SOFISTICATO ED ECCENTRICO, IL PARMIGIANINO FU UNO DEI PRIMI ARTISTI A CAPIRE IL POTERE DELL’IMMAGINE COME STRUMENTO DI AUTOPROMOZIONE.

Poco più che ventenne Francesco Mazzola, noto come Parmigianino, si ritrasse in uno specchio convesso: un autoritratto virtuosistico dai connotati fortemente narcisistici.

Autoritratto entro uno specchio convesso” doveva essere il suo passaporto per Roma, un utile biglietto da visita per ingraziarsi la prestigiosa corte di Papa Clemente VII.

Un ragazzo dalle fattezze raffinate ed efebiche, l’espressione sveglia e intelligente, l’abbigliamento elegante e ricercato, così si vedeva il Parmigianino nel 1524: un dandy ante litteram “dall’aspetto grazioso molto e più tosto d’angelo che d’uomo”, secondo le parole del Giorgio Vasari.

 

LA FORMAZIONE

 

Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, 1524
Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, 1524

Girolamo Francesco Maria Mazzola, detto il Parmigianino, nacque a Parma l’11 gennaio 1503 da una famiglia di artisti.

Fu avviato ben presto allo studio del disegno e della pittura presso la bottega degli zii paterni, Pier Ilario e Michele Mazzola, dove si mise in mostra per l’originalità creativa: colori cangianti e algide forme allungate erano già la sua firma stilistica.

Giovane, bello e talentuoso, dotato di una grazia femminea, Parmigianino ebbe modo di ricevere ancheun’educazione letteraria e musicale, cosa questa che non fece che accrescere il fascino della sua figura.

Cresciuto all’ombra del più maturo Correggio, il quale peraltro provava una curiosità mista ad invidia per questo giovane fenomeno, ebbe il merito di sradicare i tradizionali canoni del Bello distillandone un ideale più sofisticato, in bilico tra naturalezza ed artificio.

Figure dai colli lunghi e torniti, membra flessuose ed affusolate, chiome fulgide e splendenti, movenze ricercate, furono il prodotto di una forzatura dall’interno della finitezza raffaellesca resa ancor più studiatamente leggiadra e squisitamente estenuante.

… Francesco Mazzuoli parmigiano, il quale fu dal cielo largamente dotato di tutte quelle parti che a un eccellente pittore sono richieste, poiché diede alle sue figure, oltre quello che si è detto di molti altri, una certa venustà, dolcezza e leggiadria nell’attitudini, che fu sua propria e particolare.

Nelle teste parimente si vede che egli ebbe tutte quelle avvertenze che si dee, intanto che la sua maniera è stata da infiniti pittori immitata et osservata, per aver’egli dato all’arte un lume di grazia tanto piacevole, che saranno sempre le sue cose tenute in pregio, et egli da tutti gli studiosi del disegno onorato.”

(Giorgio Vasari, “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri”, 1550)

 

L’AVVENTURA ROMANA

 

Parmigianino, Madonna della Rosa, 1530
Parmigianino, Madonna della Rosa, 1530

Quando nel 1524 giunse a Roma, forte del suo autoritratto come lasciapassare per l’Urbe, Parmigianino aveva già dato prova del suo talento e si presentava come una specie di Raffaello redivivo.

Vasari, nelle sue “Vite”, riferiva le voci per cui lo spirito dell’Urbinate sarebbe “passato nel corpo di Francesco, per vedersi quel giovane nell’arte e ne’ costumi gentile e grazioso come fu Raffaello.”

Lo stesso Parmigianino si compiaceva nell’alimentare questa diceria: nell’”Autoritratto entro uno specchio convesso” si raffigurò con un caschetto raffaellesco e un abbigliamento sontuoso da maestro riconosciuto, più che da artista alle prime armi.

L’esperienza romana fu di breve durata: nel 1527, in fuga dal Sacco di Roma, Parmigianino trovò riparo a Bologna e poi nella sua città natale, dove lo attenderanno pochi anni di fertile e serena attività.

