DAL MOMENTO CHE PER IL MOMENTO LO SCI PARE ESSERE UNO SPORT DIFFICILMENTE PRATICABILE, PROVIAMO A FARE UN VIAGGIO NEL PASSATO ATTRAVERSO L’ARTE E IMMERGIAMOCI NELLE ATMOSFERE INNEVATE DEGLI ANNI VENTI.

 

LA GENESI DELLO SCI COME SPORT

 

Ideati ancor prima della ruota, gli sci sono i più antichi mezzi di locomozione noti all’uomo. In origine la loro funzione era legata alla necessità di muoversi in territori ostili, occupati per la maggior parte dell’anno dalla neve e dal ghiaccio.

Questi attrezzi rimasero poco più che delle rudimentali assi di legno fino alla seconda metà dell’Ottocento, quando le innovazioni tecnologiche permisero agli sci di entrare nell’era moderna: da semplici strumenti di trasporto si posero così anche al servizio dello sport e del divertimento.

La prima gara di sci, sebbene non ufficiale, si disputò a Tromsø, in Norvegia, nel 1843. Di qui la nuova moda si diffuse nelle Alpi, dapprima in Svizzera, nella valle dell’Engandina, per arrivare nelle regioni italiane nel 1896, grazie ad un ingegnere di origine svizzera, Adolfo Kind, che diede le prime dimostrazioni di utilizzo di questi strani “pattini da neve” nel salotto del suo villino torinese.

 

Francisco Pons Arnau, Sciatrice
Francisco Pons Arnau (1886-1955), Sciatrice

 

Per molto tempo, come per tutti gli sport di montagna, lo sci restò una pratica meno diffusa rispetto al ciclismo, al football o al pugilato, che dominavano le cronache dei quotidiani e infervoravano gli animi della popolazione.

Fu soprattutto durante gli anni Venti del Novecento, in quel felice decennio definito “ruggente”, che lo sci si guadagnò un posto di primo piano nel cuore dell’emergente ceto borghese. Complice un ritrovato benessere economico e la volontà di lasciarsi alle spalle le brutture della guerra, i nuovi ricchi si abbandonarono senza freni ad una ritrovata joie de vivre: locali sempre diversi inauguravano nelle città, i centri balneari intensificavano il turismo estivo e i paesi montani si offrivano ad un nuovo tipo di villeggiatura, la settimana bianca; per la prima volta era possibile godere dei piaceri delle cime innevate, anche per merito della diffusione dello sci.

 

SAINT MORITZ, LA META PIÙ ESCLUSIVA

 

Tra le stazioni sciistiche più mondane ed esclusive, primeggiava su tutte Saint Moritz, località svizzera nel Cantone dei Grigioni, situata in una conca dell’Alta Engandina. Conosciuta fin dai tempi dei romani per le proprietà terapeutiche delle sue acque e la salubrità della sua aria, fu una delle prime cittadine ad investire nel turismo invernale.

Nell’estate del 1864 Johannes Badrutt, proprietario dell’Hotel Engadiner Kulm, fece una scommessa con degli inglesi che soggiornavano presso la sua struttura: avrebbe aperto il suo albergo anche in inverno, proponendo ai suoi ospiti una permanenza gratuita se non fossero stati soddisfatti. La scommessa fu vinta: i sudditi di Sua Maestà giunsero a dicembre, per ritornarsene in patria solamente per le festività pasquali.

Era nato il turismo invernale e Saint Moritz venne incoronata la regina delle nevi. In breve tempo l’ameno paesino alpino si trasformò in una meta ambitissima, in grado di accogliere e soddisfare gli avventori più esigenti. Piste di pattinaggio, slittino, curling e sci si affiancavano a sfarzose strutture ricettive: il trionfo dello chic ad alta quota.

 

Wilhelm Friedrich Burger, Saint Moritz, Poster, 1912
Wilhelm Friedrich Burger, Saint Moritz, Poster, 1912

 

Nel 1928 l’elezione di Saint Moritz come capitale dei secondi Giochi Olimpici invernali, non fece che contribuire a sancirne la fama a livello internazionale. È da allora che per i britannici la nazione svizzera non fu altro che “the cosy little country around Saint Moritz”.

Saint-Moritz è più esclusiva rispetto alle altre stazioni termali, a causa dell’intelligente organizzazione delle sue cremagliere […] È il luogo dove la gente elegante si dà appuntamento. La duchessa d’Alba, la duchessa de Lévis-mirepoix, la principessa d’Arenberg, il barone e la baronessa Gourgaud, il barone Maurice de Rothschild, la contessa Jeanne de Neufbourg, il barone Roland de l’Espée si danno convegno in quel luogo per praticare il loro sport preferito. Artisti del cinema quali Charlie Chaplin e Gloria Swanson dimenticano qui le fatiche di Hollywood.” (da “Figaro”, marzo 1932)

 

IL DIPINTO DI TAMARA DE LEMPICKA

 

Una delle più grandi interpreti dei fasti dell’alta società fu la pittrice Tamara de Lempicka, la cui opera ci restituisce un universo fatto di lustrini e di voluttà: i suoi personaggi indossano abiti sartoriali, guidano delle Bugatti e vanno a sciare a Saint Moritz.

 

Tamara de Lempicka, Saint Moritz, 1929
Tamara de Lempicka, Saint Moritz, 1929

 

Una tela del 1929 dal titolo “Saint Moritz”, oggi conservata al Musée des Beaux Arts d’Orléans, costituisce il manifesto della nuova femminilità d’inizio secolo: bella e raffinata, la donna degli anni Venti rivendicava il suo ruolo nella società, anche cimentandosi nello sport, attività fino ad allora riservata quasi esclusivamente agli uomini. Qui la vediamo ritratta sulle piste da sci, non mentre compie lo sforzo fisico, ma in posa, come se si trattasse di una réclame. L’attenzione dell’artista è tutta volta ad esaltare il lato glamour della protagonista: il taglio dei capelli a carrè molto corto, secondo i dettami più in voga del tempo, e un abbigliamento sofisticato, sportivo ma elegante al tempo stesso; guanti di daino, maglione a collo alto rosso con risvolti bianchi, entrambi firmati dallo stilista Jean Patou.

Celebre per aver disegnato l’audace completo da tennis, senza maniche e corto fino alla coscia, indossato dalla divina Suzanne Lenglen, Jean Patou fu l’inventore dello sport wear. Le sue creazioni, comode ma lussuose, erano destinate a quelle donne che praticavano lo sport con il medesimo stile con il quale frequentavano i salotti del jet set internazionale.

Questo dipinto rappresenta l’immagine esemplare di quegli “anni folli” e meravigliosamente di tendenza; l’estremo tentativo di porsi al riparo dagli orrori di una nuova guerra e di rendere accettabile una modernità che si dimostrava sempre meno controllabile.

Gatsby credeva nella luce verde, al futuro orgiastico che anno dopo anno indietreggia di fronte a noi. In quel momento ci è sfuggito, ma che importa – domani correremo più veloci, stendendo le braccia più in là… e un bel mattino… E così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza tregua nel passato.” (Francis Scott Fitzgerald, “Il grande Gatsby”, 1925)

 

Tamare de Lempicka, Autoritratto sulla Bugatti verde, dettaglio, 1929
Tamare de Lempicka, Autoritratto sulla Bugatti verde, dettaglio, 1929

 

Visita il sito ufficiale del Museé des Beaux Arts d’Orléans dove è conservata l’opera di Tamara de Lempicka “Saint Moritz”:

Museé des Beaux Arts d’Orléans