DURANTE I PRIMI TRENT’ANNI DEL VENTESIMO SECOLO, LA MARCHESA LUISA CASATI FU LA PROTAGONISTA INDISCUSSA DELLE SCENE MONDANE INTERNAZIONALI. GRANDE PROMOTRICE DELLE ARTI, TRASFORMÒ SÉ STESSA IN UN’OPERA D’ARTE VIVENTE.

Aveva saputo crearsi un tipo all’estremo. Non si trattava più di piacere o non piacere, e tantomeno di stupire. Si trattava di sbalordire.” (Jean Cocteau)

 

LUISA CASATI, LE ORIGINI

 

Luisa Casati, nata Luisa Adele Rosa Maria Amman, nacque a Milano il 23 gennaio 1881, secondogenita del ricco produttore cotoniero Alberto Amman e di Lucia Bressi. Venne educata in casa da istitutrici, usanza comune tra le ricche famiglie dell’epoca. Ebbe un’infanzia privilegiata, ma decisamente solitaria ed isolata.

Ancora ragazzina vide spegnersi entrambi i genitori – la madre morì nel 1894 ed il padre appena due anni dopo – diventando, assieme alla sorella Francesca, l’ereditiera più ricca d’Italia.

 

Alberto Martini, Luisa Casati a Venezia, dettaglio, 1906
Alberto Martini, Luisa Casati a Venezia, dettaglio, 1906

 

Nel 1900, a diciannove anni, Luisa andò in sposa al marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, nobile milanese di antico lignaggio, ma con scarsi mezzi economici. Nel 1901 diede alla luce la sua unica figlia, Cristina, anche se il ruolo di madre non le si addiceva. Insofferente e ribelle ad ogni costrizione, Luisa si concentrò su sé stessa, alla ricerca del proprio ruolo nel mondo.

Essere diversi significa essere soli. Non mi piace ciò che è ordinario. Perciò sono sola.” (Luisa Casati)

 

LUISA CASATI, LA VITA COME OPERA D’ARTE

 

Nel 1910, convinta dall’amico e amante Gabriele D’Annunzio, Luisa decise di trasferirsi a Venezia, città che più di ogni altra si addiceva al suo spirito elitario e decadente. Qui scelse la dimora più sorprendente: Palazzo Venier dei Leoni, destinato a diventare poi la residenza di altre due donne straordinarie, Lady Castlerosse e Peggy Guggenheim.

Da tempo aveva smesso di occuparsi della famiglia: la figlia viveva in Francia, ospite di un rigido collegio cattolico, mentre il marito, dal quale si separerà nel 1914, trascorreva il suo tempo nelle battute di caccia, sperperando allegramente il patrimonio della consorte.

Venezia fu il grande palcoscenico dove cominciò a prendere vita il mito della Casati come incarnazione della femme fatale: il suo scopo era di fare di sé stessa una suprema forma d’arte.

Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita di un uomo di intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.” (Gabriele D’Annunzio, “Il Piacere”, 1888)

 

Joseph Paget-Fredericks, La marchesa Luisa Casati con i suoi ghepardi, 1940
Joseph Paget-Fredericks, La marchesa Luisa Casati con i suoi ghepardi, 1940

 

Su di lei circolavano molte leggende che la marchesa non esitava ad alimentare. Voleva stupire ad ogni costo, incantare ed ammaliare il suo pubblico come l’eroina di una grandiosa epopea. Ovunque si recasse gettava scompiglio e sconcerto: per un certo periodo usò cingersi il collo con un boa vivo o si accompagnava con dei ghepardi legati al guinzaglio. I suoi ghepardi, con i loro collari adornati di pietre preziose, furono d’ispirazione per un iconico gioiello di Cartier. Di giorno soleva passeggiare per Venezia scortata dai suoi esotici servitori dalla pelle scura, mentre di notte faceva gite in gondola totalmente nuda, sotto la pelliccia aperta.

