LA SUA MOLE IMPONENTE DOMINA LA BAIA DI NEW YORK. È UNA DELLE IMMAGINI PIÙ RIPRODOTTE NEL MONDO, MA POCHI CONOSCONO LA STORIA DELLA STATUA DELLA LIBERTÀ.
“Mi dicono: se trovi uno schiavo addormentato, non svegliarlo, forse sta sognando la libertà. Ed io rispondo: se trovi uno schiavo addormentato, sveglialo e parlagli della libertà.” (Khalil Gibran)
LA STATUA DELLA LIBERTÀ, LA STORIA
La Statua della Libertà è una delle opere più note al mondo, perfino logorata nella sua continua rappresentazione. Nonostante ciò essa costituisce per molti un enigma: un’immagine conosciuta e riconoscibile della quale si ignorano le origini ed il significato.
La sua storia comincia nel lontano 1871 quando Frédéric Auguste Bartholdi, un giovane scultore alsaziano che si era già cimentato in opere monumentali, realizzò il primo modello in gesso per quella che sarebbe diventata la statua più celebre del globo.
L’opera nacque come tributo all’America e ai suoi valori di libertà e di democrazia, valori che in Europa si stavano sgretolando sotto i colpi di personalismi politici e dal perdurare di antiche forme di monarchia. Come reazione a questo stato di cose, in Francia si levò un movimento di intellettuali progressisti, capeggiato dal politico e giurista Édouard de Laboulaye, i quali vedevano nella repubblica americana un esperimento riuscito: seppure imperfetta, aveva retto alla devastazione causata dalla guerra civile, uscendone ancora più forte. L’idea era di fare un regalo agli Stati Uniti; non un quadro, non una medaglia, ma un monumento enorme in grado rappresentare la libertà, intesa come un valore che si costruisce insieme e si difende nel tempo.
“L’America è una statua che ti accoglie, e simboleggia, bianca e pura, la libertà, e dall’alto fiera, abbraccia tutta quanta la nazione.” (Francesco Guccini, “Canzone per Silvia”, 1993)

La costruzione della statua fu molto travagliata. Molti furono i problemi che si dovettero affrontare sia strutturali, ma soprattutto economici. Quelli strutturali furono presto risolti grazie all’intervento dell’ingegnere Gustave Eiffel, il quale progettò una struttura interna in ferro ed acciaio in grado di sostenere le trecento sottilissime lastre di rame modellate da Bartholdi.
Eiffel realizzò uno scheletro formato da quattro barre leggermente convergenti verso l’alto che vanno dal livello del suolo alla base del collo: un corpo unico che ha una fortissima capacità di resistenza. Ma il colpo geniale fu quello di connettere la pelle della statua con il suo scheletro attraverso una serie di travetti collaterali, assicurati da linguette flessibili in acciaio: una soluzione rivoluzionaria capace di dare stabilità e flessibilità, consentendo al metallo del rivestimento di dilatarsi o restringersi a seconda della temperatura, di flettere sotto le spinte del vento, insomma di reagire in modo duttile alle diverse situazioni atmosferiche a cui il monumento sarebbe stato sottoposto.
La statua sarebbe infatti sorta all’ingresso della baia di New York, su Bedloe’s Island (oggi Liberty Island), isolotto situato sulla foce del fiume Hudson, individuato dallo stesso Bertholdi durante un suo viaggio di esplorazione negli Stati Uniti del 1871. Scriverà più tardi: “È certamente qui che la statua deve sorgere, qui dove chi arriva ha la sua prima visione del Nuovo Mondo.”

La mastodontica Lady fu finanziata dividendo i costi tra la Francia e l’America: la Francia avrebbe pagato la statua, mentre gli Stati Uniti il piedistallo in granito. La Francia riuscì a raccogliere i soldi necessari attraverso donazioni, lotterie ed esposizioni di parti della statua, gli Stati Uniti invece faticarono a mettere assieme il denaro, fino a che Joseph Pulitzer, direttore del “The New York World”, si mise a capo di una grandiosa campagna di crowdfunding popolare. Già nella sua genesi si evince come la Statua della Libertà non è un dono calato dall’alto, ma è un oggetto costruito dalla partecipazione collettiva; fatto che di per sé stesso incarna l’idea di libertà che la statua vuole rappresentare.
All’inizio del 1884 La Libertà che illumina il mondo – questo il vero nome dell’opera – venne completamente montata nell’atelier della ditta Gaget & Gauthier, al 25 di rue de Chazelles: l’impresa era giunta a termine. Si trattava adesso di trasferirla da Parigi a New York. Venne così smontata in 300 pezzi per agevolarne il trasporto. Ogni pezzo fu accuratamente numerato ed imballato in oltre 200 casse di legno.
Il 21 maggio 1885 le casse vennero caricate sull’Isère, una nave messa a disposizione della marina militare francese. Il 17 giugno 1885, scortata dalla USS Flore, della marina americana, l’Isère con il suo prezioso carico fece il suo ingresso nel porto di New York accolta da una folla festante. Ma i problemi non erano ancora finiti. Adesso bisognava rimontare la statua sull’isola dove il basamento, progettato dall’architetto Richard Morris Hunt, era in fase di completamento. L’assemblaggio richiese diversi mesi di lavoro, sotto l’attenta supervisione di Bartholdi, e pose non poche difficoltà.
Finalmente il 28 ottobre 1886, sotto la guida del presidente statunitense Grover Cleveland, la Statua della Libertà venne inaugurata con una grande parata navale e terrestre. La Libertà aveva trovato il suo porto sicuro. Da quel momento non fu più un progetto, ma un punto fisso, un oggetto entrato nell’immaginario collettivo, illuminando con la sua torcia le speranze di tante persone che, nel corso degli anni, emigrarono in America alla ricerca di fortuna.

