RITO SOCIALE, OCCASIONE PER INCONTRARE GLI AMICI, FARE NUOVE CONOSCENZE O SMALTIRE LE ANSIE DA LAVORO, L’APERITIVO VANTA UNA STORIA MOLTO ANTICA.

… e come Parigi ha l’ora dell’assenzio, Torino ha l’ora del vermut, l’ora in cui la sua faccia si colora
e il suo sangue circola più rapido e più caldo.”

(Edmondo De Amicis, “Le tre capitali: Torino-Firenze-Roma”, 1911)

 

LE ORIGINI

 

Già nel V secolo a.C. Ippocrate consigliava ai suoi pazienti, per alleviare i disturbi da inappetenza, il Vinum Hippocraticum, una bevanda da lui appositamente inventata a base di vino bianco dolce in cui erano macerati fiori di assenzio, ruta e dittamo.

I romani lo chiamarono Vinum Absinthiatum, ma bevevano anche il Mulsum , vino bianco greco arricchito con miele e semi di finocchio, ed il Mirtillum, a base di bacche di foglie di mirto.

In origine questi vini aromatizzati avevano uno scopo curativo, ossia stimolare il senso della fame come è insito nella stessa etimologia del termine latino aperire.

 

LA NASCITA DELL’APERITIVO MODERNO

 

Marcello Dudovich, Manifesto per Vermouth Carpano, 1925
Marcello Dudovich, Manifesto per Vermouth Carpano, 1925

L’aperitivo moderno, inteso come abitudine alimentare e non come cura, ha una sua precisa data di nascita.

Nel 1796, a Torino, Antonio Benedetto Carpano, aiutante di bottega nella liquoreria del signor Marendazzo, decise di produrre una bevanda che potesse essere gradita anche dal palato più delicato delle donne.

Fu così che, miscelando il vino moscato Canelli con erbe e spezie, nacque il vermouth.

La novità piacque così tanto ai torinesi, primo fra tutti il re Vittorio Emanuele III, che divenne l’emblema della città facendo nascere, all’ombra della Mole, una dinastia di produttori di vermouth che conterà nelle sue fila, oltre alla casa Carpano, Gancia, Cora, Cinzano, Martini & Rossi, fino ai scomparsi Grassotti, Ballor e Callissano.

Se le origini dell’aperitivo sono senza dubbio torinesi, ben presto altre città italiane, europee ed americane fornirono il loro contributo alla divulgazione dell’arte del brindisi: a Milano nel 1815 il sigor Ausano Ramazzotti, farmacista di origini bolognesi, diede vita al primo aperitivo a base non vinosa; sempre a Milano il signor Gaspare Campari, proprietario di un noto caffè in piazza Duomo, lanciò un bitter alcolico; a Parigi si preferiva gustare l’Assenzio, amato soprattutto dagli artisti, il Pastis o il Pernod, mentre nelle città hemingwaiane, New York, Cuba e Venezia, si beveva alla maniera americana, ossia miscelando liquori di vario genere.

 

LA RAPPRESENTAZIONE PITTORICHE

 

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, l’aperitivo divenne una moda diffusa: evento mondano per eccellenza, radunava uomini e donne nei caffè, accrescendo le occasioni di incontro e di scambio sociale.

Anche i pittori furono colpiti da questo fenomeno lasciandoci preziose testimonianze figurative, sia come libera espressione artistica, sia nell’ambito di una vera e propria committenza.

Primi fra tutti i pittori impressionisti che, avvicinando l’arte alle vicende della vita, la fecero uscire dalle ammuffite e tetre accademie.

Celebre è il “Il bar delle Folies-Bergère” (1882) , dove Édouard Manet ritrae un locale parigino in un momento di grande festa.

L’opera è interessante per la notazione realistica delle bottiglie presenti sul bancone: l’immancabile champagne, gloria della nazione francese, e birre di una marca inglese molto in voga in quel periodo.

Ma oltre al lato gioioso del bere, gli artisti immortalarono anche il suo lato più cupo e triste.

L’Assenzio”, dipinto da Edgar Degas tra il 1875 ed il 1876, è ambientato all’interno del “Café Nouvelle-Athènes”, uno dei luoghi di ritrovo prediletti dagli impressionisti.

Una donna ed un uomo sono seduti ad un tavolo chiusi in un silenzioso isolamento, accentuato dal bicchiere d’assenzio che la donna ha di fronte a se.

Il tema, già proposto da Manet e ripreso successivamente da Picasso, scava nell’abisso dei piaceri e delle solitudini tipiche della grande città: il bere come fuga dalla realtà.

 

 

 

LA CARTELLONISTICA COMMERCIALE

 

Marcello Dudovich, Manifesto pubblicitario per Vermouth Bianco, Azienda Martini & Rossi, 1920-1921
Marcello Dudovich, Manifesto pubblicitario per Vermouth Bianco, Azienda Martini & Rossi, 1920-1921

Molti artisti si dedicarono anche alla produzione di cartellonicommerciali: il culto dell’aperitivo divenne un fenomeno da promuovere.

Le aziende francesi ed italiane affidarono il loro messaggio pubblicitario ai nomi più noti del tempo fortificando, così, la loro immagine e diffondendo il loro marchio nel resto del mondo.

Henri de Toulouse-Lautrec, Alphonse Mucha, Marcello Dudovich, Adolf Hohenstein, Leonetto Cappiello, Fortunato Depero, Franz Laskoff e anche, in anni più recenti, Andy Warhol, sotto forma di inserzioni per alcuni settimanali , si misero al servizio dell’aperitivo esaltandone gli aspetti più frivoli e spensierati.

Sono passati più di due secoli da quando, in terra sabauda, Antonio Benedetto Carpano iniziò a produrre il primo aperitivo: la storia di un’alchimia borghese che ancora oggi anima i bar all’insegna della convivialità perché, come diceva Goethe, “chi non beve e non bacia è peggio che morto”.

 

CURIOSITÀ

 

Fortunato Depero, Manifesto per l'aperitivo bitter campari, 1925
Fortunato Depero, Manifesto per l’aperitivo Bitter Campari, 1925

A Treviso esiste un Museo dedicato alla grafica pubblicitaria.

La raccolta si è originata dal lascito del collezionista Ferdinando Salce allo Stato: circa 25.000 pezzi raccolti tra il 1895 ed il 1962.

La Collezione non ha mai beneficiato di uno spazio proprio e permanente fino a che, nel 2014, non è diventata Museo permenente.

Il Museo Nazionale Collezione Salce oggi si articola in due complessi architettonici situati a Treviso: il complesso di San Gaetano, con finalità espositive, e il complesso di Santa Margherita, con finalità conservative e di valorizzazione.

L’offerta museale non ha configurazione permanante: i pezzi della collezione sono esposti a rotazione nell’ambito di mostre temporanee.