FAMOSO PER LA SUA “MERDA D’ARTISTA”, PIERO MANZONI FU UNO DEI GRANDI PROTAGONISTI DEL NOVECENTO; UN GENIO RIBELLE CHE TRAVOLSE LE CERTEZZE CONSOLIDATE DEL FARE ARTE.

Forse ho più lo spirito dell’avventuriero che quello dell’artista. Ma io credo di avere parecchi spiriti.” (Piero Manzoni)

 

PIERO MANZONI, LA FORMAZIONE

 

Piero Manzoni nacque a Soncino, un paesino in provincia di Cremona, il 13 luglio 1933. Figlio di Egisto Manzoni, conte di Chiosca e Poggiolo, e di Valeria Meroni, appartenente alla famiglia titolare della storica Filanda Meroni.

La sua vita si svolse principalmente a Milano, dove i genitori si trasferirono poco dopo la sua nascita. Frequentò sia le scuole medie sia il liceo classico all’Istituto Leone XIII per poi iscriversi, dopo la maturità conseguita nel 1951, alla facoltà di giurisprudenza dell’Università Cattolica. Un corso di studi che ben si addiceva alla sua appartenenza alto borghese.

A partire dal 1953 prese a dedicarsi con assiduità alla pittura, suggestionato anche dall’ambiente che ruotava attorno ad Albisola Marina, meta dei soggiorni estivi della famiglia, luogo che attirava artisti da tutto il mondo primo fra tutti Lucio Fontana.

Non c’è nulla da dire: c’è solo da essere, c’è solo da vivere.” (Piero Manzoni)

 

Piero Manzoni, Senza titolo, 1957
Piero Manzoni, Senza titolo, 1957

 

La sua formazione fu abbastanza frammentaria e non seguì l’iter tradizionale: Manzoni desiderava essere un artista, il “come” prese forma attraverso una progressiva epifania. Tutta la sua opera fu tesa a dialogare con il mondo a lui contemporaneo, un mondo totalmente diverso rispetto a quello della generazione che lo aveva preceduto.

Erano gli anni del boom economico e l’Italia si stava rapidamente trasformando da paese agricolo a paese industriale, modificando profondamente le abitudini e i costumi della società. Anche l’arte divenne oggetto di discussione, non poteva più essere ancorata al passato, ma doveva porsi in modo completamente nuovo rispetto al mutato contesto storico.

Le modificazioni non bastano, la trasformazione deve essere integrale.” (Piero Manzoni)

 

PIERO MANZONI, GLI ACHROME

 

Nell’autunno del 1957, dopo aver partecipato a diverse esposizioni e aver firmato vari manifesti, cominciò il suo lavoro più iconico, oggi noto con il nome di “Achrome”. Si trattava di una serie di quadri monocromi realizzati immergendo le tele in un miscuglio di gesso, caolino e colla. Con questo procedimento l’artista non lasciava direttamente un segno sulla superficie, ma faceva in modo che l’opera si formasse da sola, attraverso delle modificazioni materiche alle quali la tela era sottoposta durante l’asciugatura.

Per questo io non riesco a capire i pittori che, pur dicendosi interessati ai problemi moderni, si pongono a tutt’oggi di fronte al quadro come se questo fosse una superficie da riempire di colori e di forme, secondo un gusto più o meno apprezzabile, più o meno orecchiato. Il quadro è finito: una superficie d’illimitate possibilità è ora ridotta ad una specie di recipiente in cui sono forzati e compressi colori innaturali, significati artificiali. Perché invece non vuotare questo recipiente? Perché non liberare questa superficie? Perché non cercare di scoprire il significato illimitato di uno spazio totale, di una luce pura ed assoluta.?” (Piero Manzoni)

 

Piero Manzoni, Achrome, 1957-1958
Piero Manzoni, Achrome, 1957-1958

 

Con gli “Achrome” Manzoni superò d’un balzo la materia di Burri e i tagli di Fontana che rimanevano, pur nella loro radicalità, abbarbicati alla realtà dello spazio. Le loro superfici bianche parlavano solo a sé stesse senza alcuna ulteriore allusione, perché il fine dell’arte non è quello di rappresentare ma di essere ciò che si vede.

La questione per me è dare una superficie integralmente bianca (anzi integralmente incolore, neutra) al di fuori di ogni fenomeno pittorico, di ogni intervento estraneo al valore di superficie; un bianco che non è un paesaggio polare, una materia evocatrice o una bella materia, una sensazione o un simbolo o altro ancora; una superficie bianca che è una superficie bianca e basta (una superficie incolore che è una superficie incolore) anzi, meglio ancora, che è e basta: essere (e essere totale è puro divenire). Questa superficie indefinita (unicamente viva), se nella contingenza materiale dell’opera non può essere infinita, è però senz’altro infinibile, ripetibile all’infinito, senza soluzione di continuità.” (Piero Manzoni)

 

PIERO MANZONI, OLTRE L’IMMAGINE

 

Gli “Achrome”, pur azzerando il linguaggio pittorico, rimanevano ancora legati alla dimensione tradizionale dell’opera d’arte confinata entro la cornice di un quadro. Negli anni successivi la ricerca di Manzoni si spinse oltre, risolvendo la bidimensionalità della superficie pittorica nello spazio reale di una performance.