“L’immenso e inquieto mare è ora testimone dell’unione di due grandi paesi tranquilli. Questo magnifico lavoro incoraggia ciò che ho sempre amato, la pace. Tra l’America e la Francia – Francia che vuol dire Europa – possa essere questo un pegno permanente di pace.” (Victor Hugo)
LA STATUA DELLA LIBERTÀ VISTA DA VICINO
Data la sua mole enorme e la sua posizione strategica, la Statua della Libertà venne concepita dallo scultore Bartholdi come una massa compatta, povera di orpelli e di accessori. La figura doveva presentarsi come un corpo unico, capace di impressionare già ad un primo sguardo da lontano solo con la sua mastodontica presenza. La sua qualità principale non è la raffinatezza ma la visibilità, la capacità di trasmettere immediatamente i valori che desidera incarnare.
La Libertà è rappresentata come una donna ritta in piedi vestita di una toga romana, secondo una raffigurazione classica. Nel braccio destro alzato stringe una torcia con una funzione certamente simbolica – come dice la sua denominazione originale essa è la Libertà che illumina il mondo – , ma anche pratica, dato che poteva diventare un utile punto di riferimento per i naviganti ed infatti fu utilizzata come faro federale dal 1886 al 1902.
Nella mano sinistra regge il grande libro della legge con incisa la data del 4 luglio 1776, giorno della Dichiarazione d’indipendenza americana. Ai suoi piedi giacciono delle catene spezzate, un particolare non sempre visibile: libertà non significa solo benvenuto, ma significa anche rompere qualcosa, rompere un vincolo. È una donna matura che avanza con passo sereno verso il progresso, a significare che la libertà qui rappresentata è diventata ordinamento e legge, superando le tensioni rivoluzionarie che l’avevano preceduta. Una libertà che si è affermata come valore condiviso.
“La statua simbolo della libertà deve significare che la libertà vive solo nella verità e nella giustizia, nella luce e nella legge. Questa è la libertà che vogliamo e che resterà per sempre simbolo di alleanza tra l’America e la Francia.” (Édouard de Laboulaye)

Il capo della statua è cinto da una corona dalla quale partono sette raggi e si aprono venticinque finestre. I sette raggi alludono ai sette continenti e ai sette mari del mondo, ad intendere l’universalità del valore della libertà, ma richiamano altresì il culto del dio sole. A questo proposito interviene anche l’iconografia massonica, organizzazione alla quale Bartholdi era affiliato e che ebbe una parte di rilievo nella nascita degli Stati Uniti, che indicava nei raggi del sole nascente i simboli dell’illuminazione e del riscatto.
Ma chi fu la modella che diede alla statua quel volto nobilmente maturo? A tal proposito circolavano già al tempo numerose dicerie. Durante un banchetto in onore di Bartholdi un senatore francese raccontò il seguente aneddoto: “Una sera, – disse, – sono entrato nel palco di Bartholdi all’opera e ho visto, seduta in un angolo, una donna di una certa età. D’improvviso il suo volto è stato rischiarato da un lampo di luce ed io ho sussurrato all’artista: ‘Ma quella signora è la tua modella per la statua’. ‘Sì, – rispose Bartholdi, – è mia madre.” Secondo un’altra leggenda il corpo sarebbe modellato su Jeanne-Emilie Baheux, una giovane alsaziana che lo scultore conobbe in America e che poi diventò sua moglie. Alcuni sostenevano che la modella non fosse altro che una ragazza presa direttamente dal marciapiede di Pigalle. Bartholdi, più volte interrogato al riguardo, non diede mai una risposta completa per mantenere un giusto mistero.
Non è poi così importante sapere quale sia la modella e se sia veramente esistita, ciò che conta è l’idea e la sua straordinaria realizzazione: un simbolo inconfondibile che ha attraversato la storia ed è giunto fino ai nostri giorni ancora intatto e resistente.

