TUTTOMONDO, REALIZZATO A PISA NELL’ESTATE DEL 1989, COSTITUISCE IL GRANDE TESTAMENTO PITTORICO DI KEITH HARING.
“Pisa rappresenta uno dei momenti più importanti della mia intera carriera.” (Keith Haring)
TUTTOMONDO, LE ORIGINI
“Tuttomondo”, il grandioso murales pisano di Keith Haring, costituì uno dei momenti chiave della carriera dell’artista. La genesi dell’opera si deve da un incontro fortuito.
Nel 1987 Piergiorgio Castellani, all’epoca un giovane studente universitario di Pontedera, si trovò ad assistere ad una manifestazione di un gruppo di hare krishna in una via di Manhattan a New York. In mezzo alla folla di spettatori c’è anche un ragazzo magro, con gli occhiali tondi, un paio di jeans chiari e scarpe bianche. L’italiano lo riconobbe immediatamente: era Keith Haring, astro nascente della scena pop newyorkese.

Tra i due nacque una simpatia reciproca e, tra uno scambio di battute, Castellani propose ad Haring di recarsi in Italia per lasciare una traccia del suo lavoro: “allora lo provocai con tono scherzoso” – ricorda Castellani – “dicendogli che in Italia mancava una sua opera permanente, aveva lavorato a Milano per Fiorucci e poi a Roma, ma non c’era un lavoro davvero per tutti e di tutti e lui mi rispose: domani vieni nel mio studio e ne parliamo.”
TUTTOMONDO, ANALISI DELL’OPERA
Nel 1989, su invito di Piergiorgio Castellani, Keith Haring giunse a Pisa. Appena arrivato familiarizzò con la città: girovagò per le vie del centro, scattò numerose foto, cercando di trovare le forme e i colori più appropriati per il lavoro che intendeva realizzare.
Il Comune si attivò per mettergli a disposizione una parete che rispondesse alle sue esigenze, senza porte e senza finestre, e che si trovasse in un luogo fruibile da quante più persone possibili. Venne individuato il muro posteriore del Convento dei Frati Servi di Maria, dietro alla chiesa di sant’Antonio Abate.
In mezzo ad una folla numerosa, Keith Haring lavorò in modo instancabile per quattro giorni per portare alla luce “Tuttomondo”, il suo ultimo murales.
“Io non do mai un titolo a niente… Nemmeno questo dipinto ne ha uno, ma se dovesse averlo sarebbe qualcosa come Tuttomondo.” (Keith Haring)

Influenzato dal ciclo di affreschi medievali del Camposanto di Pisa e dai grandi maestri rinascimentali che poté ammirare nella cittadina, Haring realizzò un’opera straordinaria per l’equilibrio delle proporzioni, la sintesi del messaggio e l’armonia del tessuto cromatico.
“In questo murale ho disegnato tutto quello che riguarda l’umanità. Questo murale è fatto di simboli delle differenti attività umane. È una sintesi delle problematiche della vita di oggi. Non mi sono mai dedicato alla vita degli uomini, ma anche alla vita degli animali, ecco perché vedete delfini, scimmie e altro. È un affresco della vita in generale.” (Keith Haring)
Celebrazione della vita in tutte le sue forme, di quella vita che di lì a poco lo avrebbe abbandonato, “Tuttomondo” costituisce la summa del lavoro di Haring: un gioioso pathos figurativo che invade gli spazi della collettività, rendendola partecipe del lavoro dell’artista. Con la sua opera egli instaurò un dialogo serrato con l’uomo comune, restituendo l’arte alla comprensione di tutti e liberandola dal ristretto circuito dei collezionisti, dei galleristi e dei musei.
“Un vero artista è soltanto il veicolo per tutto ciò che passa attraverso di lui. L’artista contemporaneo è responsabile verso l’umanità. Deve costantemente celebrare l’umanità e opporsi alla disumanizzazione della nostra cultura.” (Keith Haring)

Con il suo vocabolario, fatto di segni grafici elementari, ispirati all’immediatezza delle figure dei cartoons, egli operò una vera e propria riduzione dei concetti a segni, enunciando così, attraverso pensieri figurati, la propria personale visione del mondo. Questo è “Tuttomondo“, un luogo di partecipazione attraverso il quale poter riflettere e reagire al malessere della nostra società.
