ESSERI AMBIVALENTI, DAL CORPO DI PESCE O DI UCCELLO E CON IL VOLTO DI BELLISSIME DONNE, LE SIRENE RAPPRESENTANO IL TRANELLO MORTALE VERSO IL QUALE CI CONDUCONO I SENSI.

Prestando ascolto al loro canto, l’uomo si allontana dalla retta via per abbandonarsi al naufragio delle passioni.

 

IL MITO

 

James Herbert Draper, Ulisse e le sirene, 1909
James Herbert Draper, Ulisse e le sirene, 1909

Nell’Odissea Omero narra di queste creature bellissime e seducenti che apparivano ai marinai, tra le spume del mare, per indurli ad interrompere la loro navigazione.

Incerta la loro origine, secondo alcuni figlie di una musa e del fiume Acheloo, secondo altri figlie di Forco, antico dio degli abissi, e di Ceto.

In origine le sirene erano delle splendide fanciulle, legate da una tenera amicizia a Persefone, figlia di Zeus e di Demetra, quando questa fu rapita da Ade, dio degli Inferi, e trascinata a forza nell’ Oltretomba, le sirene furono prese dalla disperazione.

Fu così che chiesero agli dei di far crescere loro le ali per poter cercare la loro amica anche in cielo e nel mare.

 

LA RAPPRESENTAZIONE E IL SIGNIFICATO

 

L’iconografia classica rappresentava le sirene come donneuccello, fu solo in epoca medievale, attraverso l’influenza delle leggende del Nord Europa, che si affermò la loro fisionomia più nota e diffusa di donnepesce.

Ambigue e polimorfe, le sirene sono figure sintomatiche di un immaginario colpevolizzante rispetto al quale il femminile è sinonimo di perdizione.

Tema molto caro ai preraffaelliti, fu il soggetto prediletto di numerosi quadri che esaltavano la donna nella sua veste più sensuale e conturbante.

Nel 1891 John William Waterhouse dipinse “Ulisse e le sirene“, dove le sirene sono ritratte come uccelli, ma anche “La sirena” (1901), dove la venere marina viene interpretata secondo i canoni medievali.

 

John William Waterhouse, Ulisse e le sirene, 1891
John William Waterhouse, Ulisse e le sirene, 1891

 

Durante il periodo simbolista la sirena divenne una delle tante interpretazioni della femme fatale: malefica seduttrice pronta a gettare il maschio in un turbine di peccato e distruzione.

Gustav Klimt in “Pesci d’argento” (1899) e in “Bisce d’acqua” (1904-1907) esaltò il lato provocatorio e ammaliante del femmineo ricorrendo all’immagine delle sirene, creature fantastiche e incantatrici. Opere emblematiche e fortemente decorative, sprigionano l’incanto ed il timore di questo insondabile arcano costituito dall’eros femminile.

Maga pisciforme, nefasta ma necessaria, la donna tormenta l’immaginario degli artisti al volgere del secolo per il suo carattere duplice: portatrice di vita e dispensatrice di morte.

 

Gustav Klimt, Bisce d'acqua, 1904-1907
Gustav Klimt, Bisce d’acqua, 1904-1907

 

IL MITO MODERNO

 

Paul Paul Delvaux, Le grandi sirene, 1947
Paul Delvaux, Le grandi sirene, 1947

Durante il Novecento, complice anche la scoperta della psicoanalisi, la donna assume sempre più i connotati di una malattia, una nevrosi ossessiva contro la quale l’unica difesa appare la resa. E così anche il mito di Ulisse venne stravolto.

Se tutto fosse mistificazione e le sirene non ammaliassero i marinai con il loro canto ma con il loro silenzio, come immaginò Kafka in un suo racconto del 1917?
Sullo sfondo di un mondo che cambia, dove la donna acquista sempre più potere ed autonomia, anche Ulisse si trasforma in un antieroe pusillanime e rinunciatario.

Il silenzio delle sirene rappresenta così il rifiuto di farsi oggetto del desiderio altrui e segna un’insanabile frattura tra i due sessi: annichilite da un Ulisse fattosi sordo ai loro richiami, le vergini acquatiche sono costrette a sprofondare nella nostalgia di un impossibile rapporto di fusione da cui sentirsi completate.

La pittura surrealista si fece portavoce di questo profondo malessere e di questo diffuso senso di frustrazione.

Ne “Le grandi sirene“(1947) di Paul Delvaux il mostro canoro si trasforma in una statuaria sacerdotessa del silenzio, onorando in gelida solitudine il mistero del suo fascino: il maschio si ritrae intimorito di fronte a questo femmineo distante, cittadino di una terra sconosciuta.

Si celebra l’apoteosi dell’incomunicabilità tra uomo e donna e la nostalgia di un eden perduto.

 

Paul Delvaux, Le grandi sirene, dettaglio, 1947
Paul Delvaux, Le grandi sirene, dettaglio, 1947

 

POPOLARIZZAZIONE DEL MITO

 

Marilyn Monroe e Jane Russell ne Gli uomini preferiscono le bionde, 1953
Marilyn Monroe e Jane Russell ne Gli uomini preferiscono le bionde, 1953

Come molte figure antropologiche, la sirena è divenuta un tòpos, pervadendo del suo conturbante arcano la nostra realtà quotidiana.

Dalla pubblicità al cinema, dalla moda all musica, dalla fotografia al teatro, nessuno ha saputo resistere alla malia della Sirena.

Indimenticabili i fascianti abiti-sirena delle star del cinema hollywoodiano, come quello indossato da Rita Hayworth in “Glida” (1946) o quelli di Marilyn Monroe e Jane Russell ne “Gli uomini preferiscono le bionde” (1953).

Oppure le rivisitazioni letterarie come la notissima fiaba di Christian Andersen, “La sirenetta” (1837), talmente iconica da essere assunta a simbolo della città di Copenaghen e da vedere numerosi riadattamenti per il cinema, il teatro, la musica ed il balletto.

Ma l’immagine che tutti noi abbiamo avuto, almeno una volta, sotto i nostri occhi è quella del logo di Starbucks. Capelli fluenti, corona e sguardo serafico, la sirena di Starbucks accompagna, dal 1971, ogni tazza di caffè servita ad indicarne la sua qualità seducente ed irresistibile.

Un mito che non ha mai smesso di cantare o tacere la sua dolce fascinazione.