PIETRA MOLTO RARA, DALLE DIMENSIONI ASSAI RIDOTTE, IL RUBINO È DA SEMPRE COLLEGATO AL FUOCO PER LA SUA EVIDENZA CROMATICA E PER LE SUE VIRTÙ CURATIVE. NELLE OPERE D’ARTE ESSO RICORRE FREQUENTEMENTE NEI RITRATTI DI PERSONAGGI ILLUSTRI.

La virtù è simile ad una pietra preziosa, bellissima se montata semplicemente.” (Francis Bacon)

 

IL RUBINO, STORIA E SIMBOLOGIA

 

Il termine rubino deriva dal latino rubeus che significa rosso, in evidente riferimento al suo colore.

La sua storia è avvolta nel mistero e viene descritta in molte leggende del mondo antico. Gli indiani, i primi ad apprezzare questa gemma, ritenevano che coloro che offrivano rubini al dio Krishna sarebbero rinati come imperatori. Ecco perché lo chiamavano ratnaraj, che significa “re delle pietre preziose”. Una pietra regale destinata alle classi più elevate.

Il rubino si diffuse in Europa attorno al 500 a.C., grazie ai mercanti greci e fu presto associato al sangue e al fuoco, tanto che si usava indossare per allontanare piaghe e pestilenze. Si pensava inoltre che portasse serenità, scacciasse gli incubi, aumentasse la voglia di vivere e aiutasse a risolvere le dispute.

 

Raffaello, Ritratto di Maddalena Strozzi, 1504
Raffaello, Ritratto di Maddalena Strozzi, 1504

 

Durante il Medioevo la Chiesa cattolica vedeva nel rubino il simbolo del sangue di Cristo, per questo motivo i re e i più alti prelati del clero decoravano le loro insegne con rubino, come segno di devozione cristiana. Tra i più famosi accessori reali ornati di rubini vi sono il Cuore di Francia, la corona reale dei Capetingi, la corona d’Inghilterra e la corona di san Venceslao.

Nel corso del tempo il rubino cedette gradualmente il passo al diamante, pur rimanendo una pietra molto preziosa e ricercata.

La ninfea or ora mi sembra, sulle tue dita, una boccetta rossa di rubino, con stimmi di zafferano.” (Ibn Ḥamdīs)

 

IL RUBINO NELL’ARTE

 

Nella storia dell’arte il rubino, come molte altri preziosi, è presente nelle rappresentazioni figurative con precise valenze magico-simboliche, ma anche come strumento di ostentazione del lusso e del potere.

Durante il Rinascimento il rubino compare frequentemente nei dipinti che ritraggono uomini e donne di corte: ad esso viene assegnato il compito di veicolare un messaggio ben preciso, ben compreso dalla società del tempo. L’anello con un rubino, in particolare, era diffuso nei ritratti delle persone sposate, a sugello del vincolo matrimoniale.

Attorno al 1504 Raffaello eseguì per Agnolo Doni, ricco mercante di stoffe ed esponente di spicco dell’alta borghesia fiorentina, un doppio ritratto di Agnolo e della moglie l’aristocratica Maddalena Strozzi, sposata il 31 gennaio 1504.

 

Raffaello, Ritratto di Agnolo Doni e di Maddalena Strozzi, 1504
Raffaello, Ritratto di Agnolo Doni e di Maddalena Strozzi, 1504

 

Dalla posizione eloquente delle mani è evidente l’intenzione di mettere in luce i particolari degli anelli, segni espliciti dello stato raggiunto dai due soggetti. La donna sfoggia due anelli con rubino, uno all’anulare della mano sinistra e uno all’altezza della seconda falange dell’anulare della mano destra, mentre l’uomo indossa al mignolo una fede impreziosita da un rubino: chiari riferimenti al loro stato coniugale e simboli di fuoco e fertilità. Nelle mani di entrambi sono inoltre presenti due anelli con smeraldi in riferimento alla fedeltà della promessa matrimoniale.

Solitamente l’anello con smeraldo, quello di fidanzamento, era infilato all’indice, mentre quello con rubino, quello del matrimonio, era collocato sulle ultime dita, cioè sull’anulare o sul mignolo, forse per assecondare una certa sequenza temporale degli avvenimenti.

Ma i rubini sono presenti anche nei ritratti degli alti dignitari ecclesiastici per rimarcare il legame indissolubile con Cristo e il matrimonio mistico con la Chiesa.

Indicativo in tal senso è il Ritratto di Giulio II, eseguito da Raffaello nel 1512. Il papa indossa ben sei anelli, nonostante i divieti emanati da apposite leggi suntuarie che tentavano di porre un freno alla sfacciata esibizione della ricchezza tramite i gioielli: “non si possino portare a ogni dito più di tre anella, e detta anella non possino avere più che una pietra preziosa o perla per mano…” In questo caso ci troviamo di fronte ad un’esplicita ostentazione del potere spirituale e temporale incarnato nella figura del pontefice.

 

Raffaeello, Ritratto di Giulio II, dettaglio delle mani, 1512
Raffaeello, Ritratto di Giulio II, dettaglio delle mani, 1512

 

Gli anelli di Giulio II montano pietre di verde smeraldo, in riferimento alla fede e all’eternità dello spirito, e gemme rosse di rubino, simboli del martirio, del Verbo divino, della fiamma dello Spirito Santo ed anche del sangue versato da Gesù per l’umanità.

Un altro dipinto che testimonia l’importanza dei gioielli e della loro simbologia per una corretta lettura di un’opera d’arte è il Ritratto di giovane, realizzato da Lorenzo Lotto nel 1530. Mancano sicure indicazioni circa l’identità del soggetto, ma siamo in grado di ricostruirne la storia tramite una ricostruzione iconologica dell’immagine.

Ci troviamo dinanzi ad un ritratto che racconta una tragica assenza. L’uomo è appoggiato ad un grande tavolo dove sono sparsi alcuni oggetti di grande pregnanza simbolica: dei petali di rosa, che si riferiscono alla perdita della persona amata, una lucertola, emblema del male, una lettera, una collana ed un anello di rubino, che qui starebbe ad indicare la perdita della speranza di giungere ad un’unione matrimoniale.

 

Lorenzo Lotto, Ritratto di giovane, dettaglio del tavolo, 1530
Lorenzo Lotto, Ritratto di giovane, dettaglio del tavolo, 1530

 

Esiste dunque un linguaggio preciso legato alle gemme che ci consente di penetrare oltre l’immagine, per perderci nella storia più profonda dei dipinti e dei loro misteri.

Diamanti? Ormai non c’è pizzicagnolo che non ne ostenti uno al mignolo. Meno avviliti, lo smeraldo e il rubino d’Oriente, che sprizza lampi d’un rosso brillante; […] Quanto ai topazi, bruciati o crudi, sono pietre a buon mercato, care alla piccola borghesia che ci tiene a chiudere a chiave nell’armadio a specchi il suo bravo scrigno.” (Joris-Karl Huysmans, “Controcorrente”, 1884)