Una fine precoce e sventurata si sarebbe presto portata via questo prodigio della natura.

 

DI NUOVO A PARMA

 

Parmigianino, Madonna dal collo lungo, 1534-1540
Parmigianino, Madonna dal collo lungo, 1534-1540

Nel 1531 fu incaricato di decorare la Chiesa di Santa Maria della Steccata: un’impresa destinata a rivelarsi superiore alle sue forze e che contribuì a diffondere il mito di un Parmigianino dal carattere eccentrico e stravagante, tutto dedito alle pratiche dell’alchimia.

Non vi sono dubbi sugli interessi esoterici dell’artista, testimoniati sia dall’uso originale dei pigmenti sia dal simbolismo per iniziati presente nelle sue opere, ma pare esagerata l’ipotesi vasariana di un Parmigianino che perse il senno dietro “ai ghiribizzi di congelare mercurio”.

E’ molto più probabile che il Parmigianino sia rimasto vittima del suo stesso carattere maniacale: l’ossessiva ricerca della perfezione lo fece precipitare in una sorta di nevrosi paranoica.

Non riuscendo a concludere gli affreschi per la Steccata, che si era impegnato a completare in diciotto mesi, si ritirò in esilio forzato a Casalmaggiore (cittadina all’epoca appena al di fuori dei confini dello Stato parmense e oggi in provincia di Cremona), dove dipinse alcuni dei suoi capolavori come la celeberrima “Madonna dal collo lungo” (1534-1540).

 

L’EPILOGO

 

La sua fine venne colorata con i toni foschi di un racconto noir.

Secondo i biografi del tempo Parmigianino sempre più dedito alle pratiche alchemiche, piuttosto che alla pittura, da queste fu consumato nel corpo e nella mente.

Le cronache imputarono la sua morte ad una “febbre grave” o ad un “flusso crudele”, causato da un qualche “pasticcio alchemico”.

Molto più probabilmente l’artista contrasse la malaria e il 24 agosto 1540, a soli trentasette anni, pose fine “ai travagli di questo mondo, che non fu mai conosciuto da lui se non pieno di fastidi e di noie.”

Secondo le sue volontà, venne sepolto nella Chiesa dei frati Servitinudo con una croce d’arcipresso sul petto in alto”, come dall’uso francescano.

 

… avesse voluto Dio ch’egli avesse seguitato gli studii della pittura e non fusse andato dietro ai ghiribizzi di congelare mercurio per farsi più ricco di quello che l’aveva dotato la natura et il cielo, perciò che sarebbe stato sanza pari e veramente unico nella pittura; dove cercando di quello che non poté mai trovare, perdé il tempo, spregiò l’arte sua e fecesi danno nella propria vita e nel nome.”

(Giorgio Vasari, “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri”, 1550)

 

CURIOSITÀ

 

Autoritratto entro uno specchio convesso” (1524) è oggi conservato presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Ma come ha fatto ad arrivare così lontano?

L’opera venne donata da Parmigianino al papa Clemente VII.

Dopo un po’ di anni il quadro finisce nelle mani del letterato Pietro Aretino, nella cui abitazione ebbe l’onore di vederla Vasari da bambino.

Di nuovo venne ceduta allo scultore Valerio Belli e in seguito, tramite Andrea Palladio, la troviamo a Venezia nel 1560, presso lo sculture Alessandro Vittoria.

Fu Vittoria a donare il dipinto all’Imperatore Rodolfo II che lo portò a Praga nel 1608.

Da questo momento entra a far parte delle raccolte imperiali e verrà trasferito nel 1777 a Vienna, dove fu esposto nella Schatzkammer.

Per molto tempo fu attribuito al Correggio, ma poi l’equivoco si risolse.

 

Visita il sito ufficiale del Kunsthistorisches Museum di Vienna dove è esposto “Autoritratto entro uno specchio convesso” (1524) del Parmigianino:

https://www.khm.at/