SERGEI POLUNIN SI È GUADAGNATO IL TITOLO DI BAD BOY DELLA DANZA PER I SUOI ATTEGGIAMENTI RIBELLI CHE L’HANNO SPINTO AD ABBANDONARE LA “ROYAL BALLET“, DOVE FINO AL 2012 AVEVA RIVESTITO IL RUOLO DI PRIMO BALLERINO.

Prima di lui solo Rudolf Nureyev aveva osato sfidare le rigorose norme del balletto per danzare secondo l’impeto del proprio sentimento.

Capelli lunghi, corpo tatuato, sguardo magnetico, tecnica raffinata, questo giovane ucraino ha conquistato i cuori di ballettomani e non di tutto il mondo.

Sarà per il suo carisma, sarà per il suo talento, sarà per il suo innegabile fascino, Sergei Polunin è già un mito e si appresta a divenire una vera e propria icona pop.

 

GLI ESORDI

 

Nato a Cherson, cittadina dell’Ucraina meridionale, il 20 novembre 1989 da una famiglia di umile estrazione operaia, da bambino sembrava avviato ad una brillante carriera da ginnasta.

Una grave polmonite, contratta all’età di otto anni lo costrinse a letto per mesi: una forzata inattività che lo escluse dalla competizione agonistica.

Ritornato in forze, molto indietro rispetto ai compagni di corso, riversò la sua preparazione fisica nella danza: nel 1999 venne accettato al Kiev’s State Choreographic Institut, portando un’improvvisazione su un’aria di Pavarotti.

Sergei Polunin in Satori, 2018, foto di Rolando Paolo Guerzoni
Sergei Polunin in Satori, 2018, foto di Rolando Paolo Guerzoni

Con grandi sacrifici Sergei si trasferì a Kiev con la madre e, grazie ad una borsa di studio della Rudolf Nureyev Foundation, nel 2003 entrò a far parte della British Royal Ballet School: la Londra dove Nureyev aveva trovato casa chiamava anche Polunin.

Da questo momento la stella è lanciata nel firmamento: nel 2009 venne nominato primo solista della compagnia e nel 2010, a soli diciannove anni, primo ballerino, il più giovane nella storia della Royal Ballet.

Un rapido successo accompagnato da un’ altrettanto repentina crisi: “non riuscivo a trovare un equilibrio, dal punto di vista della danza, io sentivo di non poter decidere su nulla. Mi trovavo in un posto fantastico e lavoravo con persone fantastiche, ma paghi il prezzo di non poter decidere. L’artista in me stava morendo.”

Insoddisfazione per un mondo forse troppo rigido e la volontà di varcare i confini del balletto tradizionale, portarono Polunin a lasciare definitivamente la Royal Ballet, per essere libero di danzare i suoni della sua anima.

 

IL CIGNO NERO

 

Pochi giorni dopo le sue dimissioni, nel 2012, Sergei Polunin interpretò “Man in Motion”, ideato dal collega e amico Ivan Putrov, un vero e proprio manifesto della danza maschile.

Lo spettacolo si rivelò il giusto avvio per quella che di lì in avanti sarebbe stata la sua ricerca: l’esplorazione, attraverso la danza, delle pulsioni più oscure della psiche umana, portando alla ribalta l’idea di una mascolinità sensibile e sensuale.

Sergei Polunin diretto da David LaCahapelle in Take me to Church, 2014
Sergei Polunin diretto da David LaCahapelle in Take me to Church, 2014

Slegato così dai diktat delle compagnie, Sergei si è lanciato in una carriera da solista che lo ha portato a collaborare con importanti coreografi, fotografi, filmmaker, stilisti, non tralasciando al contempo i ruoli del repertorio classico che indossa con elegante intensità.

Nel 2014 il suo nome è balzato agli onori della cronaca grazie ad un video diretto da David LaChapelle con la coreografia di Jade Hale-Christofi.

In una struttura candida ed essenziale, rivestito solo dei suoi tatuaggi e di una diafana calzamaglia, Sergei danza sulle note di “Take me to Church” del cantante irlandese Hozier.

Un’interpretazione sorprendente e suggestiva, carica di sentimento e di prepotente erotismo.

