PENSIERO DOMINANTE NELLA MENTE DELL’UOMO, LA DONNA INCARNA DA SEMPRE LE FORZE PRIMORDIALI DELLA NATURA, FORZE BENEVOLI E MALIGNE NELLO STESSO TEMPO. LA FEMME FATALE RIPROPONE QUESTA DUALITÀ TIPICA DEL FEMMINEO: DONNA SENSUALE E VENEFICA È UNA TENTAZIONE INSANA ALLA QUALE NON SI PUÒ RESISTERE.

Tra la fine dell’ Ottocento e gli inizi del Novecento, prese forma il mito della femme fatale, ossia di una donna che sotto parvenze ammalianti recava con sé distruzione e sconvolgimento.

Bella e crudele, bramata e odiata, la femme fatale aleggiava nei sogni e negli incubi di ogni uomo; ossessione dominante di una società che riversava nella donna le incertezze di un’epoca.

 

LA FEMME FATALE NELL’ARTE

 

Le pagine dei romanzi, le immagini della pittura e della scultura, i soggetti del teatro e perfino i temi musicali fin de siècle abbondavano di donne fatali: un repertorio ricorrente di perverse seduttrici.

A livello rappresentativo la femme fatale non corrispondeva ad un tipo univoco, molte e diverse erano le sue interpretazioni: esotica, bruna e beffarda, come nelle incarnazioni di Franz von Stuck, oppure fiammata nei capelli e dalla carnagione esangue, come le nordiche sfingi di Fernand Khnoppf o le angoscianti “donne vampiro” di Edvard Munch.

 

Fernand Khnopff, Testa di donna, 1899
Fernand Khnopff, Testa di donna, 1899

 

[…] Martiri e mostri, vergini e demoni

o nobili cuori che spregiate il reale

e cercate l’infinito, satiresche e devote,

ora piene di grida, ora di pianto,

voi che nel vostro inferno ha inseguito il mio cuore,

io vi amo, sorelle, e insieme vi compiango

per quei cupi dolori, per quell’eterna sete,

per le urne che il petto vi colmano d’amore.”

(Charles Baudelaire, da “Donne dannate”ne “I fiori del male”, 1857)

 

GLI ARCHETIPI ANTICHI

 

L’iconografia della femme fatale ha origini antiche; è stata Giuditta, Salomè, Medusa, Circe, Elena, Medea, Cleopatra, infinite variazioni di un medesimo cliché: un archetipo affascinante e abominevole, attraente e repulsivo, che vive da sempre nei recessi più profondi della psiche umana.

Ma qualsiasi veste indossi, la femme fatale deve la sua ragion d’essere nella paura che l’uomo prova di fronte alla donna: una pericolosa mantide che irretisce l’uomo per poi divorarlo.

Di fronte alla femme fatale l’uomo non può che soccombere come vittima predestinata.

 

Edvard Munch, Vampiro, 1893-1895
Edvard Munch, Vampiro, 1893-1895

 

“[…] Questo cuore, profondo come un baratro, vuole

voi, Lady Macbeth, anima ai crimini possente,

sogno d’Eschilo che il clima degli altani dischiude,

o te, grande notte, figlia di Michelangelo,

che in strane pose placida contorci

bellezze use alle bocche dei Titani!”

(Charles Baudelaire, da “L’ideale”ne “I fiori del male”, 1857)

 

LA FEMME FATALE NELLA BELLE ÈPOQUE

 

La misoginia, della quale la femme fatale non è altro che l’agghindata parvenza, era il risvolto oscuro della belle èpoque: la crisi della fiducia nel progresso, capace di tramutare la nostalgia del rassicurante ventre materno in un’immagine torbida e ansiogena.

Nella diversità femminile si veniva a riversare tutta la frustrazione per delle attese mancate, per il ritmo volubile dell’economia e dell’industrializzazione.

Dalla società fin de siècle la donna veniva additata come la bestia strana che, con i suoi misteriosi incantesimi, tratteneva la nuova era dalla sua più completa realizzazione.

 

LA FEMME FATALE E LA PSICOANALISI

 

Il clima culturale era denso di contraddizioni: da una parte si sbandierava una fiducia ottimistica nella scienza e nel progresso, dall’altra il nuovo corso delle cose minava certezze precostituite e radicate.

Ed è proprio in questo contesto che presero forma le prime nevrosi dell’uomo moderno e la loro conseguente codificazione, da parte del medico austriaco Sigmund Freud. Con le sue teorie, egli non fece altro che dare dignità scientifica alla femme fatale, la perfetta incarnazione delle pulsioni erotiche represse e dei conflitti generati dai tabù.

Il dilagare dell’irrazionale e della cultura dell’inconscio contribuirono ad intensificare lo stato di ansia e di turbamento di un’epoca che si stava avviando verso il baratro della prima Guerra Mondiale.

 

Franz von Stuck, Giuditta e Oloferne, 1924
Franz von Stuck, Giuditta e Oloferne, 1924

 

“Leggendo il libro di Giuditta invidiavo il feroce eroe Oloferne per via della donna regale che lo decapitò con una spada, gli invidiavo la bella fine sanguinaria.”

(Leopold von Sacher-Masoch, “Venere in pelliccia”, 1870)