CONSIDERATO COME UNO DEI PIÙ GRANDI FOTOGRAFI DEL NOVECENTO, IRVING PENN DESIDERAVA PER SE STESSO UNA CARRIERA DI PITTORE, MA, BEN PRESTO, SI RESE CONTO CHE SAREBBE SEMPRE RIMASTO UN MODESTO IMBRATTATELE.

Fu così che il suo grande amore per la pittura lo riversò nella fotografia, attraverso la quale raggiunse le più alte vette della gloria.

 

GLI ESORDI

 

Irving Penn, Copertina per Vogue, ottobre 1943
Irving Penn, Copertina per Vogue, ottobre 1943

Irving Penn, il “Picasso dei fotografi“, nacque a Plainfield nel il 16 giugno 1917.

Studiò pittura e illustrazione alla Philadelphia Museum School of Industrial Art dove conobbe il fotografo Alexey Brodovitch.

Inizialmente lavorò come assistente di Brodovitch per la rivista “Harper’s Bazaar” e nel 1930 acquistò la sua prima macchina fotografica, una Rolleiflex.

La grande svolta avvenne nel 1943 quando l’allora direttore di “Vogue“, Alex Liberman, gli affidò la copertina della sua sofisticata rivista.

Per l’occasione Penn inventò una composizione astratta con accessori di moda che scandalizzò i redattori ma che conquistò immediatamente il direttore: “eravamo visti come pericolosi attentatori delle buone maniere”, disse a riguardo Liberman.

Lo scatto di Penn proponeva una sorta di natura morta, composta da un guanto, una borsa e una cintura, ripresi da vicino su di un tavolo di legno con un quadretto con dei limoni sullo sfondo. Un’immagine decisamente innovativa che proponeva uno stile riconoscibile e glamour, classico nella sua semplicità, indubbiamente influenzato da ispirazioni grafiche.

 

RITRATTI E NATURE MORTE

 

Irving Penn, Salvador Dalì, 1947
Irving Penn, Salvador Dalì, 1947

Il sodalizio con “Vogue” fu lungo e proficuo, Penn realizzò per la rivista ritratti e still life straordinari nella loro nitidezza e nel loro rigore.

Egli sfrondò la foto di moda da inutili decori e da virtuosismi barocchi, convinto che l’ambientazione dello scatto non avesse importanza: non vi era bisogno di location mozzafiato, luce e soggetto erano i soli elementi necessari a trasmettere il messaggio.

Non cercò mai, come fecero i suoi predecessori, l’arredamento intonato con l’abito da sera o il raffinato ristorante, era sufficiente uno sfondo neutro per isolare ed esaltare il soggetto.

Anche nelle sue nature morte egli catturò la poesia delle cose senza sofisticazioni o l’uso di sovrabbondanti elaborazioni.

Scatti puliti eppure non convenzionali, caratterizzati da quel particolare aggiunto per sbilanciare un equilibrio troppo perfetto: il guizzo caratteristico di Penn che spezza una linea troppo prevedibile.

 

Irving Penn, Natura morta con anguria, 1947
Irving Penn, Natura morta con anguria, 1947

Il granulo di pepe, il seme di anguria, il gheriglio di noce, così come la vespa appoggiata sul limone o la formica che cammina sul formaggio, sono perfetti elementi di disturbo di una superficie troppo nitida: il disordine della vita reale che erompe nella composizione, riportando entro la normalità delle immagini che altrimenti sarebbero di una perfezione abbacinante.

Con le sue foto Penn riuscì a rinnovare i generi tradizionali della fotografia, servendosi solamente dell’uso magistrale della sua macchina.

Nei ritratti dimostrò una straordinaria empatia, una sorta di sesto senso che gli permise di entrare in sintonia con la persona.

Mentre nella natura morta il fotografo ha il controllo assoluto sull’oggetto, nel ritratto il controllo è subordinato alla volontà del soggetto, l’abilità di Penn risiedette in quella sua innata capacità di trovarsi in perfetta sinergia con i suoi soggetti, alimentando in questo modo uno scambio di emozioni reciproco.

 

REPORTAGE

 

Irving Penn, Sigaretta n. 8, 1972
Irving Penn, Sigaretta n. 8, 1972

Verso gli anni Settanta, Penn iniziò ad accorgersi che il mondo della moda si stava allontanando dal suo sentimento di artista.

Ecco che allora, pur continuando a svolgere il suo lavoro per il fashion system, sempre più legato a rozze logiche di mercato, volse il suo scatto verso le etnie tribali, ricercando lo stile lì dove non c’era civiltà, e verso i detriti urbani, vestigia di una civiltà sepolta.

Allontanatosi dalle celebrities, Penn si concentrò sullo sporco del pavimento.

Mozziconi di sigaretta, avanzi di cibo, ossa, teschi umani e animali, ferraglie di vecchi macchinari, divennero i modelli preferiti delle sue foto, trovando riscatto dalla loro anonima bruttezza come eleganti composizioni dal sapore astratto.

Se nelle foto di moda descrisse vizi e virtù di un certo tipo di società, in quelle personali Penn delineò i limiti che tali vizi e virtù trovavano di fronte al trascorrere del tempo e all’erosione della morte.

Mirabile artigiano della fotografia, capace di trasformare un semplice editoriale in un evento visivo come di creare audaci accostamenti di polli e tacchini spennati, Irving Penn fu una sorta di reporter culturale.

I suoi scatti conservano l’impronta di un lavoro onesto, condotto con dedizione e passione, lontano dalla volgarità e da puri interessi commerciali.

Irving penn, Formaggio, 1992
Irving penn, Formaggio, 1992

 

Un buon fotografo è una persona che comunica un fatto, tocca il cuore, fa diventare l’osservatore una persona diversa.(Irving Penn)

 

 

 

 

 

Consulta il sito ufficiale:

https://irvingpenn.org/