DURANTE I PRIMI TRENT’ANNI DEL VENTESIMO SECOLO, LA MARCHESA LUISA CASATI FU LA PROTAGONISTA DELLE SCENE MONDANE ED ARTISTICHE INTERNAZIONALI: LA DONNA PIÙ RITRATTA DOPO LA VERGINE MARIA, FECE DELLA SUA VITA UNA VERA E PROPRIA OPERA D’ARTE.

“Aveva saputo crearsi un tipo all’estremo. Non si trattava più di piacere o non piacere, e tantomeno di stupire. Si trattava di sbalordire.” (Jean Cocteau)

 

LE ORIGINI

 

Luisa Casati nacque a Milano il 23 gennaio 1881, in un momento in cui la città viveva un periodo di forte espansione economica e culturale.

Figlia di Alberto Amman, ricco produttore cotoniero, rimase presto orfana di entrambi i genitori divenendo, assieme alla sorella, l’ereditiera più ricca d’Italia.

 

Augustus John, Ritratto della Marchesa Luisa Casati, dettaglio, 1919
Augustus John, Ritratto della marchesa Luisa Casati, dettaglio, 1919

 

Nel 1900 sposò il Marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, un’unione fruttuosa per entrambe le famiglie: agli Amman, nouveaux riches, mancava un’ascendenza nobile, all’alto lignaggio dei Casati il denaro.

Nel 1901 ebbero la loro unica figlia, Cristina, ma il ruolo di dama di corte non le si addiceva e la bella Luisa decise di intraprendere la sua personale strada, seminando scandalo e sconcerto ovunque andasse.

Fatale, trasgressiva e salottiera, Luisa Casati fu soprattutto una grande sostenitrice ed appassionata d’arte, intesa come blasone di nobiltà.

 

LA VITA COME OPERA D’ARTE

 

Nel 1910, convinta da Gabriele D’Annunzio, con il quale ebbe un lunga ed intensa relazione, prese casa a Venezia. Qui scelse, come era nel suo stile, la residenza più prodigiosa della città: Palazzo Venier dei Leoni, acquistato in seguito da un’altra donna straordinaria, Peggy Guggenheim.

Da tempo aveva smesso di curarsi della famiglia: la figlia viveva in Francia, ospite di un severissimo collegio cattolico, e il marito, da cui si separerà nel 1914, si dimostrava più interessato alla caccia e a sperperare il suo patrimonio che alla donna.

In questa città, così languida e decadente, prese forma l’incarnazione di Luisa nel prototipo della ieratica femme fatale.
Vestiva in modo provocatorio e amava travestirsi: i balli mascherati e i carnevali veneziani erano la sua scena preferita.

Ovunque si recasse non passava di certo inosservata: per un certo periodo usò cingersi il collo di un boa vivo, poi passò ai ghepardi da passeggio; camminava per Venezia scortata dai suoi fidi camerieri neri dalla pelle spruzzata d’oro; di notte soleva fare gite in gondola totalmente nuda sotto la pelliccia aperta.

 

Augustus John, Ritratto della Marchesa Luisa Casati, 1942
Augustus John, Ritratto della marchesa Luisa Casati, 1942

 

Su di lei giravano parecchi aneddoti che non facevano altro che alimentare il mito che aveva intessuto attorno di sé, divenendo il simbolo di un’epoca: gli ultimi bagliori della mondana frivolezza di una società folle e scostumata che si stava avviando verso il baratro della prima guerra mondiale.

“Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita di un uomo di intelletto sia opera di lui. La superiorità vera, è tutta qui.” (Gabriele D’Annunzio, “Il Piacere”, 1888)

 

L’INCONTRO CON GIOVANNI BOLDINI

 

Molti e celebri sono i ritratti che dedicò Giovanni Boldini all’eccentrica marchesa, alla quale era legato da una profonda intesa intellettuale.

I due si conobbero a Venezia, durante un fastoso pranzo consumato all’Hotel Danieli. Si narra che, mentre erano seduti a tavola, la collana di Luisa si ruppe mandando diverse dozzine di perle a finire sotto il tavolo. Mentre erano intenti a raccogliere le perle, il pittore si ritrovò a fissare il viso della donna e così narrò la sua emozione: “mi trovai faccia a faccia con lei e vidi, per la prima volta da vicino, i suoi occhi immensi.”

 

Giovanni Boldini, La Marchesa Luisa Casati con un levriero, 1908
Giovanni Boldini, La marchesa Luisa Casati con un levriero, 1908

 

Il primo dipinto realizzato per lei da Boldini è anche il più celebre: “La Marchesa Luisa Casati con un levriero”. Esposto per la prima volta a Parigi, nell’aprile del 1909 in occasione del “Salon de Paris”, l’opera riscosse un immediato successo, non solo per la bellezza della fattura ma anche per il soggetto rappresentato.

Il quadro venne subito ribattezzato “L’anti Gioconda” e il motivo risiede proprio in quello sguardo che immediatamente aveva catturato l’attenzione del ferrarese; uno sguardo ferino e predatore, molto diverso da quello riprodotto da Leonardo che, seppur ambiguo, si dimostra sereno e rassicurante.

