RICHARD AVEDON SOGNAVA UN FUTURO DA POETA: DA ADOLESCENTE SCRIVEVA VERSI SEGNATI DA UNA PROFONDA SOLITUDINE ESISTENZIALE.

Dopo il suo primo scatto, con una Kodak Brownie regalatagli dal padre, si appassionò al linguaggio fotografico che gli consentiva di “parlare un po’ meno di se stesso e un po’ più degli altri”.

Raggiunta la fama come fotografo di moda, continuò a coltivare la sua originaria passione per il ritratto, da lui elevato a forma di racconto dell’anima.

I miei ritratti dicono molto di più di me che delle persone che io fotografo.” (Richard Avedon)

 

LA STORIA

 

Richard Avedon, Francis Bacon, Parigi 1979
Richard Avedon, Francis Bacon, Parigi 1979

Nato il 15 maggio 1923 a New York da una famiglia ebrea di origine russa, Richard Avedon iniziò la sua carriera di fotografo nell’esercito.

Arruolatosi in Marina venne assegnato alle foto di autopsie e a quelle di identità dilettandosi poi, nel tempo libero, a immortalare momenti di vita quotidiana con i suoi compagni di camerata.

Ben presto comprese che la sua vocazione era quella di raccontare le storie delle persone che incontrava ogni giorno fissandone le fisionomie.

Abbandonata definitivamente la Marina, nel 1944 venne scoperto da Alexy Brodovitch, leggendario art director di “Harper’s Bazaar“, con il quale cominciò una fruttuosa collaborazione.

Tanta gente è convinta che abbia iniziato a dedicarmi alla fotografia commerciale per poi passare a un lavoro più creativo e personale. Invece ho sempre fatto entrambe le cose.” (Richard Avedon)

 

LA FOTOGRAFIA DI MODA

 

Richard Avedon, Dovima con gli elefanti in abito da sera Dior, Cirque d'Hiver, Parigi 1955
Richard Avedon, Dovima con gli elefanti in abito da sera Dior, Cirque d’Hiver, Parigi 1955

Richard Avedon stravolse la concezione della fotografia di moda del tempo: abbandonate le posizioni statiche e manierate, introdusse uno stile fresco e giovane, profondamente anticonformista.

Fece uscire le sue modelle dallo studio per realizzare sedute “en plein air”, giocando con il movimento, i gesti e gli atteggiamenti.

Famosissima la foto, scattata nel 1955 al Cirque d’Hiver di Parigi, dove la modella Dovima posa in abito da sera Dior tra gli elefanti: mirabile esempio dello stile Avedon che ha fatto il giro del mondo.

Successivamente lavorò per testate quali “Life“, “Vogue“, il “New Yorker“, il “Rolling Stones“, e per grandi brand come Calvin Klein, Revlon e Versace, ma sarà il ritratto a consacrarlo definitivamente alla storia.

 

Tutte le fotografie sono accurate nessuna di esse è la verità.

(Richard Avedon)

 

I RITRATTI

 

Richard Avedon, Rudolf Nureyev, New York 1962
Richard Avedon, Rudolf Nureyev, New York 1962

Se il mondo patinato del fashion system gli tributò fama e gloria, egli si sentiva pur sempre un ritrattista: “la moda è quel che faccio per vivere, e mi piace”, diceva, continuando in parallelo la sua indagine sui volti.

La ricerca meticolosa della purezza e la sincerità del dettaglio con cui riusciva a descrivere le persone, lo resero presto noto a molte celebrità che cominciarono a commissionargli dei ritratti.

Merci terrible et merveilleux miroir” (Grazie terribile e meraviglioso specchio), disse di lui Jaen Cocteau in un telegramma di gratitudine.

L’onestà dei suoi ritratti nasceva dalla capacità di far sentire a proprio agio i soggetti, mentre l’accuratezza derivava da uno studio attento e meticoloso dell’immagine.

 

Tutti gli artisti del ritratto devono pensare a cosa fare delle mani. Non è affatto vero che il ritratto è una specie di momento catturato all’interno di un flusso di gesti.” (RIchard Avedon)

 

Ogni particolare, nell’estetica di Avedon, costituiva un elemento di rilevanza fondamentale: la posizione e i gesti del soggetto erano tratti fondamentali nella comprensione della sua psicologia e dei suoi sentimenti.