Non mi interessa che la mia arte sia bella o brutta, mi interessa solo che sia vera.” (Piero Manzoni)

Il 21 luglio 1960, alle ore 19.00, Piero Manzoni invitò il pubblico milanese presso la Galleria Azimut per partecipare alla mostra-evento “Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte”. Di fronte allo sguardo attonito dei presenti, l’artista fece bollire delle uova che, una volta sode, firmò con l’impronta del suo dito pollice: l’opera veniva in tal modo consegnata al consumo reale e metaforico degli spettatori.

 

Piero Manzoni durante la performance Consumazione dell'arte dinamica del pubblico divorare l'arte, Milano 21 luglio 1960
Piero Manzoni durante la performance “Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte”, Milano 21 luglio 1960

 

Con questa sorta di eucarestia profana, Manzoni voleva mettere lo spettatore in sintonia con il pensiero del creatore e quindi con il piano concettuale dell’opera, ma intendeva anche soddisfare il desiderio sempre più imperante dei collezionisti e del pubblico di entrare in possesso di un’opera indipendentemente dal suo valore.

Alludere, esprimere, rappresentare, sono oggi problemi inesistenti… non bisogna dir nulla, essere soltanto.” (Piero Manzoni)

 

PIERO MANZONI, LA MERDA D’ARTISTA

 

La critica feroce che Piero Manzoni rivolse alle istituzioni dell’arte, ritenute sempre più al servizio della nascente società dei consumi, raggiunse il suo apice con la famosissima “Merda d’artista”.

Nel maggio del 1961 realizzò novanta scatolette sigillate del diametro di sei centimetri, sulle quali appose un’etichetta stampata in italiano, inglese, francese e tedesco, che riportava la scritta: “Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta e inscatolata nel maggio 1961.”

Il 12 agosto di quello stesso anno, in occasione di una mostra alla Galleria Pescetto di Albisola Marina, presentò per la prima volta le sue deiezioni inscatolate. Il prezzo fissato dall’artista corrispondeva al valore dell’oro zecchino. Un’idea brillante che poneva sullo stesso piano l’elemento più deprecabile e vergognoso al metallo più nobile e prezioso.

In questo modo Manzoni portò all’estremo il concetto di artista come icona, capace di trasformare in oro tutto ciò che tocca, perfino la sua corporalità meno dignitosa. Un’operazione che rappresenta l’assalto estremo alla fortezza borghese, utilizzando la sua stessa logica capitalistica.

Voglio fare qualcosa… sono un raffinato signore niente… sono, … siamo tutti merda.” (Piero Manzoni)

 

Piero Manzoni, Merda d'artista, 1961
Piero Manzoni, Merda d’artista, 1961

 

Nella sua vena beffarda Piero Manzoni si spinse ben oltre. Non solo ci ha fatto “mangiare” la sua merda, ma ne ha negato ogni sua possibile rappresentazione. Noi non sappiamo cosa ci sia veramente all’interno del barattolo, pena la distruzione totale dell’opera. Dobbiamo credere all’artista, produttore e certificatore del suo lavoro. Uno straordinario esempio di arte negata, sottratta alla visione del pubblico al quale è richiesto un atto di fede, laddove ciò che viene prodotto non è ideato per la sua esposizione.

L’artista si pone così in una posizione di sacralità, offrendo alla collettività il prodotto della sua digestione come una reliquia da venerare. Spezzare il sigillo, ossia aprire il contenitore, significa profanarlo, sacrificando l’integrità dell’opera e tradendo il patto fiduciario che lega l’artista al suo pubblico di consumatori finali.

L’arte non è vera creazione: l’arte è liberarsi dei fatti estranei, dei gesti inutili, sceverando tutto quello che è di sovrapposto, di personale, nel senso deteriore della parola, raggiungere quanto è umanamente possibile, le proprie autentiche origini.” (Piero Manzoni)

Proponendo come artistico il prodotto organico più vile, Manzoni completò un lungo processo di rivendicazione del banale, estendendo il riscatto dagli oggetti al corpo umano stesso. Un gesto estremo che ebbe il pregio di catalizzare su di lui l’attenzione della stampa e scomodò fior di sociologi, antropologi, esteti, psicologi, tutti affannati nel tentativo di ricostruire la genesi e il senso dell’opera, ma, come era nelle intenzioni di Manzoni, la merda è merda e questo è e rimane l’unico significato possibile, tutto il resto è solo mera speculazione intellettuale.

Il dato reale è che le merde di Manzoni, all’epoca vendute a peso d’oro, vale a dire a 700 lire il grammo, oggi vengono battute alle aste per migliaia di dollari incrementando così in modo esponenziale il prezzo di questa scandalosa invenzione. Il record storico è stato raggiunto a dicembre del 2016, quando la scatoletta numero 69 è stata venduta presso la casa d’aste Il Ponte di Milano per ben 275.000 euro, diritti d’asta inclusi. Uno sberleffo al mondo dell’arte che si perpetua nel corso del tempo.

 

Ritratto di Piero Manzoni con le scatolette di Merda d'artista
Ritratto di Piero Manzoni con le scatolette di Merda d’artista

 

Piero Manzoni centrò pienamente il suo scopo: fare dell’arte un’esperienza di vita, sfruttando, alimentando e prendendosi gioco di quei meccanismi che sono sottesi al complesso universo dell’arte, così come si era venuto a strutturare in età moderna. Fu un grande genio che fece della provocazione un modus operandi e principio vivendi.

L’arte non è vera creazione: è liberarsi dei fatti estranei, dei gesti inutili, sceverando tutto quello che è di sovrapposto, di personale, nel senso deteriore della parola, raggiungere quanto è umanamente possibile, le proprie autentiche origini.” (Piero Manzoni)