La poetessa americana Emma Lazarus ha completato l’opera con il sonetto “The New Colossus” (Il nuovo Colosso), composto nel 1883 in occasione di una raccolta fondi per la statua e poi inciso su una placca di bronzo posta sul piedistallo del monumento nel 1903. Versi enfatici e solenni che si sposano perfettamente con il monumento:
“Keep, ancient lands, your storied pomp!” cries she/ With silent lips. “Give me your tired, your poor/ Your huddled masses yearning to breathe free,/ The wretched refuse of your teeming shore,/ Send these, the homeless, tempest-tost to me,/ I lift my lamp beside the golden door!”
“Tenetevi, antiche terre, i fasti della vostra storia – grida con labbra silenti. Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata.”
LA STATUA DELLA LIBERTÀ, NUMERI E CURIOSITÀ
Vediamo un po’ di numeri e di curiosità che circondano questa nostra straordinaria Lady Liberty. Partiamo dal suo aspetto. La statua è celebre anche per il suo caratteristico colore verde, ma non è sempre stata così. Quando fu inaugurata nel 1886 la superficie in rame aveva il colore naturale del metallo, un marrone brillante simile a quello di una monetina nuova. Con il passare del tempo, l’esposizione all’aria, agli eventi atmosferici e alla salsedine, hanno ossidato il rame trasformandone il colore. Oggi vediamo una statua di rame ricoperta completamente da una patina verde di circa 2,5 cm che ha però il pregio di proteggere e conservare il metallo sottostante, in quanto le lamine che compongono l’opera sono spesse appena 2,4 mm.
La statua è alta 46,84 metri, 93 se si considera anche il piedistallo. La sua altezza e la struttura in metallo contribuiscono a farne un magnete per i fulmini. Si stima che ogni anno venga colpita oltre 500 volte da scariche elettriche provenienti dal cielo. Di fatto potrebbe essere considerata il parafulmine più artistico e famoso del mondo.
I numeri di questa donna sono da capogiro: la testa è lunga 5,26 metri e larga 3,05 metri; la distanza tra gli occhi è di 0,76 metri e la sua bocca misura 0,91 metri; la sua mano è lunga circa 5 metri e il dito indice circa 2,33 metri; i sandali sono lunghi 7,6 metri, pari ad un 879 di numero di scarpa; il suo peso è di 225 tonnellate, 90 di rame e 125 di acciaio. Per arrivare sulla corona si devono salire 354 gradini.

Andy Warhol dipinse varie versioni della statua, riconoscendone il suo valore di icona pop americana. La versione tridimensionale, realizzata nel 1962 fu venduta nel 2012 da Christie’s a New York per la cifra record di 43,8 milioni di dollari. Ai nostri giorni la statua è diventata la protagonista di un’opera di Shepard Fairey, l’artista di Los Angeles noto come Obey, dove la nostra Lady appare in manette con lo sguardo frontale severo. Sopra una frase: “It Can’t happen Here“. Una denuncia senza mediazioni contro la deriva autoritaria degli Stati Uniti e le violenze dell’ICE.
L’incarnazione della Statua della Libertà come simbolo della città di New York l’ha resa protagonista di numerosi film: l’abbiamo vista dopo un naufragio in “Titanic“, allo sbarco degli emigranti ne “Il padrino parte II“, decapitata in “Cloverfield“, congelata in “The Day After Tomorrow“, sommersa in “A. I.“, distrutta dagli alieni in “Independence Day“, sotterrata ne “Il pianeta delle scimmie“, teatro di un’epica battaglia in “X-Men“, addirittura fatta sparire in “David Copperfield“, saltare in aria in “Batman Forever“, distrutta da un meteorite in “Deep Impact“, persino camminare in “Ghostbusters II” e volare in “Superman“. E questi sono solo alcuni dei film in cui la statua compare come elemento essenziale della storia narrata.

Molti pensano che la statua originale sia quella americana, in realtà il calco su cui fu coniata si trova a Parigi, al Musée des Arts et Metiers e fu terminato dallo scultore Bartholdi nel 1878. Da questo calco furono prodotte 12 copie, la prima delle quali si trova all’esterno dello stesso museo. Una seconda statua di provenienza francese fu portata a Tokyo alla fine degli anni Novanta, per celebrare gli ottimi rapporti tra i due paesi e si staglia nell’isola artificiale di Odaiba.
Sempre a Parigi se ne trova un’altra su l’Île aux Cygnes, rivolta in direzione della sua gemella e ancora una all’interno dei Jardin du Luxembourg, successivamente spostata nel Musée d’Orsay e sostituita con un’ulteriore copia. Ma nel corso degli anni in molti hanno voluto la loro Statua della Libertà, provando a riprodurla in tutti i paesi del mondo con risultati spesso abbastanza mediocri. Ad oggi esistono circa 302 copie censite, 181 delle quali si trovano in Nord America.
Vista e rivista, riprodotta e rivisitata sotto mille forme la Statua della Libertà non cessa tuttavia di alimentare il nostro immaginario, ed il suo segreto forse sta proprio nella sua semplicità, una semplicità di forme e di allegorie capace di entrare direttamente nel cuore di tutti.

“Pochi forse sanno che il piede destro della Statua della Libertà, la Statua conosciuta in tutto il mondo come simbolo di New York e degli Stati Uniti, è sollevato dal piedistallo. Come se volesse andare da qualche parte. Ma dove?” (Dave Eggers “Il suo piede destro”, 2017)
