A LUNGO CONSIDERATO UN VEDUTISTA DI SECOND’ORDINE, FRANCESCO GUARDI SI È DISTINTO PER I RITRATTI SENTIMENTALI DI VENEZIA E DELLA SUA LAGUNA.

Il Guardi non si allontanerà mai dalla sua città. Le emozioni che gli dà un gioco di luce su un vecchio muro o un riflesso del cielo nell’acqua non sono emozioni puramente visive: scendono dirette a ridestare un ricordo e con esse il sentimento del vissuto. Perciò ama i muri cadenti, pieni di rampicanti e di muffe; potrebbe dirsi un pittore di rovine moderne. Il suo, dunque, non è più il paesaggio come veduta esatta, ma il paesaggio come esperienza individuale, legata non meno che al luogo, al tempo e allo stato d’animo. È il preludio al paesaggio romantico.” (Giulio Carlo Argan)

 

LA VEDUTA DI VENEZIA, UN GENERE ALLA MODA

 

Il Settecento fu il secolo che contribuì a fare di Venezia una tappa obbligata del Grand Tour. La città lagunare, alle soglie della sua decadenza, esercitava un fascino magnetico e multiforme: polo d’attrazione storico-artistico, ma anche centro di una vivace quanto libertina vita mondana.

Accademie, teatri, caffè, osterie, case da gioco e un eterno carnevale, erano i divertimenti offerti ai viaggiatori. “Non immischiatevi degli affari di governo, e fate tutto ciò che vi piacerà”, era il saggio consiglio di Charles de Brosses, conte di Tornay.

 

Francesco Guardi, Piazza San Marco, 1760
Francesco Guardi, Piazza San Marco, 1760

 

In questa progressiva mercificazione di Venezia, l’arte giocò un ruolo fondamentale. Ogni turista voleva portarsi a casa un pezzettino della città, un ricordo che potesse rievocare la magia di quel sogno vissuto in laguna. Si diffuse così un genere pittorico definito vedutismo, un tipo di veduta urbana che gli stranieri acquistavano come souvenir.

Padre riconosciuto della veduta fu Giovanni Antonio Canal, meglio noto come Canaletto. Molto apprezzati ed assai costosi, i suoi quadri offrivano un’immagine precisa e delineata di Venezia, come una sorta di cartolina. A metà degli anni Cinquanta il successo internazionale del Canaletto poteva dirsi un fatto compiuto.

 

FRANCESCO GUARDI, LA VEDUTA ROMANTICA

 

Tra il 1760 ed il 1765 Francesco Guardi dipinse “Gondole sulla laguna”, un’opera rivoluzionaria che anticiperà di un secolo le scoperte dell’Impressionismo.

In un paesaggio lagunare una gondola, in primo piano, scivola sull’acqua assieme ad altre che si intravedono in lontananza. Il dipinto è realizzato in una ristretta gamma di colori in cui predominano i grigi e gli azzurri, e appena un bagliore rosato che delinea una città sullo sfondo: “l’emozione di un istante di luce colto nella pace della laguna”, secondo le esplicite intenzioni dell’artista.

 

Francesco Guardi, Gondole sulla laguna, 1760-1765
Francesco Guardi, Gondole sulla laguna, 1760-1765

 

Al suo apparire il quadro destò non poco sconcerto. Abituato alle visioni nitide di un Canaletto, il pubblico provò un moto di stizza per quello che riteneva un affronto al gusto comune. Troppo fuori dagli schemi per poter essere adeguatamente apprezzato, il Guardi venne così relegato in un secondo piano: un vedutista di ripiego per chi non poteva permettersi le costose immagini di Canaletto.

Certo è ben poca cosa parlare del colore che le cose assumono a Venezia. Chi possiede una vista sufficientemente acuta e sensibile può assaporarlo ogni volta che si affaccia alla finestra, o quando si lascia mollemente trasportare in gondola, in compagnia di quella deliziosa sensazione di essere, per un momento, parte di ciò di cui ogni uomo dabbene è libero di godere.” (Henry James, “Ore italiane”, 1909)

 

FRANCESCO GUARDI, LA VITA E L’OPERA

 

Francesco Lazzaro Guardi nacque a Venezia il 5 ottobre 1712, figlio del pittore Domenico Guardi e di Maria Claudia Pichler, entrambi appartenenti alla piccola nobiltà trentina. Alla morte prematura del padre, nel 1716, il fratello maggiore Gianantonio ereditò la bottega di famiglia dove Francesco ebbe la sua prima formazione. Successivamente, nel 1735, fu allievo dell’architetto e quadraturista Michele Marieschi, che gli fu utile per apprendere la tecnica della veduta e del capriccio, un particolare tipo di veduta che mescola elementi reali a visioni fantastiche.

