NEL PERIODO DEI LUMI IL MARCHESE DE SADE TENTÒ DI PENETRARE NELLE TENEBRE DEL MALE ATTRAVERSO L’ECCESSO DI PERVERSIONI; UNA VISIONE CHE INFLUENZERÀ, IN MODO PIÙ O MENO DIRETTO, LA PRODUZIONE ARTISTICA DEI SECOLI SUCCESSIVI.

La ferocia dei sensi, la violenza delle passioni, la sessualità più cruda e sfrenata vennero da lui interpretate come caratteristiche tipiche dell’uomo, costantemente proteso verso un assoluto bisogno d’amore e in bilico perenne tra istinto naturale e peccato morale.

Icona di un’epoca in cui la spregiudicatezza intellettuale andava di pari passo con i movimenti rivoluzionari, ben lungi dal poter essere ridotto all’etichetta di sadico (perversione a cui ha dato il nome), de Sade sfidò le convenzioni per arrivare al cuore della conoscenza delle cose.

Un’arte non addomesticata, legittimata ad esternarsi anche attraverso le categorie del grottesco, del mostruoso e del blasfemo, questo è il grande messaggio che il Divin Marquis lasciò ad artisti ed intellettuali: una libertà di espressione che è, prima di tutto, affermazione della libertà di pensiero.

 

CENNI BIOGRAFICI

 

Donatien-Alphonse-François de Sade, Signore di Saumane, di La Coste e di Mazan, Marchese e Conte de Sade, noto come Marchese de Sade e soprannominato Divin Marchese, fu un uomo che pagò a caro prezzo per l’indipendenza del suo credo.

Nato a Parigi il 2 giugno 1740, trascorse buona parte della sua esistenza in prigione, finendo nel 1801 internato nel manicomio di Charenton dove morì, senza più uscirne, il 2 dicembre 1814.

Perseguitato da tutti i governi francesi, dal regime monarchico, da quello rivoluzionario e poi anche da quello napoleonico, de Sade portò avanti una sua personale battaglia fondata sull’indagine totale e totalizzante dell’uomo in quanto tale poiché, come lui stesso affermava, tutto è lecito, perché “tutto è nella natura, e le creature ne sono la schiuma“.

 

Felix Labisse, La mattina poetica, 1944
Felix Labisse, La mattina poetica, 1944. Da sinistra a destra si possono riconoscere: il Marchese de Sade (ritratto di spalle), Jean-Louis Barrualt, Alfred Jarry, William Blake, Apollinaire, Felix Labisse, Pablo Picasso e Robert Desnos

 

IL PENSIERO

 

Ateo e libero pensatore, de Sade fece del vizio un modello per l’affermazione di una società slegata dai dogmi prestabiliti e tesa al piacere creativo: il vizio da vivere come un’opera d’arte.

Caratteristica peculiare della sua religione fu una irresistibile attrazione verso i lati più aberranti dell’essere, i luoghi più oscuri dello spirito e i meandri più reconditi della coscienza, cosa questa che lo accomunò a molti pittori intenzionati a ritrarre ogni aspetto dell’umana esistenza, dal più brillante al più nefando.

Sì sono, un libertino, lo riconosco: ho concepito tutto ciò che si può concepire in questo ambito, ma non ho certamente fatto tutto ciò che ho concepito e non lo farò certamente mai. Sono un libertino, ma non sono un criminale né un assassino.” (Marchese de Sade)

 

L’INFLUENZA NELL’ARTE

 

Salvador Dalì, litografia dalla serie Il Marchese de Sade, 1969
Salvador Dalì, litografia dalla serie Il Marchese de Sade, 1969

A partire dall’Ottocento con i “Capricci” di Francisco Goya, passando per l’epoca moderna fino ai nostri giorni, l’arte si è spesso interrogata sul nesso che lega piacere e dolore, gioia e tormento, estasi e dannazione.

In tal senso l’opera di de Sade deve essere considerata nel più ampio contesto di una riscoperta del nostro Io più vero ed autentico, senza giudizi né pregiudizi, ma solo seguendo il corso naturale delle cose.

Il desiderio non è che l’altra faccia dell’immaginazione, un’immaginazione non al servizio della morale e non inficiata dal sentire comune: un viaggio verso i recessi del nostro essere, luogo privilegiato per la sperimentazione di quell’assoluto a cui l’arte aspira.

Estraneo all’idea di un Dio giudicante volto esclusivamente alla repressione degli istinti, de Sade smascherò quella religiosità utilizzata come forma di sottomissione delle pulsioni, affermando un irruento anticlericalismo ed un licenzioso pansessualismo: “l’idea di Dio è il solo torto che non posso perdonare all’uomo.

 

Leonor Fini, Illustrazione per Juliette di de Sade, 1944
Leonor Fini, Illustrazione per Juliette di de Sade, 1944

Nella sua visione rigorosamente atea, il desiderio d’infinito si confuse con l’infinito del desiderio: l’avvicinamento al sublime attraverso l’accettazione della realtà più carnalmente corporea, senza freni, remore o inibizioni.

“Non è nel godimento che consiste la felicità, ma è nel desiderio, nel rompere i freni che ci oppongono a questo desiderio.” (Marchese de Sade)

A più di duecento anni dalla sua morte de Sade ci lascia un testamento filosofico di profonda umanità: uomo fra gli uomini non ebbe timore di sottoporsi alla pubblica gogna per affermare l’arditezza delle sue concezioni.

La psiche umana è conturbante e spaventosa allo stesso tempo, la grandezza di de Sade fu di accettare pienamente questa duplice dimensione plasmando una metafisica capace di conferire un senso umano alla perversione: è necessario attraversare i recessi più oscuri per comprendere e tollerare quell’affascinante mistero che è l’uomo.

 

Sfortunatamente devo descrivere due libertini; aspettati perciò particolari osceni, e scusami se non li taccio. Ignoro l’arte di dipingere senza colori; quando il vizio si trova alla portata del mio pennello, lo traccio con tutte le sue tinte, tanto meglio se rivoltanti; offrirle con tratto gentile è farlo amare, e tale proposito è lontano dalla mia mente.” (Marchese de Sade, “Aline e Valcour”, 1793)

 

CURIOSITÀ

 

Francisco Goya, incisione della serie I capricci, 1799
Francisco Goya, incisione della serie “I capricci”, 1799

La parola sadismo deriva proprio dal nome del Divin Marchese.

Stesso destino infelice per un altro grande scrittore, Leopold von Sacher-Masoch, che oggi viene citato da tutti solamente per aver dato il nome ad un’altra perversione erotica, il masochismo.

L’appellattivo di Divin Marquis (Divin Marchese) gli venne attribuito da André Breton, in riferimento al Divin Aretino, primo autore erotico dell’epoca moderna.

Nonostante le facili semplificazioni, di solito fatte da chi i libri non li legge, l’opera di de Sade è un tributo alla donna e alla sua emancipazione: le sue eroine sono libere ed indipendenti che prendono in mano il loro destino, afferrando tutti i piaceri che la vita può loro offrire. Anche per questo dovremmo essere tutti grati al nostro Marchese, invece di osannare la figura di tanti altri pensatori che della donna e del suo piacere se ne son fatti beffe.

Chiedo che sulla mia fossa vengano seminate delle ghiande, affinché in seguito il terreno della suddetta non resti sguarnito e il bosco torni a essere bello come prima: in tal modo le tracce della mia tomba scompariranno dalla faccia della terra come mi auguro che il ricordo di me si cancelli dalla memoria degli uomini.” (Dal testamento del Marchese de Sade)