CELEBRE COME SCRITTORE, SAGGISTA E GIORNALISTA, DINO BUZZATI SI RICONOSCEVA PRIMA DI TUTTO COME PITTORE. BOLLATO DAI PIÙ COME UN DILETTANTE, FU COSTRETTO A DIVENTARE UN CLANDESTINO DELLE MATITE COLORATE.

Il fatto è questo, io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa e le mie pitture quindi non le può prendere sul serio. La pittura per me non è un hobby, ma il mestiere, hobby per me è scrivere. Dipingere o scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie.” (Dino Buzzati)

 

DINO BUZZATI, CLANDESTINO DELLA PITTURA

 

Dino Buzzati si era sempre proclamato un pittore, ma pochi furono disposti a dargli credito. Forse perché ci aveva abituati alle sue straordinarie parole, prima di rivelarsi completamente nella veste di pittore. Ma, se ci pensiamo bene, le sue parole sono sempre state accompagnate da immagini, nella convinzione che il testo scritto non potesse prescindere dalla sua trasposizione grafica.

Un giorno ero nella città dei pittori. E giravo, guardando. Quand’ecco una guardia gridò: ‘Lei.’ ‘Lei cosa?’ ‘La tessera’, disse, ‘La tessera di pittore.’ ‘Nessuna tessera’, risposi. ‘Allora, contravvenzione. Torni nel suo comparto, egregio signore, quello di coloro che scrivono, il comparto degli unidimensionali. Lei nella città dei pittori senza il salvacondotto relativo? Si rende conto dell’enormità? Qui possono starci quelli che fanno i pittori di mestiere. Ma c’è anche il quartiere dei dilettanti. Lei può accomodarsi, eccolo là, se proprio ci tiene a restare con noi.’ Fece segno. Guardai. Immersa nell’ombra, si stendeva una massa di baraccamenti squallidi. Pareva un lager. Continuavo a sentire sguardi ostili.” (Dino Buzzati)

Così, nonostante la sua grandissima passione, Buzzati fu confinato nel purgatorio dei dilettanti, dei pittori “della domenica”, di coloro che hanno il vezzo di colorare delle tele. Fu solo verso la metà degli anni Cinquanta che questo amore si palesò, sostenuto da alcuni mercanti e critici propensi a considerare seriamente il suo lavoro pittorico.

 

Dino Buzzati, Le buone amiche, 1962
Dino Buzzati, Le buone amiche, 1962

 

Nel 1958 la Galleria Re Magi di Milano gli dedicò la sua prima personale, corredata da un catalogo con uno scritto di Raffaele Carrieri. Poteva essere il trampolino per ottenere quell’agognato salvacondotto, ma la carriera di Buzzati come pittore non decollò mai veramente. Troppo ingombrante era il suo nome nel regno della narrativa.

Io mi diverto immaginando le piccole scene che succederanno, spero tra moltissimi anni, quando, io sepolto, verrà inaugurata al Palazzo Reale la mia prima grande retrospettiva”, diceva. E fu proprio una grande retrospettiva quella che gli venne dedicata nelle sale di Palazzo Reale nel 1991, a vent’anni dalla sua scomparsa. Un riscatto postumo, ma non del tutto compiuto. Ancora oggi, infatti, serpeggia una certa diffidenza a considerare Dino Buzzati un pittore. Sarebbe forse più giusto superare le etichette e considerare Dino Buzzati come un superbo narratore di storie, scritte o figurate che siano.

 

DINO BUZZATI, LA PITTURA PARLATA

 

Dino Buzzati scriveva dipingendo e dipingendo scriveva. Nel suo lavoro la parola ha sempre evocato un’immagine e l’immagine stessa è sempre stata parte integrante della parola. “Poema a fumetti” del 1969 e “I miracoli di Valmorel” del 1971, sono esemplificativi di questa sua caratteristica stilistica.

La pittura di Buzzati non può dunque prescindere dalla sua produzione letteraria, e viceversa: due espressioni diverse, ma complementari, per tradurre la medesima visione della realtà.

Atmosfere rarefatte, paesaggi misteriosi, suggestioni magiche, concorrono tutte alla formazione dell’universo buzzatiano. La Milano nella quale è cresciuto, le adorate Dolomiti, terra prediletta delle sue esplorazioni, sono i soggetti con cui si nutre la sua fantasia, distillati dal velo evanescente della memoria che deforma ed amplifica. Ecco che le montagne aguzze, regno dell’arcana purezza, si trasformano nei salotti della Milano bene, traboccanti di uomini, macchine e peccati lussuriosi: un insistente richiamo all’inquietudine che si cela oltre la normalità delle cose.

 

Dino Buzzati, Piazza del Duomo di Milano, 1957
Dino Buzzati, Piazza del Duomo di Milano, 1957

 

L’occhio di Buzzati indaga, scruta, si apre verso l’esterno e si chiude verso l’interno, non accetta suggerimenti né compromessi, ma è sempre disposto a vedere una realtà ulteriore rispetto al velo dell’apparenza, estrema consapevolezza di qualcosa che perennemente si attende ed inevitabilmente non giunge mai.

Se n’è andato così alla Buzzati, che alla Buzzati potrebbe anche tornare. E pure questo troveremmo del tutto naturale, come una delle sue tante magie, o l’ultimo suo giuoco del suo umorismo nero. Perché se un qualcosa c’è al di là di noi, nessuno se l’è guadagnato più di Buzzati, che ha trascorso la vita a captarne i messaggi e a decifrarli per noi. Ora può darsi che sia lui a lanciarcene uno …” (Indro Montanelli, da un articolo apparso sul Corriere della Sera il 29 gennaio 1972)

 

DINO BUZZATI, CENNI BIOGRAFICI

 

Dino Buzzati nacque a Belluno il 16 ottobre 1906, nella villa cinquecentesca di proprietà della famiglia. Nel 1916 si iscrisse al Liceo Parini di Milano per poi laurearsi in Legge nel 1928. Nello stesso anno venne assunto come cronista al “Corriere della Sera”.

Nel 1933 fu pubblicato “Barnabo delle montagne”, romanzo d’esordio ove è condensato il nucleo del suo immaginario creativo: il sentimento del tempo, il grande amore per la montagna, il legame magico tra uomo e natura, la solitudine della modernità e quel senso di attesa che non è altro che l’ombra della morte.

Non solo giornalismo e prosa, ma anche teatro, musica, poesia, disegno e pittura, furono gli interessi che guideranno la sua vita di uomo e di artista. E la montagna sopra tutto, sopra ogni cosa.

 

Dino Buzzati, Il Cagnone, 1971
Dino Buzzati, Il Cagnone, 1971

 

Il 1 dicembre 1971 Buzzati visitò per l’ultima volta l’adorata dimora di Belluno. Sette giorni più tardi venne pubblicato sul “Corriere della Sera” il suo ultimo elzeviro, “Alberi”.

Il 28 gennaio 1972, mentre una fitta neve trasformava Milano in una “gigantesca Dolomite”, alle quattro e venti del pomeriggio, Dino Buzzati si spense nella stanza 201 della clinica Madonnina a seguito di un tumore al pancreas.

Dino Buzzati, scrittore sommo, nato il 16 ottobre 1906, morto per caduta da cavallo il 30 febbraio 2017”, questa è l’epigrafe che Dino immaginava per sé, con la sua solita macabra ironia: il 30 febbraio e alla veneranda età di 111 anni!

Non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai.” (Dino Buzzati)