RENÉ MAGRITTE, ANNOVERATO NELLA CERCHIA DEI PITTORI SURREALISTI, É SEMPRE STATO UN ARTISTA ANOMALO E SCOSTANTE: VISSE NELLA PROPRIA PATRIA E, SALVO SPORADICI VIAGGI, SVOLSE LA MAGGIOR PARTE DELLA SUA ATTIVITÀ IN BELGIO.

 

LA VITA

 

René Magritte, figlio di un sarto, nacque a Lessines, in Belgio, il 21 novembre 1898.

Da giovane si trasferì varie volte con la famiglia, composta dal padre, la madre e i due fratelli.

Renè Magritte, Gli amanti, 1928
Renè Magritte, Gli amanti, 1928

Nel 1912 accadde un fatto molto tragico nella vita del giovane René: la madre si suicidò gettandosi nel fiume Sambre.

Secondo la versione più accreditata, essa venne ritrovata annegata con la testa avvolta nella camicia da notte: un’immagine che ricorre in molti dipinti dell’artista.

Dopo gli studi classici a diciott’anni, nel 1916, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles anche se, come affermava egli stesso, non amava dipingere; di ciò sono testimonianza i suoi quadri, freddi e levigati, che non tradiscono alcun cedimento pittorico, interamente votati a rappresentare la perfezione dell’idea, protagonista indiscussa del suo lavoro.

Nel 1926 entrò a far parte del gruppo dei surrealisti belgi che si ritrovavano nella Société des Mystères.

Fondamentale per la sua maturazione fu un viaggio a Parigi, compiuto tra il 1927 ed il 1930, dove ebbe modo di conoscere Joan Mirò, Paul Éluard, Jean Arp e soprattutto Giorgio De Chirico che ebbe un ascendente molto forte sula sua pittura.

 

L’OPERA

 

Con la sua arte Magritte si proponeva di sondare il terreno, per lo più inesplorato, della logica della visione.

Se infatti era oramai stato del tutto sviscerato il tema della costruzione formale, c’era ancora molto da dire sul valore comunicativo dell’immagine, sul suo vuoto e pieno di verità, sulla sua logicità e illogicità.

La sua arte fu una delle ultime grandi risposte alle questioni poste dal fare pittura, dopo di lui tutto si dissolse nel puro gesto fisico.

Con uno stile tradizionale, finito e preciso, egli scandagliò la realtà delle cose oltre la sua banale apparenza: l’occhio non solo vede, ma anche pensa attraverso modelli logici capaci di teorizzare l’illogicità del mondo.

Ecco che in Magritte non è tanto il sogno ad essere centrale, come per la maggior parte dei surrealisti, ma la realtà che ci circonda, poiché in essa risiede la dimensione del surreale.

René Magritte, Il figlio dell'uomo, 1964
René Magritte, Il figlio dell’uomo, 1964

Non c’è bisogno del sogno è sufficiente guardare: la realtà visibile e tangibile non è altro che un sogno.
L’arte, come la concepisco io, è refrattaria alla psicoanalisi: evoca il mistero senza quale il mondo non esisterebbe, ossia il mistero che non si deve confondere con una sorta di problema, per quanto difficile sia.” (René Magritte)

I suoi quadri sono dei giochi, all’apparenza bizzarri, ma capaci di fare riflettere sull’incongruenza delle cose: un voluto spaesamento che appartiene in primo luogo alla struttura dei segni.

René Magritte ci lascia immagini singolari e incongruenti ad una prima occhiata, ma pregne di contenuti: sono i segni ad essere spaesanti e lo sono rispetto al loro significato che non è certo.

Il nostro modo di vedere il mondo è contaminato dal tempo e dalla memoria: le cose non possiedono certezza logica né sicurezza di relazioni.

La mente ama l’ignoto. Ama le immagini il cui significato è sconosciuto, poiché il significato della mente stessa è sconosciuto.” (René Magritte)

 

UNA NUOVA GRAMMATICA PER IMMAGINI

 

Il silenzio che avvolge le figure , il mistero che le circonda, la distanza che le avvicina e le allontana, caratterizzano la stessa esistenza umana al di là di una sua definizione razionale la quale, a questo punto, risulta del tutto irrilevante.

Nei quadri di Magritte gli oggetti perdono la loro usuale funzione per connotarsi come parole di un linguaggio dove la struttura grammaticale è del tutto sovvertita: un vestito intercambiabile, ridistribuito all’interno di un sistema che lo assegna a realtà via via differenti; una mela al posto di una testa, un leone in compagnia di un angelo, delle scarpe che diventano piedi.

Il non senso non appartiene, dunque, alla dimensione del rimosso o a quello occultato del subconscio, ma abita lo stato del giorno e della veglia: bisogna solamente vedere meglio e vedere di più.

Renè Magritte, La corda sensibile, 1960
Renè Magritte, La corda sensibile, 1960

La realtà non è mai come la si vede: la verità è soprattutto immaginazione.” (René Magritte)

Tutta la sua opera necessita di essere interpretata: oltre l’apparente semplicità figurativa essa cela delle argute sentenze sul mondo che ci circonda e sulle sue relazioni.

In Magritte la vena surrealista si è coniugata, più che in ogni altro artista, con una profonda coscienza razionale, a volte stupefacente e di difficile comprensione: il divertissement è sempre frutto di un pensiero articolato; ogni suo quadro è una spinta alla riflessione, uno stimolo per l’umana intelligenza.

Il mondo è così totalmente e meravigliosamente privo di senso che riuscire ad essere felici non è fortuna: è arte allo stato puro.” (René Magritte)