DIVENUTO CELEBRE COME FOTOGRAFO, MAN RAY SI CONSIDERAVA INNANZITUTTO UN PITTORE. LA FOTOGRAFIA PER LUI ERA ESCLUSIVAMENTE UN MODO PER GUADAGNARSI DA VIVERE.

L’arte non è fotografia.” (Man Ray)

 

MAN RAY, LE ORIGINI

 

Emmanuel Radnitsky nacque a Filadelfia il 27 agosto 1890, da Melach Radnitzky e Manya Lourie, immigrati russi di origine ebraica. Nel 1897 si trasferì a New York con la famiglia, e qui iniziò ad interessarsi di arte e di architettura.

Completati gli studi nel 1908, trovò lavoro come grafico, frequentando, nello stesso tempo, i corsi serali dell’istituto d’arte Francisco Ferrer Social Center, luogo di ritrovo degli intellettuali più all’avanguardia del tempo.

Nel 1912 la famiglia Radnitsky cambiò il proprio cognome in Ray ed Emmanuel decise di adottare una versione abbreviata del nome, Man. Da questo momento in poi prese a firmare le proprie opere come Man Ray.

Fin dalle prime prove artistiche fu evidente l’eccentricità di Man Ray rispetto alla tradizione. L’ammirazione che provava nei confronti dei grandi maestri non si tradusse mai in desiderio di emulazione. Per questa ragione egli non può essere ricondotto esclusivamente ad un gruppo o movimento; nonostante i rapporti che ebbe con il Surrealismo ed il Dadaismo, egli mantenne sempre la sua specifica individualità.

Quanto a me, io mi sforzo di essere il più libero possibile: nel mio modo di lavorare, nella scelta del mio soggetto. Nessuno può dettarmi norme o guidarmi. Possono criticarmi, dopo, ma allora è troppo tardi. A quel punto il lavoro è fatto e io ho assaporato la libertà.” (Man Ray)

 

Man Ray, Promenade, 1916
Man Ray, Passeggiata, 1916

 

La sua libertà espressiva lo condusse a sperimentare una grande varietà di tecniche: pittura, assemblage, collage, ready-made, fotografia, e qualsiasi altro linguaggio atto a comunicare le sue idee.

Per esprimere ciò che sento mi servo del mezzo più adatto per esprimere quell’idea, mezzo che è anche sempre quello più economico. Non mi interessa affatto essere coerente come pittore, come creatore di oggetti o come fotografo. Posso servirmi di tecniche diverse, come gli antichi maestri che erano ingegneri, musicisti e poeti nello stesso tempo.” (Man Ray)

Nel 1916, assieme a Marcel Duchamp e Walter Arensberg, diede vita alla Society of Indipendent Artists, un’associazione volta alla promozione di artisti d’avanguardia. L’impresa si dimostrò subito difficoltosa. Il Nuovo Mondo non era ancora pronto ad accettare le provocazioni di questi spiriti innovatori. Man Ray, deluso dalla grettezza del suo pubblico, decise di trasferirsi a Parigi.

 

MAN RAY, IL PRIMO SOGGIORNO PARIGINO

 

Il 14 luglio 1921 Man Ray sbarcò a Parigi. Egli vi giunse quando il Dadaismo si stava avviando verso il suo naturale epilogo ed il Surrealismo stava prendendo forma.

In quello stesso anno tenne la sua prima personale europea alla Librairie Six, una piccola libreria di proprietà dello scrittore Philippe Soupault, esponente di primo piano dell’avanguardia francese. La mostra comprendeva molte  fra le opere più rappresentative dell’artista, come il celebre ready-made Cadeau, un ferro da stiro con quattordici chiodi saldati sulla piastra. L’esito fu però del tutto deludente. Man Ray non vendette nemmeno un pezzo e fu costretto ad intensificare la sua attività di fotografo per far quadrare i conti.

In questi anni egli si affermò come fotografo professionista, collaborando con diverse riviste di moda e divenendo il ritrattista ufficiale del bel mondo parigino. Fu proprio in questa veste che fece la conoscenza di Lee Miller, bellissima e talentuosa ragazza che sarà sua allieva, musa, amante e principale collaboratrice.

 

Man Ray, Cadeau, 1921
Man Ray, Cadeau, 1921

 

All’epoca del primo soggiorno parigino risalgono i ready-made più significativi dell’artista, come Cadeau (Dono, 1921), Objet indestructible (Oggetto indistruttibile, 1923), o Venus restaurée (Venere restaurata, 1936), solo per citarne alcuni.

