LA FAMA DI VITTORIO CORCOS Ė LEGATA ALLA SUA PROLIFICA ATTIVITÀ DI RITRATTISTA MONDANO. Assieme a Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis e John Singer Sargent, fu uno dei grandi interpreti della ricca e vanitosa borghesia di fine secolo.

Molto tempo prima dell’arrivo dei social, chi voleva celebrare se stesso e ne aveva le risorse economiche, ricorreva ai servigi di un pittore noto, possibilmente disposto a camuffare i difetti e ad esaltare i pregi. Nobili e ceti emergenti, re e regine, ma anche dive dello spettacolo, furono i protagonisti dei dipinti di Corcos: immagini di una clientela altolocata ed accuratamente selezionata.

 

LA FORMAZIONE

 

Vittorio Corcos, Le istitutrici ai Campi elisi, 1892
Vittorio Corcos, Le istitutrici ai Campi elisi, 1892

Vittorio Matteo Corcos nacque a Livorno il 4 ottobre 1859, da una famiglia di origini ebraiche.

Fin da giovane dimostrò una certa predisposizione per l’arte che maturò presso la scuola di Giuseppe Baldini, primo maestro di Giovanni Fattori, e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Firenze.

Nel 1881 giunse a Parigi dove, dopo un primo periodo come pittore di ventagli, riuscì ad ottenere un contratto di quindici anni con la Galleria Goupil dedicandosi alla ritrattistica femminile e alle scene di vita cittadina.

Durante il suo soggiorno in Francia, durato fino al 1885, frequentò lo studio di Léon Bonnat che lo introdusse negli ambienti più esclusivi e diede l’avvio alla sua carriera di ritrattista.

Il suo stile vibrante e piacevole gli fruttò numerose commissioni e consolidò la sua fama.

 

“SOGNI” DIPINTO DEL 1896, ANALISI DELL’OPERA

 

Vittorio Corcos, Sogni, 1896
Vittorio Corcos, Sogni, 1896

Le mode, le pose, la vita pubblica e quella privata, i giochi e lo svago, ma anche gli eccessi e i vizi dell’élite furono materia fertile per l’opera di Vittorio Corcos: il fascino ambiguo e perverso di una società che si avviava fiduciosa e inconsapevole verso il dramma della Prima Guerra Mondiale.

Il suo stile dolce e ben rifinito fu assunto ad emblema di questo mondo frivolo e civettuolo, tanto che il suo quadro “Sogni” (1896) diventò l’icona della belle époque, sospesa tra sogni dorati e sottili inquietudini.

Una ragazza siede con disinvoltura su una panchina, sulla quale sono posati un ombrellino, un cappello di paglia, tre libri e una rosa che va sfiorendo. La testa appoggiata sulla mano, fissa dritta lo spettatore con sguardo sicuro, quasi sfrontato. Le gambe sono accavallate in una posizione che all’epoca era ritenuta non decorosa.

A lungo la critica si interrogò sui reconditi sogni di questa fanciulla graziosa dalle labbra carnose: la pena di un amore finito o il fremito di uno nascente? Desideri ardenti o pensieri malinconici?

Non avremo mai delle risposte certe, certo è che si trattava di una ragazza reale, Elena Vecchi, figlia dello scrittore Augusto Vecchi, amico dell’artista.

La tela fu mostrata pubblicamente a Firenze nel 1896, in occasione della Festa dell’Arte e dei Fiori, destando subito un certo scandalo.

La posa così disinibita aveva dato adito a voci circa una presunta relazione tra la modella, allora ventitreenne, e Corcos che aveva trentasette anni.

Smentite le voci, il dipinto rimase a testimonianza del mutare dei costumi, restituendoci il ritratto di una donna moderna ed emancipata, fatto nuovo ed inusuale per l’Italia del tempo.

L’opera è oggi conservata presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma che la acquistò nel 1897.

Visita il sito ufficiale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma dove è conservato il dipinto “Sogni”:

http://www.galleriaartemodernaroma.it/

 

L’EPILOGO

 

Vittorio Corcos, Nerone ferito, 1899
Vittorio Corcos, Nerone ferito, 1899

Accanto al fortunato filone, che gli diede soldi e notorietà, fatto di crinoline e zuccherose giovinette, Corcos si dedicò anche a tematiche sacre e religiose, oltre ad una produzione avente per soggetto la vita agreste, su modello dei francesi Millet e Breton.

Nei suoi lavori fu fortemente influenzato dalla letteratura simbolista e naturalista d’oltralpe che, in Italia, trovava i suoi corrispondenti in Carducci, Pascoli e D’Annunzio, personaggi che conosceva e frequentava con regolarità grazie alla moglie Emma Ciabatti, vedova Rotigliano, che lo aveva introdotto nei salotti più esclusivi dell’alta borghesia ebraica fiorentina.

Pittore di grande talento e di grande versatilità, Vittorio Corcos fu presto dimenticato come artista. Con l’avvento della Grande Guerra la sua opera, ancorata all’immagine di una vita fatua e patinata, fu considerata del tutto fuori tempo.

Vittorio Matteo Corcos morì l’8 novembre 1933 nella sua casa a Firenze.

Molte sue opere sono esposte alla Galleria degli Uffizi, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e in numerosi musei del mondo.

Chi non conosce la pittura di Vittorio Corcos? Attenta, levigata, meticolosa, ottimistica: donne e uomini come desiderano d’essere, non come sono.” (Ugo Ojetti, 1948)