Il bracciale tennis è uno tra i più noti e raffinati gioielli, un grande classico del guardaroba di ogni donna, ma vi siete mai chiesti perchè porta questo curioso nome?

 

IL GIOIELLO COME OPERA D’ARTE

 

Se l’arte della gioielleria è antica quanto l’uomo, la considerazione del gioiello come opera d’arte è una conquista relativamente recente; fu solo sul finire dell’Ottocento che il gioiello venne ricoperto da una valenza artistica.

A cavallo tra i due secoli, in quella breve e feconda stagione conosciuta come belle époque, l’Europa vide la rinascita delle arti minori. Contro la serialità della produzione industriale, si era levato un coro di voci concorde nel dare nuova dignità agli oggetti d’uso comune; fu così che anche il gioiello, da sempre presente nelle raffigurazioni pittoriche, cominciò ad essere il protagonista dell’espressione creativa, un campo dove saggiare forme, materiali e tecniche.

In quest’epoca sorsero le più prestigiose maison, come quella di Louis Francois Cartier (1847) o quella di Peter Carl Fabergé (1870), e numerosi artisti affermati si dedicarono all’ideazione di sofisticati pezzi di gioielleria.

 

Bracciale Cartier in zaffiri e diamanti, 1927
Bracciale Cartier in zaffiri e diamanti, 1927

 

L’idea del gioiello come arte ha attraversato i secoli ed è giunta fino ai nostri giorni, consegnandoci pezzi assai originali e di grande finezza esecutiva: rotti i confini tra gioiello e scultura, tra gioiello e installazione, il bijou è diventato un vero e proprio mezzo di sperimentazione.

L’essenza del gioiello non si esaurisce però nella sua forma, il suo essere un ornamento fa sì che la sua vita più autentica si intrecci con l’amore di chi lo custodisce. Il gioello è storia, è testimone di storie e narra storie assai curiose.

 

IL BRACCIALE TENNIS, LA STORIA

 

Mentre la maggioranza degli sport sono contraddistinti da una divisa, sostenendo l’uniformità all’interno di una squadra, il tennis è tutto incentrato sull’individuo. In questa disciplina gli atleti sono liberi di mostrare le loro qualità fisiche e di sfoggiare il loro gusto personale: un match non è solamente una gara di abilità, ma anche una prova di moda.

Scendere in campo significa farsi vedere al meglio dai media, dai fan e dagli sponsor. E se l’abbigliamento in questa grande vetrina d’immagine riveste un ruolo di primo piano, anche i gioielli non sono da meno: dai look raffinati di Lea Pericoli, con i suoi orecchini di perle e gli anelli di brillanti, alla collana di oro giallo prediletta da Gabriela Sabatini, fino alle vistose parure di Serena Williams.

Un gingillo, in particolare, ha lasciato un segno così indelebile da arrivare ad essere battezzato come “bracciale tennis”, in onore di una tennista che l’ha reso celebre.

Correva l’anno 1978 e gli Us Open dalla sede del West Side Tennis Club a Forest Hills, dove si erano disputati per ben cinquantaquattro anni, si trasferivano al National Tennis Center di Flishing Meadows, nel Queens, smettendo la rossa terra per vestirsi di un grigio cemento. Una giovane campionessa nel fiore della carriera si apprestava a conquistare il torneo per la quarta volta consecutiva. Il suo nome era Chris Evert e sconfisse in finale una allora sconosciuta Pam Shriver, giunta fino a lì battendo in semifinale un mostro sacro come Martina Navratilova.

Ma il fatto più straordinario di questa stagione fu un episodio capitato alla Evert che si perse nella leggenda, tanto è vero che alcuni, erroneamente, lo riferiscono agli Us Open del 1987, forse per una superficiale inversione di cifre.

Nota per il suo abbigliamento chic e per la freddezza dei suoi colpi che le fecero guadagnare l’appellativo di “The Ice Maiden” (La regina di ghiaccio), la Evert non fu solo una delle prime tenniste ad usare il rovescio a due mani, ma anche la prima ad indossare un bracciale d’oro a rivière di diamanti durante le partite.

 

Chris Evert con indosso il bracciale tennis in un match contro Martina Navratilova, finale di Wimbledon 1978
Chris Evert con indosso il bracciale tennis in un match contro Martina Navratilova, finale di Wimbledon 1978

 

Fu proprio durante uno scontro particolarmente intenso, forse a causa di un colpo un pò troppo energico, che il suo prezioso monile si slacciò, finendo chissà dove.

Immediatamente la Evert fece interrompere il gioco: non avrebbe potuto continuare senza prima aver trovato il suo“tennis bracelet”, diseganto dal prestigioso orafo egiziano George Bedewi.

La diretta TV trasformò un episodio apparentemente trascurabile in un grande spot pubblicitario per questo tipo di bracciale: da quel momento l’”eternity bracelet”, come fino ad allora era noto, divenne il “tennis bracelet”.

Diffuso a partire dagli inizi del Novecento, questo lussuoso accessorio era tradizionalmente realizzato in oro bianco e diamanti. Oggi vengono impiegati anche materiali semipreziosi, ma rimane invariata la caratteristica che lo rende unico, ossia l’estrema flessibilità: le pietre, incastonate in una sequenza continua, assumono una forma chiusa, così sottile da non essere certamente un ingombro.

Semplice, ma di gran classe, il bracciale tennis è tra i gioielli più apprezzati e diffusi nel modo: dai campi da tennis è entrato nelle case delle donne comuni, incarnando uno stile sofisticato e vincente.

La differenza tra i falsi ricordi e quelli veri è la stessa che per i gioielli: sono sempre quelli falsi che sembrano i più reali, i più brillanti.” (Salvador Dalì)

 

Bracciale tennis in platino e diamanti della collezione Tiffany & Co
Bracciale tennis in platino e diamanti della collezione Tiffany & Co