STRAORDINARIA MECENATE E GRANDE COLLEZIONISTA, PEGGY GUGGENHEIM VA RICORDATA ANCHE PER IL CONTRIBUTO CHE DIEDE ALLA DIFFUSIONE DELLE AVANGUARDIE ARTISTICHE IN ITALIA.

Prima del 1948 solo Picasso e Klee erano conosciuti in Italia, oltre ovviamente ai futuristi. […] In Italia non si era mai sentito parlare dei surrealisti, di Brâncuşi, di Arp, di Giacometti, di Prevsner e di Malevič.” (Peggy Guggenheim)

 

PEGGY GUGGENHEIM A VENEZIA

 

Nel 1946, terminata la Seconda Guerra Mondiale, Peggy Guggenheim sentì il bisogno di lasciare New York e la sua innovativa galleria d’arte “Art of This Century”, per ritornare in Europa dove aveva vissuto per molto tempo.

Decise di prendere residenza a Venezia, una città che aveva sempre amato e alla quale sentiva di appartenere sopra ogni cosa. Dopo qualche anno trascorso negli alberghi della città, finalmente nel 1949, grazie all’intervento di Flavia Paulon segretaria del conte Zorzi, trovò quella che sarà la sua dimora definitiva, Palazzo Venier dei Leoni.

 

Giuseppe Santomaso, Lettera a Palladio n.6, 1977, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim
Giuseppe Santomaso, Lettera a Palladio n.6, 1977, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim

 

Data la sua fama, oramai conclamata, di mecenate e collezionista, cercò subito di mettersi in contatto con l’ambiente culturale di Venezia. Fu così che, su suggerimento del patron del Caffè Angelo a Rialto, si recò al Ristorante all’Angelo di Piazza San Marco, vivace centro propulsore della scena artistica non solo locale. Qui, nel 1946, fece la conoscenza di due esponenti di grande spicco dell’avanguardia veneziana: Emilio Vedova e Giuseppe Santomaso.

Vedova, un pittore astrattista, era un uomo altissimo e aveva la barba. Era comunista e durante la guerra aveva fatto il partigiano. Era anche molto giovane e impazziva per le ragazze. Santomaso era meno alto e più grassoccio: aveva anche due occhi roventi ed era sposato con un figlio. Sapeva tutto della storia di Venezia e raccontava le cose più affascinanti sul passato della sua grande città: dei due era il più colto.” (Peggy Guggenheim)

 

IL RISTORANTE ALL’ANGELO, L’AVANGUARDIA DELLE ARTI

 

Nel 1927 la famiglia Carrain rilevò un locale in fondo a Calle Larga San Marco, a due passi dalla celebre Piazza, destinato a diventare luogo di ritrovo privilegiato per gli artisti. Davanti ad un pasto caldo e a molti bicchieri di vino si scambiavano visioni ed opinioni, si inauguravano gruppi e tendenze, si intessevano proficue relazioni, si celebravano successi e si consumavano clamorose rotture. Molto spesso si lasciava un’opera ai proprietari, quando si era così alle strette da non avere abbastanza soldi da pagare il conto.

Quando Peggy Guggenheim varcò la soglia del Ristorante all’Angelo il locale stava attraversando il suo momento d’oro: la nascita del Fronte Nuovo delle Arti, che sarà il protagonista della prima Biennale del 1948, aveva ravvivato il dibattito artistico italiano dopo il brusco arresto dovuto al secondo conflitto mondiale.

 

Peggy Guggenheim alla macchina da scrivere nella sua stanza all'hotel Savoia & Jolanda, Venezia 1948
Peggy Guggenheim alla macchina da scrivere nella sua stanza all’hotel Savoia & Jolanda, Venezia 1948

 

Peggy divenne ben presto una frequentatrice assidua del locale, anche perché il primo segretario della sua collezione fu, tra il 1948 ed il 1952, Vittorio Carrain, figlio del proprietario.

Vittorio si dimostrò di fondamentale importanza nel guidare l’americana entro i delicati equilibri veneziani, seguendola nelle sue scoperte d’arte e aiutandola a sostenere la sua ricchissima rete di rapporti.

