NOTO PER LO PIÙ COME FOTOGRAFO, MAN RAY HA SEMPRE CONSIDERATO LA FOTOGRAFIA COME UN MODO PER GUADAGNARSI DA VIVERE, PRIVILEGIANDO LA PITTURA COME SUPREMA FORMA D’ARTE.

L’arte non è fotografia.” (Man Ray)

Nel corso della sua feconda carriera Man Ray alternò la pittura alla fotografia, due linguaggi che molte volte si intersecarono e si sovrapposero nel suo vocabolario espressivo.

Mi sono sempre divertito a fare fotografie che possano essere scambiate per riproduzioni di dipinti e dipinti che sono stati ispirati da fotografie.” (Man Ray)

 

GLI ANNI AMERICANI (1890-1920)

 

Man Ray, Boardwalk, assemblage, 1917
Man Ray, Boardwalk, assemblage, 1917

Emmanuel Radnitzky nacque a Filadelfia il 27 agosto 1890, figlio di una famiglia di immigrati russi di origine ebraica.

Crebbe a New York, dove completò gli studi superiori. Refrattario agli insegnamenti accademici (rifiutò una borsa di studio per la facoltà di architettura), dimostrò fin dalla giovinezza un carattere ostinato e ribelle, restio a qualsiasi imposizione.

… come quando andavo a scuola da bambino: quando tutti mi dicevano che cosa dovevo fare. Io invece volevo già fare ciò che uno non dovrebbe fare.” (Man Ray)

Si impiegò come disegnatore e grafico frequentando, nel contempo, i corsi serali all’istituto d’arte “Francisco Ferrer Social Center”, punto di incontro degli intellettuali più avanzati del tempo.

Nel 1912 iniziò a firmare le sue opere con lo pseudonimo Man Ray (Uomo Raggio), dimostrando una spiccata individualità di concezione.

Da subito la sua arte rivelò poca o scarsa influenza da parte dei grandi maestri del passato o dai suoi contemporanei: l’ammirazione che provava verso di loro non si risolse mai nel desiderio di imitarli, ma piuttosto nella volontà di trarne ispirazione.

Proprio per questa ragione non può essere ricondotto ad un gruppo o ad un movimento: nonostante i rapporti che lo legarono ai surrealisti e ai dadaisti, Man Ray tenne troppo in considerazione la propria autonomia di pensiero per poter essere a pieno titolo un surrealista o un dadaista, come nessuna delle sue opere rispose appieno allo spirito dada o surrealista.

Quanto a me, io mi sforzo semplicemente di essere il più libero possibile: nel mio modo di lavorare; nella scelta del mio soggetto.

Nessuno può dettarmi norme o guidarmi. Possono criticarmi, dopo, ma allora è troppo tardi. A quel punto il lavoro è fatto e io ho assaporato la libertà.” (Man Ray)

La sua libertà creativa lo portò a sperimentare una grande varietà di stili e di tecniche, a seconda dell’estro o della necessità comunicativa.

Per esprimere ciò che sento mi servo del mezzo più adatto per esprimere quell’idea, mezzo che è sempre anche quello più economico.

Non mi interessa affatto essere coerente come pittore, come creatore di oggetti o come fotografo.

Posso servirmi di varie tecniche diverse, come gli antichi maestri che erano ingegneri, musicisti e poeti nello stesso tempo.” (Man Ray)

Con la vasta produzione di tele, assemblages, collages, ready-made e fotografie, Man Ray diede prova di grande duttilità e sorprendente inventiva.

Nel 1915, assieme a Marcel Duchamp e ad un amico collezionista, fondò la “Society of Independent Artists”, un’associazione dedica alla creazione, esposizione e diffusione di opere d’avanguardia.

Ben presto, però, si accorse che lo spirito americano non era ancora pronto per la sua arte provocatoria e fortemente innovativa, così decise di trasferirsi a Parigi.

 

PRIMO SOGGIORNO A PARIGI (1921-1940)

 

Man Ray, Dono, 1921
Man Ray, Dono, 1921

Il 14 luglio 1921 Man Ray approdò nella Ville Lumière; vi giunse quando il Dadaismo si stava avviando verso il suo naturale epilogo ed il Surrealismo stava prendendo forma.

Nel corso dello stesso anno tenne la sua prima personale in Europa, alla “Librairie Six”.

L’esposizione riuniva molte fra le opere più importanti del periodo newyorkese. L’esito fu del tutto deludente, anzi fu un completo fiasco: egli non vendette nemmeno un pezzo e si trovò costretto ad intensificare la sua attività di fotografo dalla quale, suo malgrado, ricavava fama e sostentamento.

Furono questi gli anni che lo videro affermarsi come fotografo professionista, divenendo il ritrattista ufficiale della ricca borghesia francese e collaboratore di importanti riviste di moda.

Attraverso il suo impegno nel mondo del fashion ebbe modo di conoscere quella che diventerà la sua musa, amante, e principale collaboratrice: la bellissima e talentuosa Lee Miller.

Agli anni parigini risalgono gli assemblages più noti e le tele più significative del catalogo dell’artista: da il “Dono” (1921) a l’”Oggetto indistruttibile” (1923), da la “Venere restaurata” (1936) a “All’ora dell’osservatorio. Gli amanti” (1932-1934), solo per citarne alcune.