Il mio atteggiamento nei confronti dell’oggetto è diverso da quello di Duchamp, al quale bastava ribattezzarlo. io ho bisogno di più di un fattore, almeno due. Due fattori che non siano connessi in alcun modo. l’atto creativo si fonda per me nell’accoppiamento di questi due fattori diversi al fine di produrre qualcosa di nuovo, che potrebbe essere designato come una poesia plastica.” (Man Ray)

Questa stagione, feconda di amori e di lavori, fu bruscamente interrotta dalla guerra. In seguito all’armistizio firmato dalla Francia nel giugno del 1940, Man Ray mise in sicuro le sue opere e fuggì negli Stati Uniti. L’Europa stava precipitando negli orrori della Seconda Guerra Mondiale.

 

MAN RAY, IL RITORNO IN AMERICA

 

Ritornato a New York, dopo un viaggio tortuoso negli Stati occidentali al seguito di un ricco uomo d’affari presentatogli dalla sorella, si stabilì a Los Angeles. Qui conobbe Juliet Browner, una ballerina che aveva studiato danza moderna con Martha Graham. A Juliet piaceva la pittura, a Man Ray il ballo: la sintonia tra i due si rivelò perfetta.

Isolato sempre più nella sua arte, in questo periodo rielaborò opere della sua giovinezza, dipinti che credeva di aver perduto durante la guerra oppure sviluppati da precedenti progetti parigini. Tra gli oggetti più notevoli vi sono le Maschere ridipinte, una serie originale ad alto impatto simbolico.

Stando alle sue parole egli prese a dipingere “maschere di cartapesta per le ragazze che le mettevano e facevano strani balli, in un completo abbandono, sicure della loro anonimità.” Lo scopo era dunque quello di liberare gli istinti delle persone mediante la copertura offerta dalla maschera.

 

Man Ray, Juliet e Margaret con Maschere ridipinte, 1948
Man Ray, Juliet e Margaret con Maschere ridipinte, 1948

 

Finita la guerra Man Ray, che non si era mai trovato molto a suo agio negli Stati Uniti, ne approfittò per tornare a Parigi accompagnato da Juliet, che nel 1946 era diventata sua moglie.

 

MAN RAY, IL SECONDO SOGGIORNO PARIGINO

 

All’inizio del 1951 Man Ray fece ritorno a Parigi, la città dove si sentiva veramente a casa. Qui continuò a ricercare, inventare e produrre, sempre a caccia di nuove idee.

Cercavo una tecnica nuova che fosse più automatica, come quando si semina o si pianta un alberello e poi si conta sulle forze della natura perché facciano il resto. Stendevo i colori secondo l’impulso del momento e, messi da parte pennelli e spatole, applicavo una pressione con altre superfici, ritirandole per produrre una sorta di variazione del test di Rorschach. I risultati furono sorprendenti, con particolari che avrebbero potuto essere ottenuti solo con un lungo e minuzioso lavoro a mano. Detti a queste produzioni il titolo generale di dipinti naturali.” (Man Ray)

Nelle sue infinite sperimentazioni Man Ray non fu mai guidato da un fine estetico, a lui interessava portare alla luce quella bellezza imprevedibile figlia del caso. Per lui l’arte non doveva piacere ma trasmettere sensazioni, non necessariamente piacevoli: “un quadro deve essere un’idea”, affermava con decisione.

 

Man Ray, Bel tempo, 1939
Man Ray, Bel tempo, 1939

 

Il 18 novembre 1976 Man Ray si spense nella sua dimora parigina. Fu sepolto nel cimitero di Montparnasse. Nella sua lapide la moglie fece incidere queste poche, semplici parole: Unconcerned but not indifferent – Man Ray – 1890, 1976 – Love Juliet (Incurante ma non indifferente – Man Ray – 1890, 1976 – con amore Juliet)

Dipingo ciò che non può essere fotografato e fotografo ciò che non desidero dipingere. Se mi interessano un ritratto, un volto o un nudo, userò la macchina fotografica. È un procedimento più rapido che non fare un disegno o un dipinto. Ma se è qualcosa che non posso fotografare, come un sogno o un impulso inconscio, devo far ricorso al disegno o alla pittura.” (Man Ray)