Lontano dai clamori di una Venezia affollata dai turisti, esiste un luogo appartato, poco battuto dalle folle, che preserva ancora l’intima magia della sua funzione sacra: la chiesa della Madonna dell’Orto. Qui Tintoretto scelse di essere sepolto e qui lasciò delle tele di straordinaria bellezza.
“Per quanto ci possono essere cose sgradevoli a Venezia, nessuna lo è più dei turisti.” (Henry James, “Ore italiane”, 1909)
LA CHIESA DELLA MADONNA DELL’ORTO
Tra i canali silenziosi al limitare del sestiere di Cannaregio, nel Campo che porta il suo nome, si erge in tutta la sua placida imponenza la chiesa della Madonna dell’Orto.
Eretta attorno alla metà del XIV secolo per volontà di Tiberio de’ Tiberi da Parma, padre generale dell’ordine degli Umiliati, la chiesa era originariamente dedicata a san Cristoforo. Tale scelta fu probabilmente suggerita dall’ubicazione dell’edificio in prossimità della laguna e delle isole rivolte alla terraferma: la dedicazione a san Cristoforo era funzionale alla protezione degli attraversamenti delle genti e dei mercanti.
Fu solo nel 1377 che la chiesa cominciò a venir chiamata chiesa della Madonna dell’Orto, in seguito al trasferimento della statua di una Madonna con il Bambino. Realizzata da Giovanni de Santi per Santa Maria Formosa, l’opera venne rifiutata dai committenti e sistemata nell’orto – da qui l’appellativo – della sua abitazione. In seguito al manifestarsi di eventi miracolosi, la statua divenne meta di pellegrinaggi e venne così acquistata dalla Scuola di San Cristoforo dei Mercanti che la spostò nell’attigua chiesa.
Nel 1414 il Consiglio dei Dieci concesse alla chiesa l’uso ufficiale del nome “Madonna dell’Orto”, appellativo oramai già consolidato a livello popolare.

L’edificio, rimaneggiato nel secolo XV, si presenta esternamente con una magnifica facciata in cotto, decorata da statue e da un ricco portale di Bartolomeo Bon, dove è possibile leggere l’alternanza di elementi di transizione dal romanico al gotico, e dal gotico al rinascimento. Posteriormente fu aggiunto il campanile quattrocentesco, concluso da un cupolino a bulbo aggiunto nel 1503 sempre da Bartolomeo Bon, importante architetto al quale si deve anche la monumentale “Porta della Carta” di Palazzo Ducale.
L’interno, inondato da una luce diffusa spiovente dalle alte finestre superiori, si presenta scandito da tre navate, ed è caratterizzato da una pianta rettangolare senza transetto: dominano lo spazio il soffitto ligneo a cassettoni finemente cesellato e la pavimentazione policroma a disegni geometrici. Spettacolare il presbiterio, coronato da un’abside pentagonale. Oltre ai suoi pregi strutturali, la fama della chiesa è legata soprattutto al nome del pittore Jacopo Tintoretto, che dimorava nel vicino Campo dei Mori e che lavorò al suo interno per circa trent’anni, lasciandoci alcuni dei suoi massimi capolavori.
LA PRESENTAZIONE DELLA VERGINE AL TEMPIO, IL SOGGETTO
La storia della presentazione della Vergine Maria al Tempio è narrata nel “Protovangelo di Giacomo”, testo apocrifo risalente al II secolo d.C.
Secondo questo racconto, i genitori di Maria, Anna e Gioacchino, erano anziani e senza figli, situazione al tempo ritenuta una vergogna. In seguito ad una fervente preghiera, Anna e Gioacchino furono benedetti da Dio con la nascita di Maria. In segno di gratitudine, fecero voto di consacrare la figlia al Signore. Fu così che quando la piccola compì tre anni, i suoi genitori la portarono al Tempio di Gerusalemme per offrirla a Dio.
Lì fu accolta dal sommo sacerdote Zaccaria e introdotta alla vita del Tempio, dove crebbe in un ambiente di meditazione e servizio divino. Questo episodio costituisce una testimonianza dell’assoluta devozione di Maria a Dio fin dalla sua infanzia e simboleggia la sua purezza, la sua fede e la sua preparazione spirituale ad accogliere Gesù Cristo nel proprio grembo.