Nel giugno del 1940, quando il governo francese aveva dichiarato l’armistizio, molti degli amici di Man Ray avevano già abbandonato Parigi. Dopo aver messo al sicuro le sue opere, si mise in viaggio verso gli Stati Uniti: la situazione dell’Europa stava precipitando negli abissi di quello che sarà il secondo conflitto mondiale.

 

DI RITORNO IN AMERICA (1940-1951)

 

Man Ray, Juliet e Margaret con Maschere ridipinte, 1948
Man Ray, Juliet e Margaret con Maschere ridipinte, 1948

Ritornato in America, oramai cinquantenne, dopo aver lasciato i compagni di una vita, Man Ray si isolò nella sua arte, affiancato da quella che poi diventerà la sua compagna fino alla fine dei suoi giorni: Juliet Browner, una ballerina che aveva studiato danza con Martha Graham.

Con lei si trasferì in California dedicando il suo tempo principalmente a dipingere e a creare oggetti.

I quadri di questi anni sono rielaborazioni di dipinti anteriori, che credeva perduti durante la guerra, dipinti sviluppati da progetti degli anni parigini oppure dipinti del tutto nuovi.

Tra gli oggetti più notevoli creati durante il secondo periodo americano di Man Ray vi è certamente la serie delle “Maschere ridipinte”.

Una delle funzioni della maschera è di nascondere l’identità di chi le indossa.

Questa funzione disinibitoria viene ricordata da Man Ray come incentivo psicologico per la realizzazione della prima “Maschera ridipinta” (1941): “dipinsi maschere di cartapesta per le ragazze che le mettevano e facevano strani balli, in un completo abbandono, sicure della loro anonimità.”

A questa funzione liberatoria si sovrappose, nel suo immaginario, un significato antropologico e psicologico di grande pregnanza e radicata tradizione letteraria: la maschera dà a chi la indossa gli attributi del personaggio rappresentato.

Con la fine della guerra molti amici di Man Ray erano ritornati in Europa; e così anche Man Ray, che non si era mai trovato molto a suo agio negli Stati Uniti, decise di abbandonare la California e la società hollywoodiana dalla quale si sentiva da sempre un escluso.

Le persone che avevo visto più spesso lasciarono la scena una a una come nella sinfonia di Haydn in cui i musicisti alla fine escono uno alla volta, spegnendo le loro candele[…]. Hollywood cominciava a perdere il suo fascino.” (Man Ray)

 

DI NUOVO A PARIGI (1951-1976)

 

Man Ray, Ritratto di Juliet Browner, 1944
Man Ray, Ritratto di Juliet Browner, 1944

All’inizio del 1951 Man Ray sbarcò per la seconda volta a Le Havre, questa volta accompagnato dall’amata Juliet.

Nei primi sette anni di permanenza a Parigi egli rallentò il ritmo della sua produzione, pur continuando a creare oggetti, a scattare foto e a dipingere quadri.

Rinnovò il suo stile e sperimentò nuove tecniche, come era solito fare quando desiderava esprimere idee e sentimenti diversi.

Cercavo una tecnica nuova che fosse più automatica, come quando si semina o si pianta un alberello e poi si conta sulle forze della natura perché facciano il resto.

Stendevo i colori secondo l’impulso del momento e, messi da parte pennelli e spatole, applicavo una pressione con altre superfici, ritirandole per produrre una sorta di variazione del test di Rorschach.

I risultati furono sorprendenti, con particolari che avrebbero potuto essere ottenuti solo con un lungo e minuzioso lavora a mano. Detti a queste produzioni il titolo generale di Dipinti naturali.” (Man Ray)

Nelle sue sperimentazioni non era guidato dal desiderio di ottenere un risultato esteticamente gradevole: il procedimento esprimeva il suo disprezzo per il mezzo e il suo interesse per la bellezza imprevedibile che può essere creata dal caso.

Un dipinto, una rayografia, un oggetto, una fotografia, un film, per Man Ray non erano destinati a piacere ma atti a trasmettere un’emozione, una sensazione: “per me non c’è alcuna differenza tra letteratura e pittura.”

Un quadro dev’essere un’idea.” In questa frase è racchiusa la poetica della vasta opera dell’artista, un artista versatile nei mezzi e nei linguaggi, ma fondamentalmente fedele alla sua personale ricerca ed espressione intellettuale.

Non mi sono mai proposto di registrare i miei sogni, ma solo di tradurli in realtà. A questo scopo non mi riferisco mai a essi come sogni […]. Le strade sono piene di meravigliosi artigiani, ma sono così pochi i sognatori pratici.

(Man Ray)

Il 18 novembre 1976 Man Ray morì e fu sepolto al cimitero di Montparnasse dove Juliet fece incidere nella sua lapide:

“Dipingo ciò che non può essere fotografato e fotografo ciò che non desidero dipingere.
Se mi interessano un ritratto, un volto o un nudo, userò la macchina fotografica.
E’ un procedimento più rapido che non fare un disegno o un dipinto.
Ma se è qualcosa che non posso fotografare, come un sogno o un impulso inconscio, devo far ricorso al disegno o alla pittura.”

 

CURIOSITÀ

 

Nel 1946 Man Ray e Juliet Browner si sposarono a Beverly Hills, in California, nel corso di una doppia cerimonia nuziale.

L’altra celebre coppia era formata nientemeno che da Max Ernst (in prime nozze sposo eccellente di Peggy Guggenheim) e Dorothea Tanning.

Lo straordinario evento è ricordato dal dipinto di Max Ernst “Doppio matrimonio a Beverly Hills”.