Nel 1947 un Henri Matisse acciaccato e stanco, reduce da un’operazione che lo costrinse tra il letto e la sedia a rotelle, elaborò un modo del tutto originale per poter dare sfogo alla sua creatività: i papiers gouaches découpés (carte dipinte e ritagliate).

Presta le tue orecchie alla musica, apri i tuoi occhi alla pittura, e… smetti di pensare! Chiediti solamente se lo sforzo ti ha permesso di passeggiare all’interno di un mondo fin qui sconosciuto. Se la risposta è sì, che cosa vuoi di più?

(Vassilij Kandinskij)

 

MUSICA E PITTURA, L’ALCHIMIA SOVRANA

 

Henri Matisse, Il mangiatore di spade, dalla raccolta Jazz, 1947
Henri Matisse, Il mangiatore di spade, dalla raccolta Jazz, 1947

Musica e pittura sono pervase da un medesimo sentimento: una sottile alchimia lega questi due linguaggi fin dalla notte dei tempi.

L’intera storia dell’umanità è disseminata di sforzi per tradurre i suoni in colori, e viceversa, nella consapevolezza dell’esistenza di un legame spirituale fra queste due espressioni artistiche.

Anche il vocabolario ci offre una preziosa testimonianza della loro unione: colore, timbro, tonalità, armonia, ritmo, movimento, struttura, composizione, sono solo alcuni dei tanti termini comuni alle due discipline.

Comune fu anche il loro destino. Per lungo tempo entrambe furono ritenute come le sorellastre povere delle più sofisticate arti liberali.

Nell’antichità alla musica era concesso di appartenere al quadrivio solo in quanto scienza matematica, mentre le arti figurative non venivano neppure prese in considerazione, trattandosi di mestieri d’artigianato la cui rivalutazione si ebbe solamente con il Rinascimento.

Ma fu soprattutto in epoca moderna, per mezzo delle grandi avanguardie storiche, che musica e pittura furono oggetto di vere e proprie teorizzazioni; lo scopo era quello di giungere all’opera d’arte totale, ossia di evocare quelle sottili corrispondenze presenti tra le diverse forme d’arte in nome di un’Arte unica e suprema.

 

HENRI MATISSE E I PAPIERS DÉCOUPÉS

 

Henri Matisse, Il cavallo, il cavaliere e il clown, dalla raccolta Jazz, 1947
Henri Matisse, Il cavallo, il cavaliere e il clown, dalla raccolta Jazz, 1947

Nel 1947 un Henri Matisse acciaccato e stanco, reduce da un’operazione che lo costrinse tra il letto e la sedia a rotelle, elaborò un modo del tutto originale per poter dare sfogo alla sua creatività: i papiers gouaches découpés (carte dipinte e ritagliate).

Invece di disegnare il contorno e inserirvi il colore, disegno direttamente nel colore”, così spiegava la sua tecnica Matisse, che consisteva nel ritagliare nella carta colorata delle silhouettes, assemblate poi assieme ponendo attenzione unicamente all’equilibrio compositivo delle linee e dei colori.

Una novità assoluta nel campo dell’arte: nessun artista, fino ad allora, aveva mai concepito una simile soluzione formale.

Non c’è frattura tra i miei vecchi quadri e i découpages: ho solo raggiunto con più assolutezza, con maggiore astrazione una forma decantata fino all’essenziale.

(Henri Matisse)

 

LA NASCITA DI “JAZZ”

 

Henri Matisse, Icaro, dalla raccolta Jazz, 1947
Henri Matisse, Icaro, dalla raccolta Jazz, 1947

Tériade, un editore geniale, vedendo alcune di queste opere nello studio di Matisse, lo convinse a realizzare un libro composto da venti tavole colorate inframmezzate da pensieri vergati con inchiostro nero e pennello.

Il risultato fu “Jazz”: un miscuglio di parole ed immagini che seguono il principio dell’ improvvisazione ritmica tipica del jazz.

I testi, riflessioni sulla vita del pittore, “si possono leggere o non leggere”, come sosteneva lo stesso Matisse, ma servono come “sfondo sonoro per far risaltare le immagini, come gli aster servono in un bouquet per far risaltare gli altri fiori.”

In origine il titolo dell’opera doveva essere “Cirque” (Circo), ma, in perfetto accordo con l’editore, Matisse decise che “Jazz” potesse essere più evocativo di quel senso di libertà e di leggerezza che contraddistingueva questa raccolta di ricordi: venti immagini per raccontare un’intera vita.

Anche Matisse come un jazzista improvvisava su di un tema stando attento all’armonia dell’insieme: “non basta mettere i colori, per quanto belli, gli uni accanto agli altri; bisogna anche che questi colori reagiscano gli uni con gli altri. Sennò è cacofonia. Jazz è ritmo e significato.”

In quel lontano 1947, quando Matisse componeva questa straordinaria opera, Saint-Germain-de-prés iniziava ad essere invasa dai jazzisti americani: i francesi allora un po’ fuori moda si entusiasmavano per Sidney Bechet e per lo stile del suo sax soprano, i giovani si esaltavano per i guizzi nevrotici di Charlie Parker e lo scrittore Boris Vian mentre scriveva libri surreali suonava la tromba in un gruppo jazz.

Il jazz impazzava un po’ dappertutto e un Matisse quasi ottantenne riuscì a cogliere l’atmosfera di questa sonorità, dimenticando la tecnica e conservando solo la “freschezza dell’istinto”: un assolo poliritmico, dove le immagini “cromatiche e ritmate” si susseguono alla grafia “sonora”.

Sfogliando le pagine di questo libro ci troviamo di fronte alla purezza dell’improvvisazione: grafia di curve che si trasforma in calligrafia, immagini e segni colorati che diventano ritmi sincopati di una sonata data a colpi di forbice.

Un musicista ha detto che in arte la verità, o il reale, comincia quando non si capisce più nulla di quello che si fa, di cosa si sa, e resta in voi un’energia tanto più forte quanto più è contrariata, compressa, pressata.

(Henri Matisse)

 

Henri Matisse nel suo studio, 1953
Henri Matisse nel suo studio, 1953

E fu così che il grande vecchio, che non sapeva nulla di Charlie Parker e del bebop, con le mani e dei fogli colorati intonò la sua dolce musica, allegra e svagata, ma assieme intensa e struggente: un miscuglio perfettamente equilibrato di infanzia ritrovata, nelle carte ritagliate, e di innovazione formale, nella raffinata semplificazione delle forme.

Un creare sperimentando che Matisse riuscì a portare a compimento perchè completamente padrone dei propri mezzi, delle regole e della grammatica figurativa: un adulto che strizza gli occhi ai bambini nella sua voglia di divertire e di divagare a ritmo di jazz.

 

Il sentimento è nemico solo quando non si sa esprimerlo. E bisogna esprimerlo interamente. Se non si prova ad andare fino in fondo si raggiungono solo delle approssimazioni. Un artista è un esploratore. Cominci col cercarsi, col vedersi agire. Soprattutto non si accontenti facilmente.

(Henri Matisse)