Chiesi a Vittorio Carrain, un giovane amico, che era anche uno dei proprietari del ristorante Angelo, di proteggermi. Fu così che divenne il mio segretario e lavorò per me alcuni anni. Era un intellettuale, un musicologo molto colto e mi servì anche come tramite con la vita di Venezia, perché io non leggevo giornali. Amava l’atmosfera in cui vivevo ed era eccessivamente gentile, un vero amico devoto, e fu di grande aiuto quando dovetti organizzare mostre e cataloghi.” (Peggy Guggenheim)

 

PEGGY GUGGENHEIM E LA BIENNALE DEL 1948

 

La Biennale del 1948 fu come stappare una bottiglia di champagne. Un’esplosione d’arte moderna dopo il tentativo del nazismo di ucciderla. Per la prima volta alla Biennale si videro Mondrian, Brancusi, Kandinskij, Ernst e Giacometti, tutti nella collezione di Peggy Guggenheim al padiglione greco.” (Vittorio Carrain, da “Peggy Guggenheim and her friends”, 1944)

Dopo l’interruzione del 1942 e il lungo periodo di isolamento culturale dell’arte italiana, la Biennale del 1948 rappresentò un importante momento di apertura internazionale. Grazie a Santomaso, che la presentò a Rodolfo Pallucchini, all’epoca segretario della manifestazione, la Guggenheim venne invitata ad esporre alla Biennale con la sua favolosa collezione di arte contemporanea.

Le fu assegnato il padiglione della Grecia, libero a causa della partecipazione dei greci alla guerra civile, che venne allestito nientemeno che da Carlo Scarpa, uno dei più geniali ed innovativi architetti italiani. Il risultato fu senza precedenti. Non si era mai vista fino a quel momento in Europa una raccolta così completa ed esaustiva di tutte le più moderne correnti artistiche: dal Cubismo al Futurismo, continuando poi con le esperienze dada e surrealiste, per giungere al più recente Espressionismo astratto americano.

 

Peggy Guggenheim durante l’allestimento del Padiglione Greco, alla XXIV Biennale di Venezia, 1948
Peggy Guggenheim durante l’allestimento del Padiglione Greco, alla XXIV Biennale di Venezia, 1948

 

La mostra ebbe un successo enorme e il padiglione della Guggenheim fu tra quelli più visitati. La gente faceva la coda per poter ammirare gli italiani Giacomo Balla, Gino Severini, Giorgio de Chirico e Massimo Campigli, i nomi più rappresentativi dell’arte astratta e surrealista, quali Jean Arp, Costantin Brancusi, Alexander Calder, Max Ernst, Alberto Giacometti, Kazimir Malevich, Antoine Pevsner, e i molti artisti americani, da William Baziotes a Jackson Pollock, da Mark Rothko a Clyfford Still, mai esposti al di fuori degli Stati Uniti.

La mia mostra ebbe una risonanza enorme e il padiglione divenne uno dei più popolari della Biennale. Tutto ciò mi emozionava terribilmente, ma quel che mi piacque di più fu veder comparire nei prati dei giardini pubblici il nome Guggenheim accanto a quelli della Gran Bretagna, della Francia, dell’Olanda, dell’Austria, della Svizzera, della Polonia, della Palestina, della Danimarca, del Belgio, dell’Egitto, della Cecoslovacchia, dell’Ungheria e della Romania; mi sembrava d’essere un nuovo paese europeo.” (Peggy Guggenheim)

 

PALAZZO VENIER DEI LEONI E LA COLLEZIONE PEGGY GUGGENHEIM

 

Terminata la Biennale, la Guggenheim dovette affrontare la spinosa questione di come poter tenere in Italia la sua raccolta, giunta dall’America con un permesso temporaneo. Intanto la collezione fu esposta a Firenze, Milano, Amsterdam, Bruxelles e Zurigo, fino a che, sistemate le questioni burocratiche con le autorità di Roma, trovò la sua collocazione definitiva nelle sale del Palazzo Venier dei Leoni.

Noto come il “palazzo non compiuto”, Palazzo Venier dei Leoni è un edificio settecentesco costituito da un solo piano che affaccia sul Canal Grande. Oltre alla particolarità della sua costruzione interrotta, la dimora è celebre anche per le due donne d’eccezione che vi abitarono prima di Peggy: la Marchesa Luisa Casati e la Viscontessa Castlerosse.

 

Peggy Guggenheim nella sua camera da letto a Palazzo Venier dei Leoni posa sotto la testiera in argento di Alexander Calder, Venezia primi anni Cinquanta
Peggy Guggenheim, nella sua camera da letto a Palazzo Venier dei Leoni, posa sotto la testiera in argento di Alexander Calder, Venezia primi anni Cinquanta

 

Peggy Guggenheim aprì la sua dimora al pubblico che venne così ad assumere la doppia veste di abitazione privata e di sede museale: una convivenza che si rivelò spesso difficile per la proprietaria e per i suoi ospiti, ma che contribuì ad accrescere il fascino della raccolta d’arte. Non ci si recava al Guggenheim solo per ammirare delle opere, si andava al Guggenheim per vivere un’esperienza totalizzante, per essere partecipi della storia d’amore di una donna verso ognuno dei pezzi esposti, cosa che ancora oggi è la cifra distintiva di questo museo.