 

LA MUSA

 

Ma Giovanni Boldini non fu il solo ad essere colpito dal fascino della Divina. Grande appassionata d’arte, ella radunò attorno a sé i maggiori artisti europei degli anni Venti e Trenta del Novecento: da D’Annunzio a Cocteau, da Martini a Kerouac, da Man Ray a Cecil Beaton, solo per citarne alcuni, per i quali fu musa ispiratrice, mecenate e, molto spesso, amante.

Indimenticabile un ritratto fotografico di Man Ray che, vittima di un errore, la ritrasse con tre occhi: una svista che mortificò il fotografo, ma entusiasmò la Casati che si vide perfettamente “ritratta nell’anima“.

 

Man Ray, Ritratto della Marchesa Luisa Casati, 1922
Man Ray, Ritratto della marchesa Luisa Casati, 1922

 

“Un giorno ricevetti la visita di una donna alta e imponente, vestita di nero, gli occhi enormi sottolineati dal trucco scurissimo.

Portava un’alta acconciatura in merletto nero, ed entrando chinò leggermente la testa come se la porta fosse troppo bassa per lei. Si presentò come la marchesa Casati, ed espresse il desiderio di essere fotografata, ma nel salotto della sua casa, attorniata dagli oggetti preferiti.

Prima di presentarmi all’appuntamento convenuto, m’informai su di lei: era famosa nei circoli aristocratici e passava per un’eccentrica. La sua villa in Italia era stata teatro di feste sontuose e sofisticate; una volta aveva fatto dipingere d’oro gli alberi del giardino e aveva ricevuto gli ospiti con un pitone vivo lungo tre metri avvolto intorno al corpo. (Nella sua villa in marmo rosa vicino a Parigi vidi poi il serpente imbalsamato, realisticamente avvinto a un tronco d’albero, in un’enorme bacheca.)

Era stata amica del poeta italiano D’Annunzio. Al tempo del nostro incontro occupava un appartamento in un albergo di place Vendôme. Mi ricevette avvolta in una vestaglia di seta, i rossi capelli tinti in disordine, gli occhi enormi truccati con cura.

La stanza traboccava di ninnoli preziosi. Sistemai la macchina e le luci, e lei sedette presso un tavolino su cui troneggiava un elaborato mazzo di fiori, in giada e pietre preziose. […] Quella sera sviluppai i negativi; erano confusi, indistinti. Li misi da parte, considerando un fallimento quella prima seduta. Non sentendo notizie, qualche tempo dopo mi telefonò.

La informai che i negativi erano inutilizzabili, ma insistette ugualmente per avere qualche foto, così com’era. Ne stampai un paio, dove s’intravedevano le sembianze di un volto, uno con tre paia di occhi. Avrebbe potuto passare per una versione surrealistica della Medusa. Lei ne rimase affascinata. Ero riuscito a ritrarle l’anima, affermava.” (Man Ray, “Autoritratto”, 1963)

 

L’EPILOGO

 

Nel 1923 comprò a Parigi il Palais Rose, château alle porte di Parigi appartenuto a Robert de Montesquiou, ma nel 1930 fu costretta a venderlo: il suo stile di vita eccessivo le aveva fatto accumulare un debito di ben venticinque milioni di dollari.

“Bisogna abbandonarsi al lusso. La povertà ha la tendenza a colpire improvvisamente come l’influenza. E’ saggio disporre di bei ricordi per i tempi bui.” (Graham Greene)

Ridotta alla bancarotta e a una pubblica vendita dei suoi beni, si trasferì a Londra dove morì il 1 giugno 1957.
Fu sepolta con il suo mantello nero bordato di leopardo, ciglia finte, occhi bistrati; ai piedi il suo prediletto pechinese imbalsamato.

La nipote scelse per il suo epitaffio la descrizione che Shakespeare fece di Cleopatra:

“L’età non può appassirla né l’abitudine rendere insipida la sua infinita varietà.” (William Shakespeare, “Antonio e Cleopatra”, 1623)

 

L’EREDITÀ

 

La figura di Luisa Casati è un sogno che non si spegne, e che ancora oggi ispira moltissimi artisti, registi, attori, stilisti.

A partire da T. J. Wilcox, con la sua serie di opere del 2008 dedicate alla Divina, passando per le interpretazioni fotografiche di Giorgina Chapman per Petre Lindbergh e di Tilda Swinton per Paolo Roversi, fino alle memorabili collezioni a lei dedicate da John Galliano per Dior e Karl Lagerfeld.

In tempi più recenti ricordiamo l’apparizione, di dubbio gusto, di Achille Lauro sul palco dell’Ariston per l’edizione 2020 di Sanremo. Una citazione, in total look Gucci, che avrebbe certo fatto inorridire la nostra Marchesa!

 

Palo Roversi, Tilda Swinton come la Marchesa Luisa Casati, per Acne Paper 2009
Palo Roversi, Tilda Swinton come la Marchesa Luisa Casati, per Acne Paper 2009

 

Voglio essere un’opera d’arte vivente.” (Luisa Casati)