Fantasia e dedizione, accortezza e generosità, immaginazione e controllo, sono caratteristiche tipiche della mentalità catalana e costituiscono utili indizi per comprendere l’opera e la personalità di Joan Mirò.

“Ciò che mi interessa è la calligrafia di un albero, delle tegole di un tetto, foglia per foglia, ramo per ramo, filo d’erba per filo d’erba.”

(Joan Mirò)

 

INFANZIA E GIOVINEZZA

 

Figlio di un orologiaio e nipote di un fabbro, Joan Mirò nacque a Barcellona il 20 aprile 1893.
Cominciò a disegnare molto presto, all’età di otto anni.

Joan Mirò, Mont-roig del Camp la chiesa e il paese, 1919
Joan Mirò, Mont-roig del Camp la chiesa e il paese, 1919

Impiegatosi a diciassette anni come contabile, affiancò al suo lavoro l’attività artistica.

Nel 1912, dopo un periodo di convalescenza trascorso nella casa di famiglia a Mont-roig del Camp, Mirò decise di dedicarsi esclusivamente alla pittura, frequentando l’Accademia Galì e il Circolo Artistico di Sant Lluc.

Nelle sue prime prove si può scorgere l’occhio di un uomo innamorato della sua città; esse parlano dei ferri battuti, dei cancelli e dei balconi di Barcellona, ammiccando alle decorazioni bizantine e alla tradizione romanica imperante.

Fino ai primi anni Venti del Novecento le composizioni di Mirò paiono emergere come colate laviche induritesi nelle forme, più che dipinte sembrano essere sbalzate, smaltate, tornite, presenze solide e granitiche ricomposte in una lucida e cristallina stilizzazione.

 

IL PERIODO PARIGINO

 

Se vuoi venire a Parigi a combattere, allora è un grosso errore lasciare passare il tempo, per indolenza, e credere che domani le cose andranno meglio.

Il domani, me ne frego: quello che mi interessa è l’oggi.

In altre parole preferisco mille volte, te lo dico con tutta sincerità, essere assolutamente un fallito, mortalmente fallito a Parigi, piuttosto che galleggiare sulle acque putride di Barcellona.

(Joan Mirò)

E così, fedele ai suoi propositi, nel 1921 Mirò si trasferì a Parigi, all’epoca una grande fucina di artisti e di idee.

Qui conobbe Pablo Picasso, Max Jacob, Max Ernst ed entrò in contatto con i circoli surrealisti.
A questi periodo risale la maturazione dello stile che lo rese noto al grande pubblico: una sintassi formata da vocaboli stralunati e fantastici, frutto di un’anima serena e senza macchia.

“Davanti a un albero sento una violenta emozione, come qualcosa che respira, che parla. In un certo senso anche l’albero è umano.”

(Joan Mirò)

 

LO STILE

 

Un’opera piacevole allo sguardo, capace d’incantare adulti e bambini, ma che cela, nella sua apparente semplicità, la complessità di un mestiere forgiato nella dura lavorazione dei metalli.

Mirò per molto tempo equiparò il proprio stile alla creazione fisica della materia: una disciplinata composizione di intarsi, intrecci e incastri policromi.

La pittura di Mirò sprigiona lievità e candore, lontana dagli abissi paurosi e dalle intenzioni filosofiche, essa si muove leggera come un verso poetico, vibrando come un brano musicale nelle corde del nostro animo.

Joan Mirò, Il Carnevale di arlecchino, 1924-1925
Joan Mirò, Il Carnevale di arlecchino, 1924-1925

Alambicchi, pentagrammi squassati, aquiloni, palloni, fiori, maschere, buffi mostri, un bestiario giocoso popolato di pesci, gatti, mucche uccelli, e poi ancora fiocchi, maschere, scale, stelle, strisce, scritte, micro e macro organismi: note figurate di una grandiosa ed equilibrata sinfonia compositiva.

Con straordinaria armonia le immagini si dispiegano nello spazio, occupando ognuna il posto che le è proprio di diritto: capricci che si librano e si incontrano, si spandono e si chiamano l’un l’altro, festeggiando carnevali continui.

 

Mirò era la grande libertà. Qualcosa di più aereo, di più libero, di più leggero di tutto quanto avessi visto. In un certo senso era assolutamente perfetto. Non poteva fare un punto senza farlo cadere nel punto giusto.

Egli era talmente pittore che gli bastava lasciar cadere tre macchie di colore sulla tela, perché essa esistesse e costituisse un quadro.

(Alberto Giacometti)

Forme organiche e biologiche ispirate, prima ancora che dal clima surrealista, dalla sua origine umile e campagnola, dall’attaccamento alla terra, a quell’ambiente rurale della località catalana di Mont-roig del Camp dove Mirò trovò la sua prima ed autentica vocazione all’arte.

Joan Mirò, Costellazione amorosa, 1940
Joan Mirò, Costellazione amorosa, 1940

Lontano dall’impegno politico, anche di fronte all’orrore della guerra civile spagnola, Joan Mirò con paziente meticolosità e la dedizione di un miniatore, sviluppò un talento insito in una stupenda e celeberrima generazione spagnola, tanto ardente quanto malinconica.

Rifugiatosi nei meravigliosi meandri della sua fantasia, egli rimase in quello stato di grazia pura, preservando l’ingenuità del suo immaginario e toccando l’intatta bellezza di quei colossali verdi, arancioni, rossi e profondissimi blu.

 

Più del quadro in sé conta quel che esso emana e diffonde. Se viene distrutto non importa. L’arte può anche morire, ma quel che conta è che abbia sparso semi sulla terra.

(Joan Mirò)

 

 

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