Nel 1949 la sede fu inaugurata con una mostra di scultura contemporanea. Nel corso degli anni la Guggenheim continuò imperterrita a fare incetta di capolavori e a sostenere artisti non ancora famosi, come Edmondo Bacci e Tancredi Parmeggiani, un promettente feltrino al quale offrì uno stipendio, come aveva già fatto per Pollock, e uno studio nello scantinato del palazzo.

Fin dal 1952 avevo finanziato un giovane pittore italiano di Feltre, che Bill Congdon mi aveva chiesto di aiutare; si chiamava Tancredi Parmeggiani, ma di solito usava soltanto il nome di battesimo, perché il cognome ricordava troppo il formaggio. Gli promisi settantacinque dollari al mese in cambio di due gouaches. […] Per diversi anni Tancredi lavorò in cantina, e fu un gran sollievo quando se ne andò, perché faceva impazzire i camerieri camminando per tutta la casa con le scarpe sporche di colore, tanto che dopo che se ne fu andato ci vollero quattro giorni per togliere tutto quel pasticcio dal pavimento dello studio, ora adibito a museo di Pollock.” (Peggy Guggenheim)

 

Tancredi Parmeggiani, I papaveri, 1953
Tancredi Parmeggiani, I papaveri, 1953

 

Preoccupata per le sorti della sua abitazione e della sua preziosa collezione, nel 1976 decise di donarla alla “Fondazione Solomon R. Guggenheim”, creata da suo zio per promuovere la comprensione e la diffusione dell’arte.

Il 23 dicembre 1979, Peggy Guggenheim, “L’ultima Dogaressa”, si spense all’ospedale di Camposampiero dove era ricoverata per le conseguenze di una frattura al piede. Le sue ceneri sono custodite in un angolo del giardino del suo museo.

Per finire le mie memorie penso che sia giusto aggiungere che, per celebrare il mio ottantesimo compleanno, il 26 agosto 1978 il direttore dell’Hotel Gritti, Passante, offrì una cena a me e a ventidue ospiti che avevo scelto personalmente. Mio figlio Sindbad fece un discorso improvvisato e parlarono anche il console generale britannico Ray Jacques, il regista cinematografico Joseph Losey e Guido Perocco, direttore del Museo d’Arte Moderna di Venezia. Come augurio di buon compleanno c’era una bandiera con il mio nome e la scritta “All’ultima Dogaressa”, e uno splendido modellino del mio palazzo in zucchero, una copia perfetta illuminata dell’interno. Mentre scendevo dalla mia gondola ricevetti il saluto della bandiera americana e di quella italiana fissate alla parete, e di milioni di fotografi. C’era anche la televisione, e alla fine della serata ci divertivamo a vedere il filmato su di me. Complessivamente fu un’occasione memorabile.” (Peggy Guggenheim)

 

CENNI BIOGRAFICI E CURIOSITÀ

 

Peggy Guggnheim, il cui vero nome era Marguerite, nacque a New York il 26 agosto 1898 da Benjamin Guggenheim, uno dei figli di Solomon R. Guggenheim che aveva costruito le sue fortune nell’industria dell’acciaio e nell’estrazione dell’argento e del rame, e da Florette Seligman, proveniente da una famiglia di ricchissimi banchieri.

La sua agiata esistenza venne bruscamente interrotta dalla precoce morte dell’amato padre nel naufragio del Titanic, il 15 aprile 1912. Prima della sua scomparsa Benjamin aveva interrotto la sua collaborazione con i fratelli, così sebbene Peggy fosse entrata in possesso di una cospicua eredità, non era nulla di fronte all’immenso patrimonio posseduto dagli zii.

Peggy aveva due sorelle. Hazel, di cinque anni più giovane, e Benita, di tre anni più vecchia, allla quale era molto legata tanto che la sua prematura scomparsa per parto nel 1927, le procurò uno dei tanti dolori personali di cui fu costellata la sua esistenza.

Si sposò due volte, entrambi non furono dei matrimoni felici. Il vero amore della sua vita fu John Ferrar Holms, scrittore e critico letterario inglese con il quale visse un’intensa relazione dal 1928 fino al 1934, anno della morte di Holms. Un lutto che compromesse le sue future relazioni con gli uomini.

La scrittrice modernista Djuna Barnes dedicò il suo romanzo cult “Nightwood” proprio alla Guggenheim e ad Holms che ebbero una profonda influenza sulla sua persona e sul suo modo di scrivere.

Dal primo marito l’artista Laurence Vail, soparannominato il “re dei bohémien” per il suo ruolo di protagonista della vita artistica ed intellettuale della Parigi degli anni Venti, ebbe due figli: Sindbad, nato il 15 maggio 1923, e Pegeen, nata il 18 agosto 1925, che intraprenderà la carriera di pittrice e morirà in circostanze misteriose il 1 marzo 1967.

