MITE RAMPOLLO DELLA BORGHESIA BELGA, PAUL DELVAUX CONDUSSE UN’ESISTENZA ASSAI MONOTONA, CADENZATA DA UN CIECO RISPETTO PER LE CONVENZIONI E L’ORDINE PRESTABILITO.

A questo conformismo egli si oppose impugnando pennelli e matite, strumenti di liberazione dal controllo della famiglia e della classe sociale a cui apparteneva; facendosi beffe del perbenismo e delle buone maniere, diede vita ad una realtà fatta di sesso e di catastrofe.

Se dovessi dare una definizione della mia opera direi che sono un realista poetico. O un simbolista se preferite.” (Paul Delvaux)

Donne eburnee dalla pelle opalescente, scheletri, architetture classiche, pochi soggetti che si rincorrono intessendo minime variazioni su un solo tema di base: l’ossessione per l’insondabile mistero femmineo.

Devoto ad un culto del tutto personale, Delvaux elevò la donna ad essenza primaria, relegando la figura maschile ad una mera posizione di contorno. Nell’elegante esposizione del nudo femminile l’artista trovò quella dimensione del fantastico, del poetico, dello straniante, tanto cari all’estetica surrealista: il corpo femminile come espressione dell’enigmatico miracolo della natura.

 

LA VITA

 

Paul Delvaux, Le grandi sirene, 1947
Paul Delvaux, Le grandi sirene, 1947

Paul Delvaux nacque ad Antheit, in Belgio, il 23 settembre 1897. Contrariamente ai desideri del padre che lo voleva avvocato come lui, manifestò assai precocemente una certa passione per la pittura e per la musica.
Frequentò l’Académie des Beaux-Arts di Bruxelles, seguendo i corsi di architettura e di pittura, e partecipò alla vita artistica belga esponendo con il gruppo “Le Sillon”, ancora influenzato dall’Impressionismo.

Dopo un breve periodo espressionista, nel 1934, in seguito alla prima esposizione surrealista belga di portata internazionale, Delvaux venne folgorato dala pittura di De Chirico e da quella del conterraneo Magritte, mutando significativamente il proprio stile.

Non è il lato metafisico dell’opera di De Chirico che mi ha segnato, è essenzialmente il mistero delle strade deserte, le ombre, il sole. Le città mute di De Chirico hanno una profondità di sentimenti straordinaria, di silenzio, di poesia. Ho capito allora che la pittura ha un significato altro rispetto al mettere del colore su una tela, che poteva andare in profondità e non più stagnare in superficie.” (Paul Delvaux)

 

I SOGGETTI E LO STILE

 

La scoperta di De Chirico offrì a Delvaux la chiave espressiva per portare sulla tela i frutti della sua immaginazione.

Motivi dell’adolescenza e universi personali si unirono al recupero di un’antichità ideale cadenzata da templi e portici: algide scenografie di uno spazio esistenziale immutabile e perpetuo.
In questa atmosfera da sogno si aggirano le donne di Delvaux: donne nude il più delle volte, o quasi, dai seni floridi e dai grandi occhi, con i fianchi rotondi e chiome lussureggianti.

Tante donne che sono in realtà sempre la stessa donna: la rappresentazione di una creatura tanto bella quanto irraggiungibile, in grado di risvegliare il desiderio altrui ma incapace di metterlo in atto.

Come ebbe a Dire André Breton, Delvaux fece “dell’Universo l’impero di una donna, sempre la stessa, che regna sulle grandi periferie del cuore, dove i vecchi mulini di Fiandra fanno girare le collane di perle in una luce minerale.”

Gli uomini, quando compaiono, sono solo distratti accessori; sparuti e grami essi condividono con le donne lo stesso spazio, ma in un tempo diverso. Non vi è comunicazione né dialogo, ma solo la certezza dell’incapacità di condivisione.

Tutto il lavoro di Delvaux non è altro che la conferma di una regola tristemente dolorosa: la frattura insanabile tra il desiderio della donna, pronta a donare la pienezza della vita, ed il rifiuto dell’uomo che non la vuole.

E così solitudine, attesa e frustrazione attraversano l’animo di tutti questi personaggi, inermi burattini di un dramma perpetuo che è quello della nostra esistenza.

Grandi donne nude che annullano il deserto questo mondo è sotto il dominio della carne gloriosa. Tutto in un istante è ridotto all’abbandono del riflesso di una gonna in uno specchio vuoto. Per conoscere la forma e il peso dei suoi seni la più bella al mattino si rinserra tra le sue braccia.” (Paul Éluard )