Con questa performance, divenuta presto virale sui social, Sergei ha preso ad incarnare l’archetipo del ballerino trasgressivo e tormentato, perfetto interprete del lato più fosco e dionisiaco della danza: un eroe antieroe sospinto da un demone dostoevskiano indomito e distruttivo.

Dopo questo intenso assolo, dove sembra sprofondare nel dramma per poi riemergere alla luce più maturo e consapevole, Sergei ha finalmente rotto i lacci troppo stretti che lo limitavano come artista.

 

IL MONDO DEL CINEMA

 

 

 

“Voglio che ogni mio spettacolo sia un eccitante volo nell’ignoto.”
(Sergei Polunin)

L’eccezionale esperienza di Polunin ha solleticato la curiosità del grande pubblico, valicando i ristretti confini del balletto e guadagnandosi l’attenzione del regista americano Steven Cantor.

Per quattro anni Cantor ha seguito il danzatore durante tutti i suoi spostamenti per produrre il docufilmDancer”, nominato miglior documentario ai British Indipendent Film Awards del 2016.

Attraverso interviste, materiali di repertorio inediti, memorie e filmati famigliari, la vita di Sergei Polunin si snoda in modo coinvolgente ed emozionante, restituendoci l’immagine di un personaggio romantico e decadente, in continua lotta con l’establishment che ne ha decretato la gloria.

Tra eccessi autodistruttivi, ascese folgoranti, cadute improvvise, scelte sbagliate, decisioni difficili, momenti di sconforto e attimi di trionfo, il film di Cantor non vuole essere l’ennesimo elogio di un grande artista, ma si pone dalla parte dell’uomo, schiacciato sotto il peso della fama e di una realtà troppo difficile da digerire.

La danza è come si muove il mio corpo, la danza è come mi sento”, e attraverso la danza Sergei parla, parla con lo sguardo, con un tocco, con un movimento, per raccontare la sua storia che è la storia dell’essere umano messo di fronte a se stesso.

Dancer” ha aperto a Polunin le porte del cinema, cosa non inusuale per un ballerino (basti ricordare l’esperienza di Nureyev in “Valentino” o quella di Baryshnikov presente, fra l’altro, in una serie di “Sex & The City”), e nel 2017 è stato chiamato da Kenneth Branagh per interpretare il conte ungherese Rudolf Andrenyi nel remake di “Assasinio sull’Orient Express”, per poi recitare nel thriller di Francis Lawrence “Red Sparrow”, ne “Lo schiaccianoci e i quattro regni” della Disney e, recentemente, nel biopic di Ralph Finnes “The White Crow”, dove interpreta il ruolo tragico di Yuri Soloviev, amico di Rudolf Nureyev e altra grande stella della danza russa.

La “bestia aggraziata”, soprannome che si meritò nella Royal Ballet, ha trovato un altro fecondo palcoscenico per mettere in mostra gli azzurri occhi felini e il volto diabolicamente affascinante.

L’ARTE DELLA VITA

 

“Non voglio che le persone pensino che io sono un ballerino. Sono molto di più. Sono un essere umano.”
(Sergei Polunin)

 

Quella di Sergei Polunin sembra essere la storia di un talento straordinario che necessita di essere espresso in forme di pura creatività, svincolato dall’idea classica di carriera.

Egli ha fatto del suo corpo strumento di arte, strumento che porta i segni di tutto il suo vissuto: tatuaggi, cicatrici, ferite e muscoli sono le note della musica di un’esistenza sacrificata ad una disciplina capace di entrare nella mente e nelle viscere, fino ai limiti estremi della solitudine e dell’oblio.

Ma al di la di ogni possibile ed arbitraria interpretazione, quello che realmente importa è la magnifica qualità della sua danza; una qualità che spicca non solo per la tecnica, dominata nelle sue impercettibili sfumature, dalla tenerezza avvolgente alla robustezza guizzante, ma per quello che può comunicare ai nostri cuori, pervasa com’è da una carica di innocente umanità e di dolorosa potenza.

Perché la danza non è altro che questo: “un gioco di sentimenti estremi e una libertà dell’anima dove niente si ripete.”

 

Per emozionarti, rapirti ed appassionarti: la vita e la carriera di Sergei Polunin narrata con forza e grande sentimento. Nominato come miglior documentario ai British Indipendent Film Adwards 2016, “Dancer” ci ricorda il prezzo pagato al grande talento.

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