LA PITTURA DI JOHANNES VERMEER SI PRESENTA SENZA CLAMORE, ENTRA A PASSI FELPATI NEL NOSTRO CAMPO VISIVO PER POI IMPRIMERSI COME UN INSONDABILE MISTERO. LA SUA OPERA COSTITUISCE UN ENIGMA COMPLESSO: SOTTO L’APPARENTE FACILITÀ DELLE SUE IMMAGINI SI CELANO SIGNIFICATI CHE SFIDANO LA NOSTRA CAPACITÀ DI COMPRENSIONE.

Soltanto grazie all’arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, lo vediamo moltiplicarsi, e quanti più sono gli artisti originali, tanti più mondi abbiamo a disposizione, diversi gli uni dagli altri più di quelli che girano nell’infinito, e che, molti secoli dopo che si è estinto il focolare da cui emanavano, si chiamassero Rembrandt o Vermeer, ci inviano ancora il loro caratteristico raggio di luce.” (Marcel Proust)

 

JOHANNES VERMEER, LE ORIGINI

 

Johannes Vermeer nacque a Delft nel 1632. Il padre Reynier Vos si guadagnava da vivere gestendo una locanda, commerciando quadri e tessendo la caffa, un pregiato tessuto di seta simile al damasco, che ricorrerà spesso nei dipinti dell’artista. Fu forse l’attività di mercante d’arte del padre ad avviare il giovane alla carriera di pittore.

Nulla sappiamo del suo apprendistato e della sua formazione; nel 1653 era già iscritto nella Corporazione di San Luca e godeva di ampia considerazione nell’ambiente artistico della città, tanto da essere eletto per ben due volte come presidente dell’associazione.

La Corporazione di San Luca era un’unione di artisti, mercanti e amanti d’arte che prendeva nome dal santo che, secondo la tradizione cristiana, realizzò alcune raffigurazioni della Vergine Maria e dei santi Pietro e Paolo, e per questo considerato protettore degli artisti. All’epoca era necessario appartenere a tale confraternita per poter lavorare come artista e per assumere apprendisti nelle proprie botteghe, inoltre essa era in grado di condizionare le sorti degli artisti influenzando le opinioni della gente con critiche positive o negative.

 

Johannes Vermeer, La lettera d'amore, 1669-1670
Johannes Vermeer, La lettera d’amore, 1669-1670

 

Il matrimonio nel 1653 con Catharina Bolnes, figlia di una ricca famiglia di magistrati originari di Giuda, contribuì ad elevare la posizione sociale ed economica di Vermeer. Dalla loro unione nacquero quindici figli, fatto che influì non poco sulle finanze familiari e sul ménage, non sempre idilliaco, della coppia.
Vermeer non divenne mai ricco e si barcamenò tra la professione di pittore a quella di mercante ed esperto d’arte.

Fu un uomo dimesso, privo di particolari slanci. I suoi toni pacati e la sua arte senza clamore hanno forse contribuito ad appannare la sua opera, per molto tempo trascurata. Fu infatti solo verso la fine dell’Ottocento che Vermeer venne riscoperto grazie ad alcuni illuminati letterati, primo fra tutti Marcel Proust.

 

JOHANNES VERMEER E LA LUCE

 

Le notizie biografiche di Vermeer sono scarne e avvolte nel mistero, così come quelle relative al corpus della sua opera. Pochi dipinti sono pervenuti fino ai nostri giorni e non si hanno certezze sulla datazione e sui titoli originali.

L’elemento che accomuna tutti i suoi quadri è la luce, una luce vellutata che avvolge la sue rappresentazioni, creando una miracolosa atmosfera di pace sospesa: il prima e il dopo si catalizzano nell’attimo intessuto dalla luce.

Le immagini prendono vita da modulazioni luminose che rivelano, a poco a poco, tutta la ricercatezza della scena: particolari inattesi, minuzie descrittive, dettagli improvvisi, si manifestano all’occhio di chi sa guardare. Il risultato è quello di una pittura arcana ed introversa, priva di grandi estri compositivi, ma capace, nella sua elegante compostezza, di scandagliare i recessi più profondi dell’animo umano.

