VICINA ALLE FIGURE PIÙ EMBLEMATICHE DEL NOVECENTO, LEONOR FINI VENNE DEFINITA UNA PITTRICE SURREALISTA, MA LEI SFUGGE A QUALSIASI ETICHETTA: IL SUO IMPERATIVO È SEMPRE STATO QUELLO DI CAMBIAR VOLTO NELLA VITA, COSÌ COME NELL’ARTE.

Donna innovativa e rivoluzionaria, apprese da subito l’arte del travestimento, consapevole che per essere veramente se stessi bisogna saper fingere.

 

LE ORIGINI

 

Leonor Fini, Le amiche, 1933
Leonor Fini, Le amiche, 1933

Leonor Fini nacque il 30 agosto 1907 a Buenos Aires, la città di suo padre Erminio, originario di Benevento.

A soli due anni, in seguito alla separazione dei genitori, giunse in Italia, a Trieste, presso la famiglia della madre Malvina Braun.

Protagonista di una dura contesa per l’affidamento, che vide anche un tentativo di rapimento da parte del padre, Leonor fu costretta a mascherarsi da maschietto per sfuggire alle grinfie del genitore: i suoi lunghi capelli lasciarono il posto ad un corto caschetto e le gonne ai pantaloni.

Fu così che Leonor capì che per sopravvivere era necessario sapersi travestire.

Mascherarsi, travestirsi è un atto di creatività. E se lo si applica su se stessi si può diventare altri personaggi o restare nel proprio personaggio.

Il fatto di travestirsi è un narcisismo moltiplicato, perché entrare dentro altre immagini rende lo spettacolo ancora più affascinante e anche se si è in una specie di trance, dietro si è sempre se stessi.” (Leonor Fini)

 

LA FORMAZIONE

 

Leonor Fini, Autoritratto con scorpione, 1938
Leonor Fini, Autoritratto con scorpione, 1938

Personalità irrequieta ed eccentrica, fin dalla fanciullezza si sentiva diversa dai propri coetanei.

L’ambiente in cui crebbe contribuì ad affinare il suo desiderio di sperimentare e di infrangere gli schemi.

Trieste, a quel tempo, era un crocevia di popoli e di religioni, luogo favorevole per entrare in contatto con culture diverse.

Appartenendo ad una famiglia borghese,  Leonor ebbe altresì il privilegio di conoscere l’intellighènzia che gravitava nella sua città, cosa che non fece che aumentare la sua apertura mentale.

A soli quattro anni e mezzo vinse il suo primo premio ad una mostra di pittura, e sarà proprio la pittura il mezzo che permise a Leonor di esprimere le sue doti, diventando quella se stessa che affannosamente stava cercando.

Dopo un soggiorno a Milano dove fece la sua prima vera esposizione presso la “Galleria Milano” ed entrò in familiarità con il frizzante ambiente artistico meneghino , nel 1931 si trasferì a Parigi, portandosi dietro l’amore per i travestimenti, per il mistero e la voglia di stupire, sempre.

Il suo esordio nella capitale francese fu una personale presso la “Galerie Bonjean” – al numero 34 di rue de la Boétie – diretta dal couturier Christian Dior, nella sua prima e poco nota veste di mercante d’arte.

Pochi anni dopo, attraverso l’amicizia con la stilista Elsa Schiapparelli, Leonor si avvicinò alla cerchia dei surrealisti che impressero una connotazione onirica e fantastica alla sua pittura.

 

I SOGGETTI

 

Leonor Fini, Da un giorno all'altro II, 1938
Leonor Fini, Da un giorno all’altro II, 1938

Le donne, la metamorfosi, il mascheramento, l’ambiguità, anche sessuale, furono i soggetti da lei prediletti nel corso di tutta la sua carriera: donne altere, eteree, distanti, talvolta ornate da ricche capigliature, oppure completamente calve, sfingi scheletriche, maschi androgini, occhi e sguardi che emergono da oceani verdastri in decomposizione.

Volti femminili sempre uguali a se stessi, che sono i mille volti di Leonor, si susseguono in una continua e mutevole variazione: sacerdotesse, dee, bambine, sonnambule, guardiane, si moltiplicano in una cadenza infinita.

Dipingo quadri che non esistono e che vorrei vedere.” (Leonor Fini)

Eccentrica ed anticonformista, sicura della propria bellezza e del proprio talento, fece della sua vita un’opera d’arte e dell’arte una testimonianza di vita.

Amava farsi notare, guardare ed ammirare; alle feste si presentava ben truccata e vestita, non amava ballare, ma solamente mettersi in mostra, essendo interessata esclusivamente alla spettacolare teatralità dell’esistenza: mascherarsi per esistere, nascondersi per essere.