La sua prima opera firmata risale al 1740 e propone un “Santo adorante l’Eucarestia”, tela di soggetto religioso di un accorato realismo misticheggiante. All’inizio della sua carriera egli alternò la pittura di figura a quella di vedute per poi focalizzarsi su quest’ultima, essendo questa la tendenza più redditizia del tempo.

 

Francesco Guardi, Veduta del Canal Grande con le Fabbriche Nuove di Rialto, 1750
Francesco Guardi, Veduta del Canal Grande con le Fabbriche Nuove di Rialto, 1750

 

Oppresso dall’astro del Canaletto, per lungo tempo cercò di adeguarsi allo stile del vecchio maestro, con risultati tutt’altro che soddisfacenti. Pian piano si lasciò andare e liberò la sua peculiare propensione alla veduta, facendo esplodere quell’estro sentimentale che caratterizzerà tutta la sua produzione: una grammatica essenziale di segni capace di restituire, nelle impalpabili vibrazioni della luce, l’impressione delle cose.

Uno stile decisamente originale, non compreso per il suo alto valore artistico, tanto che Pietro Edwards (responsabile tra le altre cose della spoliazione e dello smembramento delle collezioni veneziane sotto Napoleone) con estrema superficialità giudicava “le cose del Guardi” essere “scorrette quanto mai, ma spiritosissime.”

Il 1 gennaio 1793, Francesco Guardi si spense nella dimora del figlio Vincenzo in campo de la Madonna a San Canciano, dopo “un mese di continuo decubito a letto per vomito polmonare, con febbre continua agli arti inferiori e ventre.”

“Regata sul Canal Grande davanti a Palazzo Mocenigo della Trezza”, datata 1791, è tradizionalmente considerata la sua ultima opera autografa.

 

FRANCESCO GUARDI, L’EREDITÀ

 

Giacomo, figlio di Francesco e di Maria Mattea Pagani, continuerà l’opera del padre, specializzandosi anch’egli nella pittura di vedute e di capricci; nel 1829 venderà tutta la collezione dei suoi disegni e di quelli del padre al collezionista Teodoro Correr, la cui raccolta d’arte costituirà il nucleo fondante del moderno Museo Correr .

Trascurato in vita dalla critica e dal pubblico, Francesco Guardi venne riscoperto dai francesi, verso la metà dell’Ottocento. La patria di un Fragonard o di un Watteau fu decisamente più disponibile ad apprezzarne gli svolazzi grafici e le irrequietezze cromatiche.

Malgrado la sua esistenza sfortunata, Guardi diede prova di una leggerezza di tratto e di un’allegria semantica in grado di carpire le sfumature delle stagioni, nelle diverse ore del giorno: una pittura che scioglie e dissolve, esaltando il sapore dell’attimo colto nell’inevitabile trascorrere del tempo.

 

Francesco Guardi, La Piazzetta verso San Giorgio Maggiore, 1770
Francesco Guardi, La Piazzetta verso San Giorgio Maggiore, 1770

 

Canaletto, con la sua opere, contribuì a diffondere il mito di Venezia come città simbolo dell’Occidente: sospesa tra cielo ed acqua, sede del lieto vivere, dove abitanti e visitatori fanno parte di un insieme sociale e spaziale organico e omogeneo. Guardi, nato quindici anni dopo Canaletto, colse una Venezia al suo tramonto: la sera andava calando e le ombre avvolgevano la città, una quiete innaturale sovrastava uomini e cose. La Venezia trionfale e magnifica del Canaletto cedeva il passo ad una visione più struggente e malinconica, segno e sintomo di un tracollo che, di lì a poco, sarebbe sopraggiunto.