Aveva un temperamento artistico, ma non essendo in grado di esprimerlo in nessuna branca dell’arte aveva fatto di sé stessa un’opera d’arte. Non avendo alcuna vita interiore, né alcuna capacità di concentrazione, andava in cerca di idee selvagge per la vita esteriore.” (Catherine Barjansky)

Considerata una delle donne meglio vestite d’Europa, con il suo personalissimo stile seppe anticipare i tempi, guidata dall’ambizione di spingere il suo guardaroba oltre a ciò che andava di moda. Tra i suoi stilisti preferiti figuravano Paul Poiret e Mariano Fortuny, di quest’ultimo ammirava i motivi singolari e sontuosi delle sue stoffe.

 

LUISA CASATI E GIOVANNI BOLDINI

 

Diverse furono le opere che Luisa Casati commissionò a Giovanni Boldini, convinta del fatto che farsi ritrarre da quel famoso pittore avrebbe esaltato la sua figura tra la “gente che conta”. La conoscenza tra Boldini e la Casati venne mediata da D’Annunzio e si verificò a Venezia, durante un lussuoso pranzo consumato all’Hotel Danieli.

Si narra che, mentre i due erano seduti, la collana di Luisa si ruppe mandando dozzine di perle a finire sotto il tavolo. Mentre erano intenti a raccogliere le perle, il pittore si trovò improvvisamente a fissare il volto della donna e così raccontò quella grande emozione: “fu sotto a un tavolo che mi trovai faccia a faccia con lei e vidi per la prima volta, da vicino, i suoi occhi immensi.” Alta e spigolosa, di una bellezza non convenzionale per l’epoca, la Casati vantava due occhi verdi, intensi e magnetici, che lei amava enfatizzare disegnandovi attorno dei cerchi con il kajal e inumidendoli con gocce di belladonna per dilatarne le pupille.

 

Giovanni Boldini, La Marchesa Luisa Casati con un levriero, 1908
Giovanni Boldini, La Marchesa Luisa Casati con un levriero, 1908

 

La marchesa Luisa Casati con un levriero” fu il primo dipinto realizzato per lei da Boldini. Esposto a Parigi in occasione del Salon del 1909, il quadro riscosse un grande successo. Venne subito soprannominato “L’anti Gioconda”, proprio a causa dello sguardo ferino della marchesa, uno sguardo predatore ed accattivante, molto diverso da quello enigmatico e rassicurante dell’opera di Leonardo.

 

LUISA CASATI, LA MUSA

 

Luisa Casati nel suo intento di trasformare sé stessa nella più magnifica opera d’arte vivente, fu una grande promotrice delle arti. Ella raccolse attorno a sé i maggiori artisti del Novecento, diventandone la musa ispiratrice, la mecenate e, molto spesso, la compagna di letto.

Tra gli innumerevoli ritratti a lei dedicati, che ne fanno la donna più rappresentata dopo la Vergine Maria, rimane emblematico lo scatto di Man Ray del 1922 il quale, vittima di un errore, la riprodusse con tre occhi; una svista che mortificò il fotografo, ma che entusiasmò la Casati la quale, per la prima volta, si vide perfettamente “ritratta nell’anima.” Ordinò numerose copie della fotografia, per inviarle agli amici, agli amanti e ai rivali e, su quella destinata all’amato D’Annunzio scrisse i loro vezzeggiativi “Corè” e “Ariel”.

 

Man Ray, Ritratto di Luisa Casati, 1922
Man Ray, Ritratto di Luisa Casati, 1922

 

Man Ray grazie a quella foto accrebbe di molto la sua fama. Con queste parole egli descrisse il loro incontro:

Un giorno ricevetti la visita di una donna alta e imponente, vestita di nero, gli occhi enormi sottolineati dal trucco scurissimo. Portava un’alta acconciatura in merletto nero, ed entrando chinò leggermente la testa come se la porta fosse troppo bassa per lei. Si presentò come la marchesa Casati, ed espresse il desiderio di essere fotografata, ma nel salotto della sua casa, attorniata dagli oggetti preferiti.