Quando ero bambina, detestavo farmi fotografare, lo fuggivo. Come le mussulmane, mi coprivo il viso. Poco a poco ho trovato interessante avere un viso: conferma della mia esistenza. […] Da allora mi hanno sempre fotografata, mascherata, travestita. Ma non amo le istantanee, niente è più falso del naturale fissato. E’ la posa che è rivelatrice, e io sono curiosa e divertita a vedere la mia molteplicità.” (Leonor Fini)

 

LO STILE NON STILE

 

Leonor Fini, La fata, 1955
Leonor Fini, La fata, 1955

I suoi dipinti risentono della sua originale personalità: impossibili da inquadrare entro una sola cornice, esse costringono ad immergerci nel loro arcano mistero.

Vi sono opere così delicate, raffigurazioni leggiadre ed inspiegabili, sospese tra sensualità ed innocenza, e vi sono altri quadri dove la trasognante magia lascia il posto a scenari più cupi, morbosi e decadenti.

Poco importante è per Leonor lo stile, la corrente o il movimento: la parola d’ordine è sperimentare, nell’arte così come nella vita.

La sua è un’arte che scava nel profondo dell’animo umano, in quel luogo ove i sogni, anche quelli più inquietanti, assumono vesti intriganti per poi prendere forma nell’opera compiuta.

Nella pittura che uno fa, c’è l’intenzione precisa, ma anche tutto un piano sottostante, che è formato da tutte le cose passate che sono un grande intrigo.

Sono ricordi di ciò che non si è notato in un modo preciso, ma che in noi restano e prendono aspetti diversi. Io non posso parlare della mia pittura, se non mi metto a inventare. “ (Leonor Fini)

 

L’EPILOGO

 

Leonor Fini, Autoritratto con Kot e Sergio, 1955
Leonor Fini, Autoritratto con Kot e Sergio, 1955

Nel 1992 Leonor Fini si ritirò in una fattoria di campagna a Saint-Dyé-sur-Loire.

Morirà il 18 gennaio 1996 a Parigi, nella sua casa di rue de la Vrillière.

Tra le sue ultime volontà ci fu quella di essere sepolta nel piccolo cimitero di Saint-Dyé-sur-Loire: volle accanto a sé, come suoi compagni di viaggio, i due uomini della sua vita, l’intellettuale Kostantin Yelensky e il console Stanislao Lepri.

Una donna dovrebbe vivere con due uomini. Uno l’amante e l’altro più di un amico.” (Leanor Fini)

 

LEONOR FINI E LE ALTRE ARTI

 

Leonor Fini, Heliodora, 1964
Leonor Fini, Heliodora, 1964

Convinta del fatto che l’identità, così come la creatività non dovesse essere mai fissa e statica, Leonor Fini mise la sua fantasia al servizio delle più varie espressioni artistiche.

Il suo erotismo non convenzionale si rivelò nelle illustrazioni del 1944 per il romanzo del Marchese de Sade “Juliette, ovvero le prosperità del vizio”, che portarono a ulteriori collaborazioni con scrittori quali Georges Bataille, Jean Cocteau e Jean Genet.

L’amore per il travestimento trovò piena attuazione nella realizzazione di costumi, scenografie e maschere per il cinema ed il teatro: fu collaboratrice assidua dei coreaografi Roland Petit e George Balanchine e del regista Federico Fellini.

Il suo genio si espresse anche nel mondo della moda. A lei infatti si deve l’iconica boccetta del profumo “Shocking” di Elsa Schiaparelli, a forma di busto di donna, ispirato alle forme del corpo di Mae West.

Il design di questo contenitore verrà ripreso molti anni dopo da Jean Paul Gaultier, che aveva conosciuto la Fini tramite Christian Dior. Un flacone originale, conosciuto ai più, che dobbiamo ascrivere all’estro di questa incredibile donna.

Il suo articolato universo inventivo era perfettamente in linea con la sua sfacettata personalità, tanto che fu lei stessa ad essere la prima vera forma di opera d’arte: diva indiscussa del gremito palcoscenico avanguardista, si impose come volto e maestra di stile di una società che volgeva il proprio gusto verso un surrealismo internazionale, sofisticato e prezioso.

Attraverso costumi e maschere, sento di magnificarmi; e la cosa mi piace, per questo andavo alle feste … a volte ero così stravagante, così splendida che la folla si apriva per lasciarmi passare: con mia grande soddisfazione ovviamemte …

Gli altri non sapevano travestirsi: così ero arrivata a influenzare tutto un giro parigino, per lo più di gente danarosa. Eppure, mai e poi mai, a queste feste, avrei voluto ballare. Mi sembrava una cosa sciocca; e se qualcuno mi invitava pensavo: poverino!” (Leonor Fini)

La sua meravigliosa immagine, precocemente dimenticata dopo la sua morte, è tornata a far parlare di sé.

Nel 2018 Maria Grazia Chiuri, direttore creativo di Dior, ha rispolverato il surrealismo e Leonor Fini, come fonte d’ispirazione per la collezione di haute couture. Fu un giovane gallerista di nome Christian Dior a lanciare a Parigi una sconosciuta Leonor Fini: un legame idissolubile che è tornato a dialogare con stile.

 

Visita il sito dedicato a Leonor Fini al seguente link:

http://www.leonor-fini.com/en/