SIMBOLO DI DEVOZIONE E DI REGALITÀ, PER LA SUA AFFINITÀ CON LA DIVINITÀ SOLARE,  SOGGETTO MOLTO AMATO DA POETI E PITTORI, AL GIRASOLE È LEGATA UNA LEGGENDA ASSAI STRUGGENTE.

 

IL MITO

 

Ovidio, nelle sue “Metamorfosi”, narra dell’infelice storia d’amore tra Clizia ed Apollo.

La ninfa, perdutamente innamorata del dio, venne da questo tradita e cominciò così a deperire, rifiutando di nutrirsi.

Seduta a terra, immobile, ella osservava nostalgica il dio che conduceva in cielo il carro del Sole: “per nove giorni, senza toccare né acqua né cibo, digiuna, si nutrì solo di rugiada e di lacrime e mai si staccò da quel posto; non faceva che fissare il volto del dio che passava, seguendone il giro con lo sguardo”.

Apollo, impietosito, tramutò la fanciulla in un fiore in grado di cambiare inclinazione secondo lo spostamento del sole: il girasole.

In realtà Ovidio non faceva menzione della natura del fiore, anche perchè il girasole fu importato in Europa solo nel Sedicesimo secolo, ma i pittori barocchi identificarono il fiore di Ovidio con il girasole che, per questo motivo, divenne simbolo di fedeltà.

 

RAPPRESENTAZIONI E SIGNIFICATI

 

Antoon Van Dyck, Autoritratto con girasole, 1632-1633
Antoon Van Dyck, Autoritratto con girasole, 1632-1633

E proprio con il significato di fedeltà il girasole si ritrova spesso nei ritratti, come nel celebre “Autoritratto con girasole” di Antoon Van Dyck (1632-1633), dove l’artista ostenta la collana d’oro che il re Carlo I gli aveva donato nel nominarlo Sir e primo pittore di corte.

Il girasole esprime il rapporto che lega il vassallo al re, un rapporto di sudditanza simile a quello del fiore che segue sempre il corso del sole.

Riconoscenza, sottomissione, lealtà, sono le caratteristiche distintive del fiore che lo resero appetibile come soggetto per molti artisti: un sottile ed ingegnoso modo di rendere omaggio ai propri mecenati e committenti.

 

VINCENT VAN GOGH E PAUL GAUGUIN

 

Al girasole è intimamente legato il nome di Vincent Van Gogh, che ne fece il protagonista di una serie di quadri; numerose varianti di uno stesso tema.

La prima serie venne dipinta a Parigi nel 1887 mentre la seconda, assai più famosa, risale al suo soggiorno ad Arles, tra il 1888 ed il 1889.

Nella speranza di vivere con Gauguin in un nostro studio, mi piacerebbe realizzare una decorazione per l’ambiente. Mi piacerebbero molto dei grandi girasoli”, scriveva a quell’epoca Van Gogh al fratello Theo.

Gioia, entusiasmo, felice attesa di una nuova comunione artistica con Gauguin, sono i valori positivi che l’artista esprime attraverso i girasoli, siano essi appassiti, fioriti o raccolti in un vaso.

Ma in Van Gogh la valenza del soggetto rappresentato perde d’importanza rispetto all’atto della rappresentazione stessa: per Van Gogh è essenziale colpire il cuore, l’anima, ferire con la pittura.

I suoi girasoli vivono di vita propria, indifferenti alla loro valenza naturalistica; essi non traducono una realtà oggettiva, ma sono l’espressione di un mondo interiore che si rivela attraverso la violenza delle forme e dei colori.

Anche l’amico Gauguin dipinse dei girasoli, non tanto famosi come quelli di Van Gogh, ma altrettanto sorprendenti.

In Gauguin prevale l’elemento spirituale più che la vertigine emotiva: Van Gogh si piega alla forza della natura, Gauguin piega la natura al suo stile pittorico.

Nel 1901 Gauguin si fece inviare a Parigi dei semi di girasole da trapiantare nel giardino della sua dimora.

In quell’anno egli dipinse quattro nature morte aventi come protagonista il fiore del girasole.

Sono delle tele molto costruite e studiate, dove è possibile cogliere elementi fortemente suggestivi.

In ognuna di esse si nota un girasole con un enorme occhio nel centro, un richiamo esoterico affine all’estetica mistica di cui si fece portavoce.

 

EGON SCHIELE E GUSTAV KLIMT

 

Un’altra famosa coppia si cimentò con questo tema: Gustav Klimt ed Egon Schiele.

Contemporanei, austriaci, entrambi protagonisti di quel fervido clima culturale che si respirava nella Vienna di fine secolo.

In Klimt il girasole diventa parte integrante del tessuto cromatico e decorativo: un’esplosione di linee e di colori che trasformano il dettaglio naturalistico in un magico arazzo senza confini.

Per Schiele il girasole è l’esemplificazione della sua tragica visione della realtà.

Mentre Klimt lo coglie nella sua versione più sontuosa e lussureggiante, Schiele lo riduce ad un fiore avvizzito.

Tutto ciò che sta vivendo è già morto”, affermava Schiele, e così nella natura egli cercava lo specchio dell’esperienza angosciante della precarietà esistenziale: i suoi fiori e i suoi alberi parlano sempre di vita appassita, di foglie vizze, di umori sterili.

 

Nell’arte moderna il girasole ha continuato a solleticare la fantasia degli artisti, allontanandosi sempre di più dall’originario significato simbolico, per diventare strumento di rappresentazione del loro mondo interiore.

 

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.”

(Eugenio Montale, Portami il girasole ch’io lo trapianti, Ossi di Seppia, 1925)