IL GIOCO DEL VOLANO, LA STORIA

 

Il volano è uno dei più antichi giochi di racchetta praticato dall’uomo. Le sue prime testimonianze risalgono nientemeno che al 5.000 a.C.; a quest’epoca, infatti, appartengono alcuni vasi cinesi raffiguranti dei giovinetti intenti a scambiarsi delle palle con degli attrezzi di legno. Il nome di questo arcaico divertimento, che prevedeva anche l’uso dei piedi, era ti jian zi.

Dalla Cina il ti jian zi si diffuse in Giappone, Siam e India, per poi giungere nel Vicino Oriente e di qui in Grecia. In Europa il volano, noto fin dal Medioevo, si era sviluppato principalmente come svago per bimbi e fanciulle, date le sue caratteristiche di levità e leggerezza, ma fu solo nel Diciannovesimo secolo che si codificò come un vero e proprio sport.

 

Maurice Denis, Partita al volano, 1900
Maurice Denis, Partita al volano, 1900

 

Secondo una tradizione leggendaria, l’invenzione della versione moderna del volano si deve al duca di Beaufort. Si narra che l’aristocratico inglese, per far sopportare meglio ai figli il rigido inverno del 1863, li avesse fatti giocare a volano nella sala principale del castello di Badminton. In quell’occasione il duca avrebbe tirato una corda dal camino alla porta della stanza, creando in questo modo una rete rudimentale.

Da quel momento il volano si chiamò badminton battledore e con questo nome venne pubblicizzato da un negoziante londinese di giocattoli. Nel 1873 il colonnello H. O. Selby stilò un suo primo regolamento, anticipando di un anno la codificazione del law tennis.

Il protagonista principale del badminton è appunto il volano, una semisfera di sughero contornata da sedici penne d’oca. Scopo del gioco è quello di colpire “al volo” la pallina con la racchetta, per piazzarla nel campo dell’avversario senza che questi riesca a prenderla. Molto veloce e tattico, esso richiede agilità e prontezza di riflessi.

 

I BAMBINI ED IL GIOCO

 

Ai nostri giorni il diritto dei bambini al gioco costituisce un’idea scontata e condivisa, ma non era così nelle epoche passate. Per molto tempo i bambini furono considerati come dei “piccoli adulti” e i grandi non si rivolgevano a loro con particolare attenzione.

La vera svolta avvenne durante la seconda metà del Settecento quando, di pari passo con la formazione di una scienza pedagogica, il gioco venne indicato come attività necessaria allo sviluppo psichico e fisico dei fanciulli: giocare alimentava la fantasia del bambino e contribuiva ad una crescita armoniosa del corpo.

Tutti i giochi e tutti gli svaghi dei bambini debbono essere diretti a formare abitudini buone ed utili, altrimenti saranno la causa di quelle cattive. Ogni cosa che i bambini fanno, in quella tenera età lascia loro qualche impressione, e da essa ricevono una tendenza al bene o al male: ed ogni cosa che abbia un’influenza di questo genere non dovrebbe essere trascurata.” (John Locke, “Pensieri sull’educazione”, 1693)

 

Pierre-Auguste Renoir, Giovani ragazze che giocano al volano, 1887
Pierre-Auguste Renoir, Giovani ragazze che giocano al volano, 1887

 

Fra i vari giochi di destrezza era molto diffuso il volano (jeu de volant in francese, battledore and shuttlecock in inglese), perché  non necessitava di particolare forza ed era molto semplice da praticare: erano sufficienti uno spazio, anche piccolo, un paio di racchette ed il volano stesso. A differenza dei giochi con la palla il volano era inoltre indicato come intrattenimento perfino per le bimbe dell’aristocrazia, poiché la pallina piumata poteva essere tranquillamente lanciata all’interno delle mura domestiche senza creare particolari danni.

 

LA RAGAZZA COL VOLANO DI JEAN-BAPTISTE-SIMÉON CHARDIN

 

Nella “Galleria degli Uffizi” a Firenze è conservato un dipinto di Jean-Baptiste-Siméon Chardin dal titolo “La Fillette au volant” (Ragazza col volano). L’opera, databile tra il 1740 ed il 1750, testimonia la nuova attenzione prestata alla realtà dell’infanzia durante l’età dei lumi L’intera produzione pittorica di Chardin fu emblematica in tal senso.

Ai dipinti di soggetto storico, egli preferì sempre scene d’interno, oppure oggetti d’uso quotidiano, o ancora gesti delle persone comuni, con una particolare predilezione per quelli dei fanciulli della borghesia francese, che raffigurava occupati nelle normali attività di tutti i giorni o, come nel caso del dipinto in esame, nell’atto del giocare.

 

Jean-Baptiste-Simèon Chardin, Ragazza col volano, 1740-1750
Jean-Baptiste-Simèon Chardin, Ragazza col volano, 1740-1750

 

La rappresentazione è abbastanza semplice, ma di grande impatto emotivo. Su di uno sfondo neutro si staglia la figura di una giovane ragazza, immortalata di profilo, che stringe tra le mani gli strumenti del suo passatempo preferito.

Non è colta nella foga del gioco, ma in un momento di riposo, probabilmente dopo aver terminato una partita di volano, dal momento che le spalle sono imbiancate della cipria caduta dai capelli. La mano che tiene la pallina è appoggiata al pomello di una sedia, ma non è chiaro se si stia appoggiando o se stia scostando la sedia per poter passare meglio. Un’immagine apparentemente statica che però evoca un prima e un dopo: una narrazione sottesa nell’accuratezza descrittiva dei particolari.

La ragazzina ha le fattezze di una piccola damina e, come tale, non le è concesso partecipare a giochi troppo movimentati. Il volano è dunque il gioco ideale, leggero e delicato, non prevede mosse brusche e può essere praticato anche con gli indumenti ingombranti che indossa: l’abito di stoffa rigida, lo scomodo panier che dona volume alla gonna, il busto che le comprime il torace, la cuffietta aggiustata sui riccioli incipriati e le forbici legate ad un nastro con il puntaspilli. Quest’ultimo particolare può forse suggerire che le è stato permesso di interrompere la sua lezione di cucito per concedersi un po’ di svago.

Oggi il badminton è uno sport olimpionico, non è più solo un diletto per giovinetti, ma indelebile rimane la dolcezza di questa piccola donna, immersa in un mondo di compiuta armonia.

Sono stato un’ultima volta a rivedere il Museo degli Uffizi. Ho scoperto alla fine della galleria uno stanzino angusto dove si stava facendo la toilette a due piccoli Chardin, un busto di ragazzo e uno di fanciulla. Sono rimasto in contemplazione davanti ad essi nella felicità più perfetta fino al ritorno dell’operaio (che doveva senz’altro essere andato a bere un goccio)“. (Jean Giono, “Viaggio in Italia”, 1952)