 

Johannes Vermeer, Veduta di Delft, 1660-1661
Johannes Vermeer, Veduta di Delft, 1660-1661

 

Marcel Proust fu uno dei più grandi estimatori di Vermeer, tanto da ritenere la “Veduta di Delft” come “il quadro più bello del mondo” e da citarlo nella “Recherche” come termine di paragone per la perfetta scrittura: “è così che avrei dovuto scrivere … I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel piccolo lembo di muro giallo.”

Era questa capacità artigianale unita ad una maniacale dedizione ciò che Proust ammirava nel fare dell’artista, quello spirito di sacrificio per l’arte che lo induceva a “ricominciare venti volte qualcosa che susciterà un’ammirazione così poco importante per il suo corpo divorato dai vermi, come il lembo di muro giallo dipinto con tanta sapienza e raffinatezza da un artista per sempre ignoto, identificato appena sotto il nome di Vermeer.”

 

JOHANNES VERMEER, LE OPERE E LA POETICA

 

Tra il primo quadro datato “La mezzana” del 1656 e “L’astronomo” del 1668, si svolse la stagione più felice dell’artista. In seguito i suoi lavori vennero a perdere quel suo tipico incanto per raggelarsi in una sorta di realismo fotografico.
La peculiare poesia veermeriana si sprigiona dal fascino delle scene domestiche e dalla seduzione degli oggetti quotidiani che, nella loro natura statica e immobile, rivelano una lirica una poesia senza tempo: la vita immota di ciò che non conosce azione alcuna.

 

Johannes Vermeer, La mezzana, 1656
Johannes Vermeer, La mezzana, 1656

 

Vermeer è una sorta di memorialista della vita del suo tempo: una ragazza che scrive una lettera o che esegue una musica, un piccolo concerto tra amici, una visita in salotto, una veduta della città, sono tutti soggetti osservati e ritratti fino a discernerne le più intime e sottili bellezze. Come diceva Borges “la bellezza non è rara” basta solo saperla riconoscere, anche nelle cose più banali: momenti unici ed irripetibili della quotidianità vengono così resi immortali.

A Vermeer non interessarono le scene eroiche, storiche, religiose o mitologiche, ma la realtà così come la vedeva: per la prima volta nella storia dell’arte occidentale il soggetto dell’opera diviene il nudo oggetto della visione, senza filtri o compromessi di nessun genere. Non vi sono implicazioni simboliche o psicologiche nelle tele di Vermeer, ma una fotografia lucida della realtà da cui scaturisce una muta poesia, che è la poesia intrinseca delle cose ordinarie: un reale dischiuso dal nitore della luce e vagliato attraverso le inclinazioni del suo animo.

 

Johannes Vermeer, L'astronomo, 1668
Johannes Vermeer, L’astronomo, 1668

 

Nella sua fedele aderenza alla verità, il maestro di Delft trovò quell’imparzialità dello sguardo capace di penetrare la lirica nascosta delle cose: dalla carta geografica appesa alla parete alla brocca, dal volto di una fanciulla alla trama di una stoffa, da una crepa nel muro ad uno strumento musicale. Una magia che erompe da fotogrammi di realtà, una magia sottilmente calibrata, questa è la pittura di Vermeer, un’artista che fu in grado di raggiungere una dimensione di eternità attraverso la narrazione della storia del suo tempo: istantanee della memoria che affiorano attraverso sottili vibrazioni di luce.

 

JOHANNES VERMEER, L’EPILOGO

 

Dal 1672 la famiglia di Vermeer fu colpita da una crisi finanziaria dalle conseguenze tragiche. Morì il mecenate Van Ruijven, che aveva contribuito alla vendita di alcuni dipinti dell’artista, e l’invasione francese della repubblica olandese recò un ulteriore danno alla vendita delle sue opere.

Travolto dai debiti, Johannes Vermeer si spense il 15 dicembre 1675 all’età di quarantatré anni. L’anno seguente la moglie Catharina dichiarò bancarotta e lasciò un documento dove indicò la condizione di penuria come causa principale della morte del pittore: “a causa delle grandi spese dovute ai figli e per le quali non disponeva più di mezzi personali, si è afflitto e indebolito talmente che ha perso la salute ed è morto nel giro di un giorno e mezzo.”

 

Johannes Vermeer, La ragazza con l'orecchino di perla, 1665 circa
Johannes Vermeer, La ragazza con l’orecchino di perla, 1665 circa