UNA CRUDELE FURIA SANGUINARIA SERPEGGIA NELL’OPERA DI ARTEMISIA GENTILESCHI, FORMIDABILE PITTRICE CHE SI SERVÌ DELL’ARTE COME STRUMENTO DI VENDETTA.

Una Giuditta impavida che senza alcuna pietà taglia la gola al generale assiro Oloferne, una Giaele dalle braccia robuste che ficca un picchetto nella tempia di Sisara addormentato, una scaltra Dalila che si accinge a tagliare i riccioli bruni di Sansone; queste sono le protagoniste dei suoi dipinti, eroine crudeli attraverso le quali tentava di liberarsi dai demoni della propria infanzia.

 

IL DRAMMA NELLA VITA

 

Artemisia Gentileschi nacque a Roma l’8 luglio 1593, orfana di madre fu cresciuta dal padre Orazio, un pittore alla moda, che prestò servizio anche alla corte di Carlo I, quel famoso sovrano al quale, guarda caso, fu mozzata la testa. Orazio fu per Artemisia un padre padrone: suo maestro e suo tiranno, violento ed iroso, ma anche fortemente ambiguo nei confronti della fanciulla.

La fanciulla crebbe in un ambiente familiare androcentrico, privo del calore e dell’affetto materno, che venne aggravato da un fatto terribile.

Quando aveva appena diciassette anni, nel 1611, Artemisia fu violentata da Agostino Tassi, amico e collega del padre nonché suo maestro di prospettiva. Lo stupro portò ad un processo altrettanto pensoso che espose la ragazza al pubblico ludibrio: a violenza si aggiunse violenza.

 

Artemisia Gentileschi, Susanna e i Vecchioni, dettaglio, 1610
Artemisia Gentileschi, Susanna e i Vecchioni, dettaglio, 1610

 

La giovane fu trascinata dinanzi a dei giudici severi ed arcigni, tutti di sesso maschile, dai quali fu ripetutamente interrogata e torturata mediante lo schiacciamento dei pollici, pratica questa che veniva utilizzata per accertarsi della sincerità dell’imputato e che avrebbe potuto rovinare per sempre la sua carriera di pittrice.

Ma la tragica vicenda non si era ancora conclusa. Agostino Tissi, essendo già sposato, non poté intervenire con un matrimonio riparatore e così Artemisia fu costretta a prendere come marito un certo Pierantonio Stiattesi, un uomo da poco, che non fece che accrescere la sua acredine nei confronti dell’altro sesso.

 

LA RIVALSA NELL’ARTE

 

In una delle sue prime opere, “Susanna e i vecchioni” (1610), si legge già una profetica accusa contro quelli che saranno, di lì a poco, i suoi carnefici: i vecchioni che esercitano la loro pressione fisica e psicologica su Susanna hanno le fattezze del padre Orazio e del maestro Agostino.

Per mezzo dei suoi quadri Artemisia indossò i panni di Susanna, di Cleopatra, di Giaele, di Giuditta, di Dalila, donne forti, donne armate, pronte a combattere contro i maschi crudeli.

La resa della sua pittura, pur nella truculenza dei temi, rimane di una dolcezza straordinaria: atti criminali ma venati da un calore e da un’abitudine domestica, come l’atto di trinciare un pollo o quello di affettare un pezzo di carne.

 

Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, dettaglio, 1612-1613
Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, dettaglio, 1612-1613

 

Neppure il grande amore ricambiato per il nobiluomo Francesco Maria Maringhi servì a riconciliarla con l’universo maschile: abbandonato il marito a Firenze, Artemisia si spostò a Napoli dove dipingeva nella solitudine della sua stanza.

Roma, Firenze, Venezia, Napoli e Londra furono le città dove Artemisia lasciò il segno della sua arte: in un mondo dominato dall’arroganza degli uomini, ella si affermò per l’originalità della sua pittura, potendo vantare prestigiose committenze tra le principali corti europee.

Una vita segnata da continui spostamenti, dovuti alla sua grande fama, e da numerosi amanti, dovuti alla sua innegabile bellezza; una vita dove con gli onori ristabilì in parte il torto subito in gioventù.

Donna affascinante e sensuale, misteriosa ed intrigante, alternava momenti di passione a periodi di forte tormento interiore, mai paga mai soddisfatta, errabonda di se stessa.

Dopo la sua morte, avvenuta a Napoli nel 1653, Artemisia fu dimenticata, di lei si persero le tracce, come avvenne per tante donne di talento che il pensiero patriarcale dominante faticava ad accettare; vivide e presenti sono però le sue tele che richiamano, con straziante verità, quel fatale giorno che la rese pienamente cosciente della vulnerabilità dell’umano destino.

 

Artemisia Gentileschi, Danae, 1612
Artemisia Gentileschi, Danae, 1612

 

Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio tra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano me le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro.
E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne.

(Artemisia Gentileschi nel descrivere lo stupro subito)