Il suo secondo prestigioso marito fu Max Ernst, conosciuto nell’inverno del 1938. Peggy aiutò economicamente Ernst ed altri artisti a lasciare Parigi per New York durante la guerra ma, una volta arrivato in America, Ernst lasciò Peggy per la giovane Dorothea Tanning. Diciamo che non le fu propriamente riconoscente!

Tra un matrimonio e l’altro e in assenza di matrimoni, Peggy ebbe numerosi amanti, molti di meno di quel che si narra ma molti di più di quelli normalmente concessi ad una donna di buona famiglia. Tra i suoi amanti illustri figurano Samuel Beckett, Yves Tanguy, Roland Penrose, che nel 1947 sposerà in seconde nozze la grande fotografa Lee Miller, Marcel Duchamp (con Duchamp intrattenne una liaison mentre era sposata con Ernst) e Kenneth Macpherson, l’ultimo uomo con cui condivise una dimora anche se la loro relazione fu puramente platonica poichè Macpherson era un omosessuale più o meno dichiarato.

Il primo pezzo che acquistò per la sua collezione d’arte fu un bronzo di Jean Harp. Nel gennaio 1938 inaugurò a LondraGuggenheim Jeune“, la sua prima galleria che esordì con una mostra dedicata a Jean Cocteau. A lei dobbiamo l’onore di aver esposto Kandinskij in Gran Bretagna, ancora praticamente sconosciuto dagli inglesi.

Il 20 ottobre 1942 aprì a New YorkArt of This Century“, la sua seconda galleria, alla quale si deve il merito di aver fatto conoscere le avanguardie europee negli Stati Uniti, stimolando la crescita di una scuola di pittura americana moderna. Durante il suo periodo di permanenza a New York, dal 1941 al 1946, fu la principale mecenate di un giovane e promettente talento: Jackson Pollock.

 

Peggy Guggenheim e Jackson Pollock, New York, 1946
Peggy Guggenheim e Jackson Pollock, New York, 1946

 

La Guggenheim amava molto gli orecchini, ovunque andasse ne comprava in grande quantità. Due artisti crearono appositamente per lei dei pezzi unici: Yves Tanguy e Alexander Calder. Ma Peggy amava ancor di più i cani, ne ebbe tantissimi. Quesi tutti erano dei Lhasa, una razza allevata da secoli nei monasteri tibetani. Quattordici dei suoi cani sono sepolti accanto alle sue ceneri nel giardino di Palazzo Venier dei Leoni, a Venezia.

A Venezia possedeva un’automobile, una Fiat “con una splendida carrozzeria Ghia”, un motoscafo Riva e una gondola, l’ultima gondola privata di Venezia.

Nel 1962 venne insignita della cittadinanza onoraria della città di Venezia e nel 1967 venne proclamata commendatore della Rebubblica Italiana.

Peggy Guggenheim fu una donna straordinaria, ebbe una vita straodinaria, ma complessivamente non facile, nè tantomeno così felice come possa sembrare. Si votò con passione all’arte e l’arte la ricambiò con il medesimo ardore.

L’arte è lo specchio del suo tempo, e quindi era necessario che cambiasse completamente, perchè il mondo cambiava, ed in modo vasto e rapido. Non ci si può aspettare che ogni decade produca un genio, ed il Ventesimo secolo ne ha già prodotti abbastanza. Non dobbiamo aspettarci di più, perchè anche un terreno arato ha bisogno di restare incolto di tanto in tanto. Gli artisti, secondo me, cercano troppo l’originalità: è questo il motivo per cui ci troviamo di fronte a una pittura che non è più pittura. Per il momento dovremmo accontentarci di tutto ciò che ha prodotto il Ventesimo secolo: Picasso, Matisse, Mondrian, Kandinskij, Klee, Léger, Braque, Gris, Ernst, Miró, Brâncusi, Arp, Giacometti, Lipchitz, Calder, Pevsner, Moore e Pollock. Quella di oggi non è l’età della creazione, ma del collezionismo, che, se non altro, ci consente di preservare tutti i grandi tesori che abbiamo e di presentarli in maniera degna alle masse.” (Peggy Guggenheim)

 

Peggy Guggenheim con un abito di Paul Poiret, Parigi 1924. Foto di Man Ray
Peggy Guggenheim con un abito di Paul Poiret, Parigi 1924. Foto di Man Ray

 

Visita il sito ufficiale della Peggy Guggenheim Collection al seguente link:

https://www.guggenheim-venice.it/it/

 

Gli incisi di Peggy Guggenheim sono tratti dalle sue memorie edite per la prima volta nel 1946 con il titolo di “Out of This Century”. Nel 1979, dopo una stesura del 1960, uscì l’edizione definitiva con il nome di “Confessions of an Art Addict”, pubblicato in Italia da Rizzoli.