Avedon non si limitò a fotografare celebrità, egli rivolse la sua macchina anche alle persone comuni, prestando sempre un occhio di riguardo al rapporto tra immagine ed interiorità: i suoi ritratti non si esaurivano nell’esibizione di un abito o di un costume ma cercavano di mettere in luce la personalità.

L’io segreto, quello più intimo, l’essere oltre la maschera, questo era ciò che Avedon cercava nei suoi volti.

Con la sua lente implacabile, spogliò le persone dai loro ruoli relegandoli in malattie, nevrosi, catastrofi e dimenticanze.

Ed ecco allora apparire Henry Miller infelice, Andy Warhol a cui viene tolto anche il volto ridotto ad una cicatrice, Francis Bacon ridimensionato in un ritratto e mezzo: le illusioni cedono, i lustrini spariscono, e quello che rimane è solamente la cruda realtà.

Richard Avedon, Marilyn Monroe, New York 1957
Richard Avedon, Marilyn Monroe, New York 1957

“Marilyn Monroe alla macchina fotografica offriva molto più di qualsiasi altra attrice, o donna, che io abbia mai inquadrato: era infinitamente più paziente, più esigente con se stessa e più a suo agio di fronte all’obiettivo che non quando ne era lontana.” (Richard Avedon)

In aperta opposizione con le sue foto di moda così piene e barocche, Avedon scattò dei ritratti nudi, duri nella loro semplicità, dove il rapporto si giocava tra chi guarda e chi è guardato: uno scontro a due ed una sola arma, la macchina fotografica.

Per Avedon, la fotografia aveva il compito di svelare l’imperfezione dolorosa e fatale dell’umanità, anche di quella celebre e ben vestita.

 

Non mi piacciono gli espedienti a base di giochi di luce o pose particolari. Il bianco aiuta a separare il personaggio dal resto. Il grigio invece protegge, abbraccia, riscalda, ti fa emergere dall’ombra alla luce. Racconta un’altra storia. Nel bianco sei solo.” (Richard Avedon)

 

Richard Avedon, Alberto Giacometti, Parigi 1958
Richard Avedon, Alberto Giacometti, Parigi 1958

Non il viso che lo specchio riflette e la gente conosce, ma quello nascosto, temuto o desiderato.

Nel suo studio spoglio e minimale, nella Settantacinquesima Est di New York, egli accoglieva i suoi soggetti un po’ intimiditi di fronte a tutto quel vuoto: nessuno sfondo, nessun oggetto, nessun contesto scenografico, solo la persona da ritrarre nel bianco della stanza, il palcoscenico dove metteva in scena il suo personale dramma umano.

Tutti recitiamo. E’ quello che facciamo tutto il tempo, deliberatamente o inconsciamente. E’ un modo di raccontare di noi nella speranza di essere riconosciuti per quello che vorremmo essere.” (Richard Avedon)

 

Le sedute fotografiche di Avedon costituivano una sorta di viaggio psicanalitico in territori non ancora esplorati: il guizzo del ballerino, lo slancio dell’attore, la superbia del divo, l’eccellenza dell’artista, la magia che rende bella la bruttezza e crudele il dolore dell’anima, la luce speciale che fa di una persona una celebrità o che ne smaschera il genio.

Mi fido delle mie intuizioni e faccio in modo che le cose accadano.” (Richard Avedon)

Avedon sapeva essere impaziente, spietato, generoso ed ossessivo, ma non riusciva a lavorare con chi non gli piaceva: “non ha altro interesse che se stessa e l’effetto che fa sugli altri”, diceva di Sharon Stone, di cui aveva colto l’egocentrismo esasperato e il totale amore di sé.

Avedon nei suoi scatti rincorreva quell’attimo fugace, ma attentamente studiato, in cui la persona si spoglia delle sue certezze e si lascia andare a se stessa, trovandosi molto spesso di fronte alla propria vacuità.

La mia è un’arte triste. E’ già scomparsa, ma rimane.” (Richard Avedon)

 

 

Richard Avedon, Andy Warhol, New York, 1969
Andy Warhol, New York, 1969

 

 

 

 

Le foto di questo articolo sono tratte dal sito “The Richard Avedon Foundation”:

https://www.avedonfoundation.org/

 

“In un mondo imperfetto, l’arte è ciò che più ci avvicina a quell’idea di compiutezza che è propria della sfera divina.”

barbarameletto@gmail.com

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