L’UROBORO, IL SERPENTE CHE SI MORDE LA CODA, RAPPRESENTA L’IMMORTALITÀ, L’ETERNO RITORNO E IL CONTINUO RIGENERARSI DELLA VITA.

L’uroboro asseconda il più grande desiderio umano, quello di essere immortale: la voglia di non scomparire, di vincere la morte è ciò che spinge l’uomo alla creazione artistica per lasciare traccia indelebile di sé nella storia.

 

ORIGINE E SIGNIFICATO

 

Antonio Canova, Monumento funebre a Maria Cristina d'Austria, dettaglio del ritratto con uroboro, 1798-1805
Antonio Canova, Monumento funebre a Maria Cristina d’Austria, dettaglio del ritratto con uroboro, 1798-1805

La più antica descrizione di questo simbolo è contenuta negli “Hieroglyphica” di Orapollo, opera redatta in greco nel V secolo d.c. quando la civiltà egiziana era oramai scomparsa e con essa la comprensione del suo sistema di scrittura.

Il testo fornisce un’interpretazione piuttosto fantasiosa di segni il cui autentico significato era da secoli avvolto dal mistero.

Secondo l’autore gli egizianiper indicare l’eternità rappresentavano il sole e la luna: essi sono infatti elementi eterni. Quando volevano invece esprimere diversamente l’eternità, raffiguravano un serpente con la coda nascosta sotto il resto del corpo, chiamato ureo in egiziano, basilisco in greco…”

L’uroboro nasce dall’unione di due elementi: il cerchio ed il serpente; il primo considerato immutabile e perfetto nel suo movimento senza inizio e senza fine, il secondo considerato segno di rinnovamento e di rinascita per il suo continuo cambiare della pelle.

L’uroboro racchiude dunque in sé l’idea di continuità, di autofecondazione e del tempo che si riproduce perpetuamente.

Dal mondo antico questo emblema ha attraversato la storia dell’arte arricchendosi di significati alchemici, esoterici e gnostici.

 

LE RAPPRESENTAZIONI

 

Piero di Cosimo, Ritratto di Simonetta Vespucci, 1480
Piero di Cosimo, Ritratto di Simonetta Vespucci, 1480

L’utilizzo più diffuso ed immediato dell’uroboro fu nei monumenti funebri dove, molto spesso, veniva associato alla farfalla o alla sfera alata per indicare il passaggio di stato.

Anche Antonio Canova, nel suo monumento funebre a Maria Cristina d’Austria (1798-1805), avvolse con un uroboro il ritratto dell’arciduchessa.

Nel 1480 Piero di Cosimo realizzò uno straordinario ritratto di Simonetta Cattaneo, maritata in Vespucci.

Musa ispiratrice di Botticelli, amata segretamente da Giuliano de’ Medici, la donna era considerata la più bella di tutta Firenze.

Il viso è di profilo, il busto di tre quarti è in parte coperto da un tessuto, un serpentello nero le avvolge il collo come un minaccioso presagio.

Il quadro venne realizzato qualche anno dopo la prematura fine della fanciulla e quel serpente, il nostro uroboro , sta qui ad indicare la speranza della rinascita, il nuovo inizio che segue ogni fine.

John William Waterhouse, Il cerchio magico, 1886
John William Waterhouse, Il cerchio magico, 1886

Superbamente indossato da una dama del Rinascimento, il magico monile venne utilizzato da John William Waterhouse, ne “Il cerchio magico” del 1886, per cingere la gola di una strega intenta in questo arcano rituale.

In questo caso l’uroboro rappresenta il processo di raffinazione delle sostanze, secondo una lettura alchemico-ermetica.

L’oggetto a forma di luna brandito dalla maga, chiaro rimando ad Ecate dea delle arti magiche, i corvi e i rospi in primo piano, costituiscono altre evidenti allusioni al regno dell’occulto.

Simbolo della vita che si rinnova e si adatta, che cambia e rinasce, l’uroboro indica anche la doppia natura dell’uomo, che si manifesta come dialettica o come conflitto, ma che è all’origine dell’attrazione fra gli opposti e fondamento della vita stessa.