La scena della Presentazione della Vergine ha ispirato numerosi artisti nel corso dei secoli. Nell’arte occidentale Maria è di solito rappresentata come una giovinetta intenta a salire gradini del Tempio, accompagnata dai genitori e accolta dal sacerdote.
“Quando la bambina compì i tre anni, Gioacchino disse: ‘Chiamate le figlie senza macchia degli Ebrei: ognuna prenda una fiaccola accesa e la tenga affinché la bambina non si volti indietro e il suo cuore non sia attratto fuori del tempio del Signore.’ Quelle fecero così fino a che furono salite nel tempio del Signore. Il sacerdote l’accolse e, baciatela, la benedisse esclamando: ‘Il Signore ha magnificato il tuo nome in tutte le generazioni. Nell’ultimo giorno, il Signore manifesterà in te ai figli di Israele la sua redenzione.” (Protovangelo apocrifo di Giacomo, 6,2)
LA PRESENTAZIONE DELLA VERGINE AL TEMPIO DI TINTORETTO
“La presentazione della Vergine al Tempio”, eseguita per la chiesa della Madonna dell’Orto, è attestata nei documenti tra il 1552 ed il 1556. Il Tintoretto dipinse però l’opera nel 1548, nello stesso anno in cui realizzò il “Miracolo di san Marco che libera lo schiavo“, tela che gli valse un grande plauso e lo portò alla ribalta del grande pubblico. L’artista aspettò degli anni prima di consegnarla ai suoi committenti, in modo da aumentare le sue quotazioni e poter così trattare sul prezzo.
Quello che noi oggi vediamo come un quadro completo, in origine era diviso in due parti corrispondenti a due portelle d’organo. “La presentazione della Vergine al Tempio” costituiva infatti la decorazione esterna, mentre nella parte interna erano raffigurati san Paolo e san Pietro – oggi posizionati nell’abside della chiesa.

In una scenografia maestosa Maria sale da sola le scale del Tempio. È una bambina di appena tre anni, ma decisa e determinata nell’accogliere quello che sarà il suo destino. La scena è avvolta nell’ombra, ma lì dove c’è Maria, lì c’è la luce. Il Tempio che rappresenta la vecchia religione è avvolto nelle tenebre, mentre la luce è su Maria che anticipa la nuova chiesa di Gesù. I tratti della Vergine sono quelli di Marietta, figlia prediletta di Tintoretto e da lui utilizzata spesso come modella.
Un particolare inusuale che salta all’occhio è la piramide che si trova dietro la fanciulla. Molto probabilmente si tratta della “Meta Romuli”, una piramide perduta che si trovava vicino al Circo Massimo e si diceva contenesse le ceneri di Romolo. Ma perché troviamo questa piramide nel dipinto?
Per una sua corretta interpretazione, questo elemento va messo in relazione con le due donne che circondano la figura del sacerdote: quella vicina al Tempio rappresenta la “Chiesa dei Circoncisi”, mentre quella vicina alla piramide rappresenta la “Chiesa dei Gentili”. Il passato giudaico che guarda al futuro, prefigurato dall’ascesa della giovane Maria.
A questo punto è anche possibile comprendere il significato delle portelle interne: san Pietro il cui apostolato si rivolse inizialmente agli ebrei, ossia ai circoncisi, e san Paolo che diffuse il messaggio cristiano tra i pagani, ossia tra i gentili. Guardare alla tela del Tintoretto come un dipinto a sé stante ne pregiudica dunque la sua lettura che va interpretata nella sua totalità, come un ciclo completo.

Per quanto riguarda la resa pittorica lo stesso Vasari, solitamente critico con l’artista, lodò l’opera definendola “di grande raffinatezza” e “il quadro meglio eseguito e più gioioso” della Madonna dell’Orto. Personalmente ritengo che anche le altre opere di Tintoretto presenti all’interno della chiesa siano tutte di grande qualità, ma senza dubbio “La presentazione della Vergine al Tempio” cattura magneticamente lo sguardo del visitatore per una straordinaria combinazione di raffinatezza compositiva e complessità simbolica.

“Non si entra nelle chiese e nelle gallerie solo per mutare itinerario; ci si va perché esse offrono una raffinata immagine di quanto ci circonda. Venezia era ad un tempo modello e artista, e la sua vita era così pittoresca da non aver avuto bisogno dell’arte per diventarlo. Nonostante tutto, essa lo è ancora, questo fatto conferisce una straordinaria freschezza alla percezione che si ha dei capolavori veneziani. Non li si giudica da esperti, ma da semplici uomini e li si apprezza perché sono veri e capaci di comunicare.
Forse, tra le opere d’arte di pari valore, essi pretendono da parte di chi li osserva una riflessione minore, visto che hanno bisogno di minor mistero per essere apprezzati. La riflessione può solo confermare l’ammirazione, ed anzi sembra quasi che abbia pudore ad affacciarsi. Tutte queste tele parlano in maniera così diretta e benevola ai nostri sensi, che anche quando raggiungono i vertici assoluti dello stile tintorettiano, come ad esempio nella ‘Presentazione della Vergine al Tempio’, confermano ancora di più la loro intrinseca semplicità.” (Henry James, “Ore italiane”, 1909)
