CONOSCIUTA COME IL “TRITTICO DEI FRARI”, LA PALA FU DIPINTA DA GIOVANNI BELLINI NEL 1488 PER LA CHIESA DI SANTA MARIA GLORIOSA DEI FRARI DI VENEZIA: UN CAPOLAVORO IMMORTALE DI ARTE E DI PIETÀ CRISTIANA.

Uomo di meditazioni instancabili, mai pago di evocare l’antico, d’intendere il nuovo.” (Roberto Longhi)

 

LA BASILICA DEI FRARI, LA STORIA

 

Agli inizi del 1200 sorse in Umbria un movimento religioso destinato ad avere una grande importanza, non solo per la storia dell’Italia, ma anche per la cultura e l’arte di molti popoli fino ai nostri giorni.

Francesco d’Assisi, nato Giovanni di Pietro di Bernardone, scelse di vivere in povertà seguendo la parola del Vangelo e schiere di uomini si unirono a lui. Presto i “Frati Minori”, così si chiamarono i seguaci di Francesco, si sparpagliarono per l’Italia e per l’Europa, decisi a portare il loro messaggio di pace e la loro opera assistenziale.

Attorno al 1225 giunsero anche a Venezia dove, dopo qualche anno, ricevettero dal doge Jacopo Tiepolo “un certo terreno vacuo dietro a S. Stino, nel qual loco edificarono de elemosine una Chiesa e Monasterio a honor di S. Maria dei Frati Minori.” Il popolo la chiamò subito “Santa Maria dei Frari” o, molto più semplicemente, “Chiesa dei Frari.”

 

Giovanni Bellini, Trittico dei Frari, dettaglio, 1488
Giovanni Bellini, Trittico dei Frari, dettaglio della Madonna con il Bambino, 1488

 

Con il benestare di papa Innocenzo IV, alla presenza del legato pontificio Ottaviano Ubaldini, il 28 aprile 1250 fu posta la prima pietra di una seconda chiesa più spaziosa. Le venne affidato il titolo di “Santa Maria Gloriosa” per differenziarla da tutte le chiese mariane già presenti in laguna. Attorno al 1330 i frati cominciarono ad edificare l’odierna basilica, resasi indispensabile per la straordinaria affluenza di fedeli.

Il 27 maggio 1492 la chiesa venne consacrata dal vescovo conventuale Pietro Pollegani da Trani. Di secolo in secolo continuò ad essere arricchita di opere e monumenti, segno e testimonianza della grande devozione riservata anche a Venezia all’ordine francescano.

La regola e la vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.” (Regola bollata di San Francesco, 29 novembre 1223)

 

IL TRITTICO DEI FRARI, ANALISI DELL’OPERA

 

La sacrestia della Basilica dei Frari, che acquistò la sua forma attuale con la costruzione dell’abside nel 1478, è dominata dallo splendido Trittico di Giovanni Bellini posto sull’altare. Firmato e datato, “Joannes Bellinus f. 1488”, fu commissionato dieci anni prima dalla famiglia Pesaro del ramo di San Benedetto che aveva fatto dell’abside della sacrestia la sua cappella gentilizia.

Nonostante sia stato concepito nell’antica forma del trittico, lo spazio venne gestito dall’artista in modo unitario, secondo le nuove concezioni rinascimentali. Ciò che subito colpisce nell’opera è infatti la perfetta fusione tra figure e spazio, raggiunta grazie alla completa padronanza della prospettiva e alla maestria nel tessere gli effetti luminosi: il mosaico dorato nel catino absidale, oltre che ad essere un omaggio alla tradizione veneziana, immerge l’intera composizione in un’atmosfera calda ed avvolgente.

 

Giovanni Bellini, Trittico dei Frari, 1488
Giovanni Bellini, Trittico dei Frari, 1488

 

L’effetto monumentale è magnificato dall’imponente cornice, progettata dallo stesso Bellini, che si offre come soluzione di continuità rispetto alle architetture raffigurate. Superficie dipinta e intagliata si richiamano a vicenda, proseguendo l’una nell’altra e confondendo il limite tra realtà e finzione. La cornice è dunque parte integrante del complesso e, nelle sue forme d’ispirazione classica, afferma la modernità del trittico belliniano.

Come è possibile dimenticare le visite alla sacrestia dei Frari, per quanto frequenti esse siano state, e il capolavoro di Giovanni Bellini che ne è il gioiello più prezioso? Non esiste a Venezia altra opera d’arte così perfetta e, per quanto ne sappiamo, più completa.” (Henry James, “Ore italiane”, 1909)

Nello scomparto centrale la Madonna, nell’ampio manto azzurro e veste rossa, siede su un trono tenendo tra le mani Gesù benedicente in un clima di religiosa serenità. Lo sguardo della Vergine è dolcissimo, uno sguardo materno di grande tenerezza. Sul catino d’oro appaiono i versetti della liturgia in onore dell’Immacolata: “Ianua certa coeli, duc mentem, dirige vitam, quae peragem commissa tuae sint omnia curae” (Sicura porta del cielo, grande la mente, dirigi la vita, [cosicché] tutto quanto io farò sia affidato alla tua attenzione).

Ai lati stanno quattro santi, tutti legati ai Pesaro, in quanto portano i nomi degli uomini della famiglia: il capostipite Pietro e i figli Nicola, Benedetto e Marco, rappresentati a coppie di due.

Sul libro aperto in mano a san Benedetto, unica delle quattro figure che volge lo sguardo allo spettatore, si leggono i versetti biblici tratti dal capitolo ventiquattresimo del “Siracide”: “Sapientia laus. Sapientia laudabit animam meam. Ego ex ore Altissimi prodivi primogenite ente omnen creaturam” (Lode della Sapienza. La Sapienza loderà l’anima mia. Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo primogenita di ogni creatura). Il testo è una chiara allusione alla Vergine, sede della Sapienza, creata prima di ogni creatura nella divina predestinazione alla sua Immacolata Concezione.

 

Giovanni Bellini, Trittico dei Frari, dettaglio dei due angeli musicanti, 1488
Giovanni Bellini, Trittico dei Frari, dettaglio dei due angeli musicanti, 1488

 

Stupefacenti, tanto da sembrare vivi, sono i due angeli musicanti ai piedi della Madonna: uno suona un liuto, l’altro un flauto. La scelta degli strumenti non è casuale, ma si riferisce alle due possibili strade per giungere a Dio: attraverso il sentimento, rappresentato dallo strumento a fiato e sostenuto dalla visione francescana, oppure attraverso la ragione, esemplificata nello strumento a corda e appoggiata dal rigore teologico dei domenicani. Due modi diversi per approcciarci al divino che in questo dipinto trovano una loro possibile conciliazione.

Il “Trittico” dei Frari costituisce uno straordinario esempio di arte e di pietà cristiana, rivelando l’eccezionale sensibilità pittorica e religiosa di Giovanni Bellini.

È impossibile immaginare una composizione più definita o più matura. Si tratta di un’opera che riassume in sé il genio di un pittore, l’esperienza di una vita e l’educazione di una scuola. Il quadro sembra dipinto con gemme fuse che il tempo ha purificato; è solenne quanto magnifico, semplice quanto profondo. Giovanni Bellini è un po’ dovunque a Venezia e laddove compare è quasi sempre il primo […].” (Henry James, “Ore italiane”, 1909)