UNA VICENDA REALE CHE SEMBRA LA TRAMA DI UN ROMANZO: DELLE FOTO RITROVATE E UNA TATA CHE SI TRASFORMA, COME PER MAGIA, IN UNA FOTOGRAFA.

Questa è la storia di Vivian Maier, una donna nata nel Bronx, cresciuta in Francia e poi ritornata in patria dove venne assunta come baby-sitter da una famiglia dell’upper-class, in un quartiere di Chicago. Metodica e diligente, schiva e riservata, solitaria e indipendente, la Maier era animata da un’unica passione: la fotografia.

Di lei non si sapeva nulla fino a quando John Maloof, un giovane agente immobiliare, si ritrovò a sviluppare alcune pellicole contenute in uno scatolone comprato ad un’asta a Chicago nel 2007. Subito comprese di trovarsi di fronte a delle immagini straordinarie, tecnicamente perfette ed umanamente commoventi.

 

Vivian Maier, Autoritratto, 1955
Vivian Maier, Autoritratto, 1955

 

Ma chi era l’autore di quegli scatti? John Maloof tentò, senza riuscirci, di dare risposta a questa domanda. Una serie di autoritratti permise di dare un volto alla donna che, all’epoca, era ancora viva.

Maloof cercò di rintracciarla, ma tutto ciò che riuscì a trovare fu un necrologio nel 2009: Vivian Maier era morta senza sapere che, di lì a poco, sarebbe diventata famosa in tutto il mondo. I tre fratelli Gensburg, John, Lane e Matthew, di cui era stata la tata, la ricordavano con grande affetto.

A metà tra il mito e la leggenda, prese forma la favola di Vivian Maier, la nanny fotografa che scattava per diletto scene di vita quotidiana. Durante la sua intera esistenza ritrasse tutto ciò che la circondava, lasciandone traccia in oltre quarantamila negativi, molti dei quali ancora all’interno di rullini non sviluppati.

 

LA STORIA DI VIVIAN MAIER

 

Vivian Maier nacque a New York il 1 febbraio 1926 da Charles Maier e Maria Jassaud. I genitori si separarono presto e Vivian fu affidata alle cure della madre che si trasferì presso un’amica francese, Jeanne Bertrand, fotografa professionista. Fu qui che la piccola iniziò ad appassionarsi di fotografia.

In seguito alla terribile crisi del 1929, le due donne e Vivian si recarono in Francia, dove rimasero fino al 1938.

Tornata negli Stati Uniti, non avendo compiuto degli studi regolari, cominciò a lavorare come commessa ed operaia.

Negli anni Cinquanta l’eredità di una zia francese le permise di dare sfogo alle sue due grandi passioni: la fotografia e i viaggi. Nel 1952 acquistò una Rolleiflex, una macchina solida e assai silenziosa, l’apparecchio ideale per la sua street photography. Per avere un tetto sulla testa si impiegò come bambinaia, dapprima presso una famiglia a Southampton poi, nel 1956, si trasferì a Chicago presso i coniugi Nancy e Avron Gensburg.

 

Vivian Maier, Grenoble, 1959
Vivian Maier, Grenoble, 1959

 

Tra il 1959 ed il 1960 Vivian intraprese, da sola, un grande viaggio intorno al mondo della durata di sei mesi. Visitò le Filippine, la Thailandia, l’India, lo Yemen, l’Egitto, l’Italia e la Francia.

Per tutto questo tempo non smise mai di immortalare il mondo con la sua fotocamera. I Gensburg le avevano messo a disposizione un bagno personale che utilizzò come camera oscura: quando cessò il suo rapporto di lavoro con la famiglia i rullini, che non ebbe più la possibilità di sviluppare, andarono a riempire intere scatole.

Nel 1987, presentandosi ai suoi nuovi datori di lavoro, portò con sé ben duecento casse di cartone contenenti il suo archivio personale. Con l’età che avanzava, Vivian si trovò a combattere anche con le difficoltà economiche: le sue preziose casse finirono in un box preso in affitto e lì vennero dimenticate.

Alla fine degli anni Novanta i fratelli Gensburg, che le erano molto affezionati, la rintracciarono e si presero cura di lei.

Nel 2008, in seguito ad una brutta caduta, Vivian venne ricoverata in ospedale. Nonostante le attenzioni dei Gensburg, che la fecero trasferire in una casa di cura di Highland Park, Vivian Maier si spense il 21 aprile 2009, lasciando un’importante eredità artistica.

 

LO STILE DI VIVIAN MAIER

 

Vivian non ambiva alla fama né alla notorietà, non le interessava esibire le sue foto, per lei la fotografia era qualcosa di molto personale, un modo per dare un senso alle cose e offrire ordine al suo universo privato.

Scattava in continuazione, in modo maniacale ed ossessivo, rivolgendo il suo sguardo alla moderna città americana con le sue architetture, i suoi ambienti e, soprattutto, la sua variegata natura umana: dai quartieri residenziali alle zone piùpopolari, dalle signore impellicciate ai barboni ai bordi delle strade, dai bambini intenti a giocare ai garzoni sorridenti, nulla sfuggiva all’obiettivo implacabile della Maier.

E fotografava anche se stessa, riflessa negli specchi o nelle vetrine: la sua inseparabile Rolleiflex appesa al collo, l’espressione austera, l’aspetto mascolino, il naso pronunciato, i capelli corti e scuri.

 

Vivian Maier, Autoritratto, Senza data
Vivian Maier, Autoritratto, Senza data

 

La grandezza dell’opera della Maier risiede nella sincerità del suo occhio, un occhio preciso capace di cogliere il lato marginale della realtà. Dettagli, scorci, particolari ed inquadrature rivelano un universo parallelo, quello del non detto, analizzato con una sensibilità tutta femminile. Nessuna trita compassione, ma un’autentica partecipazione emotiva con quell’umanità che amava immortalare, un’umanità fissata in un’istante, in un momento magico cristallizzato nell’eternità.

Il mondo è una ruota che non smette di girare, ogni spazio viene occupato non appena si libera. “ (Vivian Maier)

 

Vivian Maier, Chicago, 1961
Vivian Maier, Chicago, 1961

 

Visita il sito ufficiale di Vivian Maier al seguente link:

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