Prima di presentarmi all’appuntamento convenuto, m’informai su di lei: era famosa nei circoli aristocratici e passava per un’eccentrica. La sua villa in Italia era stata teatro di feste sontuose e sofisticate; una volta aveva fatto dipingere d’oro gli alberi del giardino e aveva ricevuto gli ospiti con un pitone vivo lungo tre metri avvolto intorno al corpo. (Nella sua villa in marmo rosa vicino a Parigi vidi poi il serpente imbalsamato, realisticamente avvinto a un tronco d’albero, in un’enorme bacheca.) Era stata amica del poeta italiano D’Annunzio.

Al tempo del nostro incontro occupava un appartamento in un albergo di place Vendôme. Mi ricevette avvolta in una vestaglia di seta, i rossi capelli tinti in disordine, gli occhi enormi truccati con cura. La stanza traboccava di ninnoli preziosi. Sistemai la macchina e le luci, e lei sedette presso un tavolino su cui troneggiava un elaborato mazzo di fiori, in giada e pietre preziose. […]

Quella sera sviluppai i negativi; erano confusi, indistinti. Li misi da parte, considerando un fallimento quella prima seduta. Non sentendo notizie, qualche tempo dopo mi telefonò. La informai che i negativi erano inutilizzabili, ma insistette ugualmente per avere qualche foto, così com’era. Ne stampai un paio, dove s’intravedevano le sembianze di un volto, uno con tre paia di occhi. Avrebbe potuto passare per una versione surrealistica della Medusa. Lei ne rimase affascinata. Ero riuscito a ritrarle l’anima, affermava.” (Man Ray, “Autoritratto”, 1963)

 

LUISA CASATI, L’EPILOGO

 

Nel 1923 Luisa Casati acquistò il Palais Rose, un lussuoso château situato alle porte di Parigi. In quella che era stata la casa dell’amico e mentore Robert de Montesquiou, continuò il suo dispendioso ménage, sollazzandosi tra feste e balli in maschera alle quali, oramai, molti partecipavano più per curiosità che per vero interesse. L’astro della marchesa era al volgere del suo splendore: dipendente da farmaci, alcol ed oppiacei, stava imboccando una strada senza ritorno.

Bisogna abbandonarsi al lusso. La povertà ha la tendenza a colpire improvvisamente come l’influenza. E’ saggio disporre di bei ricordi per i tempi bui.” (Graham Greene)

 

Augustus John, Ritratto della Marchesa Luisa Casati, 1919
Augustus John, Ritratto della Marchesa Luisa Casati, 1919

 

Al compimento del suo cinquantesimo anno di età, nel 1931, la Casati aveva accumulato debiti per una cifra pari a venticinque milioni di euro attuali. Costretta a mettere all’asta tutti i suoi beni si trasferì a Londra dove, dopo aver trascorso gli ultimi anni in assoluta povertà, morì il 1 di giugno 1957.

Fu sepolta avvolta nel suo mantello nero bordato di leopardo, con gli occhi bistrati e le ciglia finte; ai suoi piedi venne posato il suo amato pechinese imbalsamato. La nipote scelse per il suo epitaffio la descrizione che Shakespeare fece di Cleopatra nel suo dramma “Antonio e Cleopatra”: “L’età non può appassirla né l’abitudine rendere insipida la sua infinita varietà.”

 

LUISA CASATI, L’EREDITÀ

 

La figura di Luisa Casati è un sogno che non si spegne, e che ancora oggi ispira moltissimi artisti, registi, attori, stilisti.

A partire da T. J. Wilcox, con la sua serie di opere del 2008 dedicate alla Divina, passando per le interpretazioni fotografiche di Giorgina Chapman per Peter Lindbergh e di Tilda Swinton per Paolo Roversi, fino alle memorabili collezioni a lei dedicate da John Galliano per Dior e Karl Lagerfeld per la maison Chanel.

 

Palo Roversi, Tilda Swinton come la Marchesa Luisa Casati, per Acne Paper, 2009
Palo Roversi, Tilda Swinton come la Marchesa Luisa Casati, per Acne Paper, 2009

 

In tempi più recenti ricordiamo l’apparizione, di dubbio gusto, di Achille Lauro sul palco dell’Ariston per l’edizione 2020 del Festival di Sanremo. Una citazione, in total look Gucci, che avrebbe certo fatto inorridire la nostra Marchesa!