto ritratti, ritratti di colleghi pittori, di musicisti, di politici e di donne, contesse, attrici o amanti.

Le donne, protagoniste indiscusse della belle èpoque, trovarono in Boldini un interprete d’eccezione, capace di raccontare questa femminilità ritrovata, fatta di giochi di seduzione e di ambiguità, di vita pubblica e di vita privata dai risvolti torbidi e delittuosi.

La donna è senza dubbio una luce, uno sguardo, un invito alla felicità, e talvolta il suono di una parola; ma soprattutto è un’armonia generale, non solo nel gesto e nell’armonia delle membra, ma anche nelle mussole, nei veli, negli ampi e cangianti nembi di stoffe in cui si avvolge, che sono come gli attributi e il fondamento della sua divinità.”

Con queste parole Charles Baudelaire cantava, nel 1863, l’essenza della femminilità a lui contemporanea, parole che paiono anticipare le altere e bellissime donne di Boldini.

Donne che si pettinano, donne alla toeletta, che danzano o si adagiano su morbidi cuscini; donne dai seni piccoli e dalla vita strizzata in rigidi bustini di stecche di balena; donne in abiti vaporosi di chiffon che trascorrono le loro esistenze dorate fra i suoni e i divertimenti di una società fatta, per la prima volta, a loro immagine e somiglianza.

 

LO STILE

 

Giovanni Boldini, Ritratto di donna Franca Florio, 1924
Giovanni Boldini, Ritratto di donna Franca Florio, 1924

Con una pittura veloce, teatrale e brillante, Boldini immortalò i nomi più in vista dell’high society: dalla Duchessa di Malborough alla cilena Emiliana Concha de Ossa, consorte del banchiere Arthur Veil-Picard; dalla Contessa Gabrielle de Rasty, che rubò il cuore dell’artista, alla rapace e trasgressiva marchesa Luisa Casati.

Femmes fatales sensuali e seducenti, belle fra le belle alle quali Boldini non esitava a rifinire i fianchi, assottigliare i colli, tornire gli zigomi e gonfiare le labbra, attento a lusingare la vanità di queste gentili signore.

Bravissimo, ma altrettanto furbo, il ferrarese aveva infatti ben compreso che un ritocco al naso e un seno in trasparenza, mescolati con un quintale di cipria e di bistro, erano gli ingredienti ideali per assicurarsi l’amore delle sue donne e quello dei loro portafogli.

Nella sua casa-atelier in Boulevard Berthier si accalcavano ricche dame ma anche uomini illustri, entrambi smaniosi di possedere un ritratto firmato Boldini.

In una società che aveva eletto l’apparenza a simbolo di potere e di affermazione, titolati vanesi e vanagloriosi borghesi erano disposti ad esibirsi nelle pose più inusuali davanti al cavalletto di Boldini pur di immortalare la loro effigie nella tela.

Lo straordinario successo di Boldini come ritrattista fu merito anche del suo stile inconfondibile, consono al gusto glamour del tempo, ma carico di una personalissima intuizione pittorica che, nelle sferzate vibranti di luce e di colore, seppe anticipare di mezzo secolo l’informale europeo.

La sua sprezzante facilità pittorica, l’aggressività dirompente dei suoi personaggi, la sua eccitazione continua, fecero di Boldini un caso unico, almeno fra gli italiani suoi contemporanei.
La sua pittura trasuda bravura e volgarità: un prodigio tecnico che volutamente non tocca mai il cuore.

Tra Boldini e i suoi soggetti vi è sempre una decisa e netta distanza sentimentale: quella società che lo volle e lo fece grande venne sapientemente usata e sottilmente denigrata attraverso le abili setole del suo pennello.

Boldini è stato il pittore della sua epoca, dipingeva le donne coi nervi a pezzi, affaticate da questo secolo tormentato. Le sue prostitute amoreggianti, attorcigliate in guaine di seta dalle increspature fosforescenti, dai corsetti infiorettati, le gambe impazzite, epilettiche, le braccia allungate, terminanti con mani frangiate come l’uva – queste visioni folgoranti e zigzaganti come emanazioni di calore, tutti questi brividi, questi tremori, queste contrazioni, sono in sintonia con quest’epoca di nevrosi.” (George Gursat)

Giovanni Boldini si spense a Parigi l’11 gennaio 1931. Come richiesto nelle disposizioni testamentarie, fu sepolto a Ferrara nel Cimitero Monumentale della Certosa.